:: Invia e-mail
CND - Centro Nazionale Drammaturgia Teatro Totale

Stage di Critica Teatrale: i primi risultati

a cura del CND
 

Il Centro Nazionale di Drammaturgia ha realizzato nel corso di tre mesi uno Stage di Critica Teatrale, in collaborazione con la rivista Amnesia Vivace. Lo Stage è stato condotto da Alfio Petrini.
Vi hanno partecipato Michele Blasi, Letizia Caito, Manuel Cazzoli, Antonina Margeri, Daria Mazzanti, Carlotta Morri, Enrico Piergiacomi.
La rivista on line pubblica in questo numero le recensioni scritte nel corso delle esercitazioni pratiche.
Sei gli spettacoli visionati: God save the punk e Pugni di zolfo al Teatro Vascello; Il lavoro rende liberi, L'Italia è una Repubblica fondata sul... e L'Alchimista al Teatro di Documenti; Sinfonia d'autunno al Teatro Eliseo.

Perché uno stage di critica teatrale? Per cinque motivi fondamentali:

  • formare e valorizzare nuove figure professionali nella prospettiva del superamento della critica come racconto lineare dello spettacolo dal vivo;
  • praticare una scrittura critica che accetti lo stimolo dello spettacolo - come opera d'arte autonoma del testo - e se ne allontani nella speranza di poterla almeno sfiorare;
  • affermare la preminenza della scrittura scenica rispetto alla parola scritta, senza tuttavia disconoscere l'esistenza di tante forme di teatro;
  • gettare le basi per la costituzione di un nucleo di giovani critici capaci di andare al di là della disamina dello spettacolo e di mettere a confronto il processo di produzione con l'oggetto artistico, rendendo conto dell'uno e dell'altro in tutte le implicazioni formali, metodologiche e sostanziali;
  • riconoscere al critico la qualifica di scrittore.

God Save The Punk
ideazione di Carmen Giardina
testo di Marco Odino, Carmen Giardina ed Aldo Vinci
progetto musicale di Pivio e Aldo de Scalzi
impianto scenico Sergio Gazzo
costumi Eva Coen
con Nicole De Leo, Fabio Gomiero, Enrico Salimbeni
Teatro Vascello, 6 – 30 marzo 2008

Recensioni

Michele Blasi

Una pièce a teatro, ma non teatrale quella tenutasi al teatro Vascello dal 6 al 30 marzo. God save the Punk, di Carmen Giardina, Aldo Vinci, Sergio Gazzo, con Enrico Salimbeni, Nicole De Leo, Fabio Gomiero, è un resoconto abbastanza dettagliato del genere musicale Punk. Completamente sommerso da una sequenza ininterrotta di musica punk, questa sorta di documentario espone gli avvenimenti di importanti personalità appartenute alla storia della musica del novecento: Lou Reed, Sid Vicious, Nico. Lo fa intrecciando aspramente testimonianze, racconti, luci, immagini, in un groviglio a volte caotico, rumoroso, pedante.

Discutibile l'uso delle nuove tecnologie che non favoriscono l'azione e lo sviluppo dell'azione. Lo spazio è minimamente organizzato. Qua e là strumenti musicali che non vengono minimamente utilizzati. Sul palco incombono degli schermi di notevoli dimensioni sui quali vengono proiettati video di concerti, ma anche foto che mostrano la degenerazione che causa l'abuso di droghe. Queste sono, però, spesso ripetitive e tendono a concentrare l'attenzione dello spettatore su di esse, distraendolo dal testo che i tre attori, costantemente presenti, ripetono, imitando gli atteggiamenti dei grandi del Punk e raccontandone la vita in modo lineare e didascalico. Per cambiare personaggio si cambia giacca, si parla in modo differente per significare l'azione che muta. La ragione prende il sopravvento. Le parole dicono tutto. Le luci abbagliano. Le immagini scorrono inutilmente. La musica esaspera. E i significati? Le emozioni? E l'arte?

L'arte del teatro non ha bisogno di luci stroboscopiche, immagini fantasticamente digitalizzate, effetti ottici sensazionali. Tra palcoscenico e platea ci deve essere uno scambio reciproco di sensazioni, di emozioni, di esperienze. Il "baratto", come ricorda Eugenio Barba, è fondamentale. Lo scambio, anche se questo avviene in un luogo deputato, deve esistere affinché il duro lavoro dell'attore sia assolto. Ma, perché questo avvenga, occorre una indiscussa capacità nell'organizzare il processo di comunicazione e di espressione artistica.. Occorre lavorare sulle azioni fisiche che portano con sé emozioni, sentimenti, energia e pensiero poetico. Le parole nel dire tutto, non dicono niente.. Tutti gli abbellimenti esterni, sono inutili.

