CND - Teatro totale
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L'ISOLA DI ALCINA
Compagnie delle Albe
L'isola di Alcina
regia di Marco Martinelli, Progetto Ariosto/Cantiere Orlando.
 

L'antefatto che ci racconta Marco Martinelli all'inizio non conta. Conta l'augurio di buon ascolto e di buona visione. Un segnale. L'isola di Alcina è uno spettacolo fondato su una miscela linguistica eterogenea che tende alla comunicazione plurisensoriale. Nello scontro/incontro tra le due sorelle - che galleggiano su una isola dai contorni indefiniti e misteriosi -, non vince la parola, vince la potenza dello sguardo e dell'udito. E l'odore di zolfo, che si percepisce , ma che non c'è. Vince il campo delle percezioni fisiche che, opportunamente stimolate, producono emozioni, pensieri e sentimenti di forte intensità. Questo è importante, perché nello straripante dominio della razionalità e del materialismo un fatto certo stenta a "passare" nella società teatrale contemporanea: il "coinvolgimento" non si realizza facendo uso esclusivo del dato cognitivo , ma mettendo insieme il dato cognitivo con quello percettivo, intrecciando i linguaggi verbali con quelli non verbali , considerando la parola ( e quindi il teatro ) come corpo , il che vuol dire in altri termini che melos e logos vanno messi insieme nella elaborazione della proposta artistica.

L'isola di Alcina è innanzitutto il testo di Nevio Spadoni, che utilizza il dialetto romagnolo (belle tutte quelle consonanti!), la lingua dell'Ariosto e la lingua italiana. La centralità della parola non indica una "riappropriazione" della parola in funzione della discorsività ottusa del "teatro di parola", ma riafferma la necessità primaria di una scrittura drammaturgia che mette in preventivo un sistema di segni , che esclude pratiche di mimesi della realtà ( come se quella poetica non fosse una realtà!) e che rimanda ad un processo di formalizzazione intermediale, inteso come unità nella diversità di linguaggi, lingue e culture.

L'isola di Alcina è anche la scrittura scenica di Marco Martinelli, che può contare sul contributo fondamentale di Ermanna Montanari (attrice di grande maturità artistica, nella parte di Alcina, una maga che non è più maga), di Luigi Ceccarelli (per la partitura musicale) e di Vincent Longuemare (per il disegno espressivo delle luci). Qui, nell'isola di Alcina, la recitazione non ha la consistenza della chiacchiera di marca ideologica o sociologica.(Il dialetto romagnolo non avrebbe rivelato il suo potenziale esplosivo, ma sarebbe precipitato nel folclore, se fosse stato utilizzato per organizzare dialoghi o per descrivere fatti o sentimenti). Qui non c'è scenografia, non c'è ambientazione e non c'è ornamento. Lo spazio scenico è un luogo metaforico-concreto. E' il luogo della phantasia e della poesia. I suoni delle parole e della musica, i silenzi, le luci, i colori, gli oggetti, le ombre dei cani (nel livello sottostante a quello dove è posto il divano delle due sorelle) corrono, rimbalzano e danzano in un flusso continuo, organico ed avvolgente, creando un valore poetico aggiunto.

E' il luogo dove parla il detto e il non detto, dove il materiale convive con l'immateriale, dove valori opposti e contrari incarnati dalle due sorelle stanno insieme senza annullarsi reciprocamente. Qui la musica e le luci non creano le atmosfere, non descrivono sentimenti o passaggi psicologici: agiscono in modo autonomo e sinergico, ricondotti ad unità di stile e di poetica dal regista alchemico. Qui le lingue si fanno corpo e il corpo, nel legame inscindibile tra sapere e non-sapere, produce significati pensando altro, altrove, altrimenti.

Sull'isola anche le mani delle due sorelle sono intrecciate. Intrecciate sono le loro vite. E il loro destino è intrecciato in quella"fissità" che le rende tragicamente eterne, lasciando intuire una coazione a ripetere infinita. Immobili come per incantamento/istupidimento, le sorelle non incantano più. Nel labirinto della dismisura - dove movimento e stasi coincidono -, vagano i silenzi riempiti della Principessa ( una efficace Giusy Zanini) e i deliri verbali di Alcina , che nascono da attraversamenti della memoria , da maree di sangue, dallo strazio dei corpi. La rappresentazione tragica della stasi, liberata da implicazioni psicologiche, è un canto dell'anima, ricco di vigore fisico e d'incanto metafisico.

Nel complesso ci troviamo di fronte a modalità della progettazione e della creazione artistica che sono antiche, ma ogni volta che sono messe in pratica appaiono come una "rivoluzione". Dunque, accogliendo l'invito del regista, abbiamo poco da capire ( finalmente! ) e molto da percepire e da personalizzare, assistendo a L'isola di Alcina. Così come il testo esiste come sistema di segni per essere tradito (per amore!) dal regista, lo spettacolo esiste come corpo linguistico per essere tradito dalle soggettività presenti che lo decodificano. In tal senso lo spettacolo genera nuvole e altre nuvole e altre nuvole ancora... Non vogliamo morire di verità! Martinelli e la Compagnia delle Albe, al Teatro Valle 1 e 2 marzo, sono con noi, per fortuna.
(Alfio Petrini)