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Mariacane
scritto, diretto e interpretato da Ilaria Drago
musiche originali: Marco Guidi
ideazione luci, spazio scenico, dinamiche vocali: Ilaria
Drago e Marco Guidi
costume: Vincenzo Caruso
La
violenza schianta al suolo, costringe ad affondare nella
terra, torchia il corpo e l’anima. Ma allo stesso
tempo, la stessa violenza insinua la necessità dell’evasione,
del rifugio nell’immaginario, nel desiderato, eleva
chi la subisce dal contingente più fangoso alla spiritualità
più rarefatta.
Orizzontale e verticale vivono in lei e da lei traggono
nutrimento.
In occasione del festival “Teatri di vetro”,
sul palco del teatro Palladium di Roma, la Compagnia Ilaria
Drago ha dato vita ad un dramma talmente intimo che è
divenuto collettivo.
Mariacane, monologo vincitore del Premio Elsa Morante per
la letteratura 2006, è stato messo in vita dalla
sua stessa autrice, interprete solitaria. Messo in vita
perché il testo è una polifonia di respiri
e canto che dal vivo prende forma ora di parola, ora di
sospiro, ora di lamento, ora di suono, ultrasuono, ritmo.
Su un cubo bianco, posto, come un altare sacrificale, al
centro del niente e illuminato da un faro, una donna, capelli
scuri, abito nero e occhi serrati, macchiata nel profondo
dalla violenza sessuale, vive in un limbo fatto di incursioni
nell’irrimediabilmente accaduto e voli leggeri verso
la riconquista del suo corpo violato.
Mentre la memoria della protagonista rimette in scena un’aggressione
metropolitana di un branco contro un agnello, le sue gambe
segaligne e ossute si serrano, i muscoli si fanno nervosi,
la voce sprofonda di tono. Il racconto del passato si costruisce
su parole ansimate che sembrano rimanere sospese, richieste
di aiuto, improvvise messe a fuoco su ciò che sta
subendo e repentini allontanamenti del pensiero. In scena
c’è un vero e proprio stupro, non solo la sua
cronaca.
Così la prepotenza infierisce su di lei cellula dopo
cellula, si fa strada attraverso i suoi organi, fluisce
lungo le vie delle sue vene e libera un lamento acutissimo,
frutto di uno strumento quale il looper, quasi interminabile,
che riecheggia nelle orecchie anche quando per poco si sopisce.
E sulle vibrazioni di quel dolore fatto suono la donna squarcia
la rete fittissima del reale che la fa annaspare ed il suo
corpo si spalanca ad accogliere il vento della propria femminilità,
dei suoi ricordi di bambina, di figlia. Ilaria Drago si
fa incantevolmente morbida, i suoi arti cambiano luce e
consistenza, la sua voce è poesia, è sogno,
è irrealtà. Ora il cubo bianco non è
più un altare, ma sembra una collina da cui si ammira
un paesaggio meraviglioso, una nuvola che corre veloce sospinta
dallo zefiro, un trampolino vibrante pronto per il volo.
Le parole della vittima profumano adesso di fiori freschi,
si rincorrono una dietro l’altra, veloci. Ora può
raccontarsi, immaginare, desiderare.
Ma la prigionia ritorna a tessere intorno alla donna trame
di sangue e sopraffazione e il lamento arriva a circondare
chi lo ascolta, non colpisce solo l’udito ma attacca
i nervi e divora ogni speranza. Sullo sfondo della scena
la luce tratteggia una linea orizzontale, poi una verticale
disegnando una croce. C’è un sacrificio terreno
e un’anima e un corpo divini.
Mariacane è fango e cielo, è voce angelica
e luciferina. È incarnata da un’attrice dal
corpo vivo, sacro, vibrante e multiforme, dal corpo che
è spazio scenico in se stesso, che è luce,
suono, immagine. Tutte queste infatti si dispiegano e risolvono
sul suo corpo traendo da esso il senso della loro esistenza
e della loro coerenza. Un elemento scenico e una protagonista
sono stati sufficienti a far sentire l’odore del sangue,
a contagiare il terrore, a tener il pubblico stretto e serrato
nella morsa dell’angoscia. Un teatro privo di fronzoli,
linguistici, scenografici, ha messo in vita un intero mondo
interiore che ha straripato la scena, ha gelato l’aria,
ha intirizzito i nervi.
Unica stonatura, dopo lunghi minuti di un intensissimo spaccato
di un animo femminile violato, è il finale, non degno
della restante esibizione. L’auspicio di un mondo
migliore, epurato dalla violenza, è un messaggio
a lungo consumato dall’ovvietà e da una visione
troppo ingenua della realtà. Tutto si arena purtroppo
sulle spiagge del didatticismo.
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