Il teatro deve resistere alla tentazione di lasciarsi sedurre dalla digitalizzazione, dalla informatizzazione, dalla omologazione con tutte le arti. L'arte del teatro, l'arte dell'attore è l'arte del saper produrre energia. Quell'energia che deve essere percepibile; deve rimanere impressa nelle menti e nei cuori degli spettatori. Lo spettatore deve uscire dalla sala con degli interrogativi, con dei dubbi. Dio salvi il Punk? Dio salvi il teatro.

Carlotta Morri

"Please kill me" è lo slogan provocatorio che da il titolo al libro di Gilliam McCain e Legs McNeil, da cui è tratto lo spettacolo di Carmen Giardina, Aldo Vinci e Marco Odino. La storia del punk attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti arriva in teatro e, a contatto con un ambiente che fu tendenzialmente estraneo al movimento, risulta in apparenza smorzata nei toni fin dal titolo: God save the punk. Dio salvi il punk,dunque, se è in grado di farlo. E salvare il punk, o meglio resuscitare per un'ora e mezza quel movimento che, scritte sui muri a parte, sembra essere stato esaudito nella gridata invocazione (please kill me!) pare la missione del gruppo genovese in scena al teatro Vascello.

Dopo essere rimasta "folgorata" dal libro, la Giardina prova, insieme ai suoi collaboratori, a fornire al pubblico una storia esaustiva d'un movimento che in realtà negava tale esaustività in quanto rigore concettuale, giocando su una fascinazione irrazionale, esercitata per lo più per negazione, paradosso, gusto per il dis-gusto e via dicendo.

Forse proprio qui sta il primo limite dello spettacolo ossia l'oscillazione tra il voler trasmettere il malessere, le contraddizioni, gli eccessi di una generazione di giovani pronti a distruggere il mondo e la propria vita pur di non morire di noia, e allo stesso tempo mettere in scena qualcosa di ordinato, organico, consequenziale, regola a cui ha dovuto certamente sottostare la pagina scritta (tanto più che si tratta di un saggio), ma che il teatro ha il grande potere di trasgredire con ogni mezzo possibile, con tutto il fascino che ne consegue.

Insomma viene da chiedersi se la messa-in-vita delle testimonianze di Lou Reed e soci possa passare davvero solo attraverso la parola re-citata, coadiuvata dalla musica (pleonastica in partenza, inevitabilmente quella musica) o non fosse preferibile trasmettere attraverso tutti i codici che il teatro possiede quell'atmosfera di euforia,angoscia a tratti poetica (pur nella negazione della poesia) da cui è scaturito il punk.

Si sceglie invece di raccontare la stagione del punk attraverso la descrizione dell'elettroshock di Luo Reed, la storia di Sid e Nancy, la morte della musa Nico,passando naturalmente per l'autopsia di band come Clash, Ramones etc.

I tre giovani attori si alternano nel racconto di un personaggio alla volta,tutti rigorosamente in proscenio, a favore di un pubblico che si presuppone così sordo a stimoli e suggestioni da necessitare della favola in forma di tirata.

Allora non si crede che Dio ce l'abbia fatta a salvare il punk in quanto movimento di rottura,di contestazione del salotto borghese, di contro-cultura.

Se è vero che il punk non è stato solo un fenomeno musicale,ma ha segnato profondamente anche il tessuto sociale, allora la traduzione scenica avrebbe dovuto trovare mezzi più incisivi della puntina graffiante su un disco roto dei clash, per comunicarci tale atmosfera di fermento, innovazione. Non è così per l'utilizzo dei codici sonori, imprescindibile verrebbe da dire dato l'argomento, che non sembra però muovere da criteri di necessità. Così la cover di my way dei sex pistols, perfect day di Luo reed (e qui si rischia la citazione, perché la stessa canzone fu sottofondo di una scena troppo cruciale per non essere ricordata del film generazionale Trainspotting,che sicuramente meglio veicolava il nichilismo di cui qui si è tentato di dare un'idea) e le altre si ritrovano a fare da contorno riscaldato in quattro saltelli. Si passa poi dalla padella alla brace della videoscenografia, eccessivamente documentaristica, ripetitiva, avrebbe dovuto forse nelle intenzioni inter-agire con la performance degli attori, il problema è che in scena manca l'azione: quando i personaggi non parlano , sono per lo più immobili o passettanti sur pla'ce, inquieti, forse a simulare l'effetto di una qualsiasi delle droghe citate.

