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CND - Centro Nazionale Drammaturgia Teatro Totale

Gabbato Lo Santo degli Omini

di Eva Loperfido
 

Gabbato Lo Santo
di e con gli Omini: Riccardo Goretti, Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini.

Ho annaspato, ho creduto persino di affogare, ma in realtà sono stata sempre e costantemente immobile e sulla terra ferma. Sono stata stordita, piuttosto, da parole che si inseguivano, mi scavalcavano, si scontravano giocando ed esplodevano. Cinque "omini" si dimenavano in uno stroboscopio di situazioni consuete e allo stesso tempo sempre diverse, situazioni che si perdevano l’una nell’altra come fotogrammi impazziti di un film montato da un folle e che io osservavo spiazzata. In un oceano di sequenze talmente reali da divenire surreali non c’è stato un attimo di tempo per tirare fuori la testa dall’acqua e respirare l’aria rassicurante dettata da un accenno di trama, di logica, di senso. Mogli e buoi dei paesi tuoi Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. Parenti serpenti... Natale, Santo Stefano, Capodanno e la Pentecoste.

Le feste sono sacre e si sta tutti insieme, persino gli attori con il pubblico. E come se non bastasse bacco, tabacco e venere sono intervenuti a complicare la faccenda e a mandare l’oceano in tempesta. Si brinda e si fa sesso, una sigaretta dopo il pasto e poi magari il panettone, a patto che ci siano i canditi. Qualcosa stava accadendo sotto i miei occhi ma non capivo bene cosa. Di certo si trattava di qualcosa di inspiegabilmente lurido, incomprensibilmente folle, ma anche curiosamente familiare,consueto, consolatorio. Era senza dubbio tutto profondamente umano. Posso ben dire di aver assistito ad un viaggio onirico nell’essenza stessa dell’uomo: non nelle sue potenzialità mirabili e nella sua singolare sensibilità, ma nel lacero, consunto, da noi tutti abitato banalissimo universo dei suoi luoghi comuni.

Gabbato Lo Santo è uno spettacolo che non possiede confini testuali ma si modella sulle voci, le espressioni, i modi di dire e di fare degli abitanti dei paesi in cui volta per volta gli Omini decidono di approdare. Questi infatti, viaggiando per l’Italia con il loro furgoncino, programmano delle soste in piccoli centri abitati o grandi città e lì si fondono con la materia umana che incontrano, studiano, scrutano e interrogano chiunque. Il testo è dunque destinato a non avere alcuna stesura definitiva, ma gli è promessa la libertà di vivere degli attimi in cui viene messo in vita e ad essere pronto ad essere totalmente riformulato nel contenuto e nella forma ogni qual volta cambino i soggetti da cui trae spunto. Così gli scrittori-attori-registi, grazie alle storie di vite vissute e raccontate, le parole dette e quelle non dette, le spinte, i pensieri, le scelte, le domande e i dubbi degli uomini incontrati, raccolti attraverso quella che loro chiamano una indagine socio-umanistica, hanno tessuto non-trame, sequenze anarcoidi di situazioni tipo in cui precipita ogni uomo nel corso della propria vita. Quello che ne è venuto fuori è stato un susseguirsi a grande velocità di luoghi comuni linguistici e situazionali. Questi dunque scivolando l’uno nell’altro hanno creato delle vere e proprie reazioni a catena che hanno consentito alla comicità latente del lato cerimonioso della vita sociale di farsi visibile ed esplodere. "Non vi è comicità al di fuori di ciò che è propriamente umano" scriveva Henri Bergson nel trattato Il riso.

In scena c’è dunque l’umano e così lo spazio scenico è straripato nella platea e ha incluso e travolto ogni spettatore, che è divenuto così uno di famiglia, a cui poter offrire una birra o un tiro di sigaretta. I materiali e gli oggetti utilizzati in scena, come le birre offerte, i ceri sistemati tra i posti a sedere, la macchina fotografica in mano al robottino Emiglio pronta ad immortalare la platea, il megafono assordante, sono infatti stati in gran parte scelti per consentire un rapporto con lo spettatore, per segnare la conquista dello spazio da parte degli attori. Invasori barbarici indisciplinati e disarmanti.

Nulla è stato affidato però alle luci, alle musiche, ai corpi in scena, se non in minima parte, o ad altri codici espressivi oltre quello della parola. È come se un testo votato all’effimero non sia riuscito a scrollarsi di dosso il peso della necessità di comunicare un contenuto. Gli omini hanno creato delle situazioni acute e divertenti, ma poiché dichiarano di voler «evitare che la comunicazione sia scambio di ovvietà. Vivere la bellezza della crisi: ridere e piangere senza sapere perché. Arrivare piano, ma arrivare ugualmente», avrebbero potuto sviluppare l’irrintracciabile dimensione poetica. Le parole, le urla si arrampicavano l’una sull’altra, gli Omini facevano sesso tra di loro, lottavano, si insudiciavano, ma non si sono affidati a quella pluralità del linguaggio che è capace di trasmettere un contenuto estetico a più organi di senso e far vibrare, toccandole, più corde emotive dello spettatore.

Gli Omini pistoiesi, ovvero Roberto Caccavo, Riccardo Goretti, Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini, tutti attori, scrittori e registi del loro spettacolo, sono dei giovani curiosi, ben affiatati ed entusiasti, capaci di costruire autonomamente uno spettacolo gradevolissimo e originale. Per sua stessa costituzione, provvisorio, mutevolissimo, labile, piegato dal vento che spira nel paese in cui gli Omini decidono di sostare Osservandoli ho avuto la sensazione di trovarmi dinnanzi a dinamite pura, magma incandescente, a caos che può davvero dar vita a stelle danzanti, alla fase dell’albedo di un processo alchemico che inevitabilmente con il tempo giungerà alla fase della rubedo. La loro cifra stilistica, che è allo stesso tempo la loro forza, è l’irruenza, la forte comunicatività, il coraggio di osare, di dissacrare e può rendere questi omini, a patto di approfondire l’uso di codici espressivi variegati, compreso quello a matrice fisica, degli attori completi e completamente seducenti.