L'interpretazione, la cui convinzione è affidata per lo più al tono di voce urlato, risulta caricaturale, incapace però di autoironia, non gioca con se stessa né col pubblico; l'unico giochino è quello reiterato sulla dubbia sessualità dei personaggi,coadiuvato dalla presenza in scena di un'androgina Nicole De Leo che interpreta a turno l'uomo,la donna,il transessuale. Si alternano in ruoli diversi anche Salimbeni e Gomiero, ma i personaggi risultano troppo simili l'uno all'altro - tossicodipendenti,violenti,tendenzialmente bisessuali - perché siano riconoscibili. Affiora persino una Patty Smith che, totalmente privata di quell'alone di misticismo, di poesia alla Morrison- Rimbaud, risulta riconoscibile solo dalle indicazioni didascaliche che gli attori non mancano mai di darci.

Manca l'apertura, quel margine di mistero,di libera interpretazione che in uno spettacolo di giovani per giovani ritengo fosse dovuto.

Insomma è triste constatare come un gruppo di lavoro giovane che si pone come obiettivo quello di portare in scena un movimento di rottura,di contestazione rifiuti poi la sfida di una realizzazione, "alternativa"alla strada maestra, si nasconda nel fumo, nelle luci da concerto, strizzi l'occhio a un certo teatro di narrazione immune da sperimentazione, si rifugi nel documentarismo.

Peccato, perché l'idea d' uno spettacolo in qualche modo anche attuale e "sociale" si intravede sugli schermi di Sergio Gazzo, dove a tratti vengono proiettate le immagini della guerra in Iraq- un' eco lontanissima di una lavoro alla Piscator?- ma per il resto non sembra proprio voler andare oltre, come se la strada, che pure da certi registi era stata indicata, fosse troppo in salita.

Il punto forse è proprio questo, che la strada della sperimentazione non si faccia via crucis che conduce all'epitaffio finale autocelebrativo (con tanto di lapidi proiettate in chiusura di spettacolo) che ci si proietti invece in avanti, traendo dal punk (da ogni punk, inteso come movimento di rottura, di "avanguardia") gli stimoli e le suggestioni per andare oltre, tralasciando la necrofilia compiaciuta così come il "salviamo il salvabile" per cercare invece di ri-creare qualcosa.

Daria Mazzanti

"God save the Queen" è l'inno nazionale ufficiale del Regno Unito, ed è stato anche il titolo del secondo singolo della band punk Sex Pistols. Questa canzone è stata oggetto di molte polemiche, poiché ritenuta diffamatoria nei confronti della Regina che nel brano veniva paragonata al regime fascista.La band fu arrestata per aver suonato la canzone provocatoria da una barca sul Tamigi, proprio di fronte al Westminster Palace il Jubilee Day of Queen.

Aneddoti come questo sono la sostanza di cui si nutre lo spettacolo God save the Punk messo in scena dal 6 al 30 Marzo al teatro Vascello e diretto da Carmen Giardina, che insieme a Marco Odino e Aldo Vinci ( il quale ha fatto anche da aiuto regista) ha scritto il testo, tratto liberamente da "Please kill me"di Legs McNeil e Gillian McCaiN.

Lo spettacolo, come facilmente intuibile dal titolo, si propone di raccontare attraverso il teatro il fenomeno sociale, culturale e musicale del punk, che a partire dagli anni 70 ha coinvolto, soprattutto in Inghilterra, intere generazioni di giovani.

Il teatro però "è assente" dalla scena di God save the Punk, dove un'onda di discorsi logorroici travolgono e non lasciano spazio alla fantasia e all'interpretazione dello spettatore, che inchiodato alla sua sediolina non ha scampo, l'unica attività mentale che può svolgere è riceve per un'ora intera informazioni e storielle alla MTV e contemporaneamente resistere alla tentazione di alzarsi e andarsene.

l teatro permette di utilizzare codici espressivi di diversa natura ognuno dei quali è necessario al risultato finale. In questo caso l'interazione dei vari elementi non riesce ad aggiungere nulla al testo parlato.

Gli attori (Enrico Salinbeni, Nicole De Leo, Fabio Gomiero) si muovono con gesti dispersivi e frenetici, fermandosi ogni tanto per passare la parola al mezzo tecnologico (come farne a meno?) presente in un impianto scenico con 200 m2 di proiezioni video (installato da Sergio Gazzo), che mostra in immagini di repertorio ciò che viene vomitato con intonazioni poco convincenti che vorrebbero essere rabbiose,dure e provocatorie come quelle dei veri punk.

La prova attoriale si impegna, senza apportare alcun senso nuovo e diverso dalla mera citazione di fatti reali, nell'imitazione di personaggi e cantanti icona della cultura punk, tra i quali: Iggy Pop, Lou Reed, Sid Vicious, Jhonny Thunders e Nico.

God save the Punk si affida tutto all'atmosfera e alle suggestioni che il mito del punk porta con sé, utilizza materiali di repertorio senza quella manipolazione necessaria per scavare oltre la pura descrizione, oltre il raccontino che rimane in superficie. Insomma, il punk afferma la filosofia del "no future", ma questo spettacolo l'ha presa un po' troppo alla lettera.

Pugni di zolfo
scritto diretto e interpretato da Maurizio Lombardi
Aiuto regia Chiara Andreis
Ambientazioni Sonore Vanni Cassori
Voce Teresa Fallai
Teatro Vascello

Recensioni

Antonina Margeri

Un pugile, nel suo spogliatoio, alla fine di un incontro, medita sulla sconfitta appena subita. Nel silenzio fischietta una canzone, la ninna nanna materna. I ricordi cominciano ad affiorare alla mente e da sbiadite immagini divengono corpi in carne e ossa. Il pugile si ritrova nella sua terra natale, la Sicilia, a parlare con i fantasmi della sua infanzia - la madre, la nonna; a ricordare zio Vito e la sua triste fine nelle "zubbie", le miniere di zolfo dove tutti i "carusi", i bambini, erano costretti ad andar a lavorare. E anche a lui sarebbe toccata la stessa sorte se la madre non l'avesse sottratto da quell'infausto destino, mandandolo via, lontano, a cercare fortuna altrove. La rivalsa nei confronti della vita arriva così attraverso la box. L'uomo-pugile perde, cade, ma sempre si rialza e continua a scagliare pugni.

L'istrionico Maurizio Lombardi, autore, regista e attore dello spettacolo Pugni di zolfo, è straordinario nel riuscire a disegnare lo spettacolo solo con l'utilizzo del suo corpo e pochi altri oggetti di scena. Un tavolo di legno, due guantoni da box, delle candele, ogni oggetto è necessario per la messa in scena del testo. Unico attore, riesce a restituirci un ventaglio di personaggi, in maniera credibile, facendo un grande lavoro sul corpo e sulla voce. La regia va di pari passo con il testo e si sviluppa sul versante intercodice. Così possiamo individuare tre momenti. Il primo in cui ogni oggetto rimanda al suo significato, come il tavolo su cui il pugile è seduto. Poi, una volta che i ricordi cominciano a essere evocati dal pugile, che diventa narratore della sua infanzia, gli oggetti sono riutilizzati in funzione evocativa: così il tavolo diventa il letto della nonna. Il terzo momento è la messa in scena del racconto, come se stessimo assistendo a uno spettacolo nello spettacolo: il pugile è sparito e, sotto il tavolo diventato la cava di zolfo, ritroviamo zio Vito. Il trucco, che disegnava sul corpo dell'attore le ferite del pugile, con il sudore si è sciolto e il nero rimasto diventa lo sporco sul volto dei lavoratori nelle miniere. Persino il sudore, che era prima del pugile, risulta coerente per la rappresentazione del nuovo personaggio. Le gambe del tavolo di legno diventano le travi della cava di zolfo, che opportunamente spinte dall'attore, scricchiolano macabramente, svelandoci la rovinosa fine. Le luci sono usate in funzione espressiva e non servono solo ad illuminare il corpo, ma sottolineano il dramma e contribuiscono a creare senso.

Il corpo dell'attore si muove mirabilmente nel piccolo spazio claustrofobico della cava sotto il tavolo, riempie il vuoto. La parola diventa corpo e lo spettatore viene trasportato in un mondo altro dove i tavoli scompaiono e si materializza, in uno spazio magico, una cava di zolfo. Potere evocativo del teatro, suffragato dalla bravura dell'attore. Ottimo esempio di come il teatro sia corpo e come anche la parola abbia una consistenza materia.

La bellezza di Pugni di zolfo sta nella scrittura scenica. Sta nel corpo atletico, che utilizza ogni muscolo per compiere ogni azione messa in preventivo. Sta nell'atto totale dell'attore.

L'alchimista
tratto dal libro di Paulo Coelho
di Andrea Coco
costumi Roberto Brancato
sound designer Francesco Catucci
con Alessandro Girami
Teatro di Documenti, 8 – 13 aprile 2008

Recensioni

Antonina Margeri

"Venghino, venghino, signori e signore lo spettacolo sta per cominciare". Il luogo magico sforna e partorisce scintille di magia che invadono le strade e indicano il cammino come lanterne nella notte. Il trucco dura poco, la magia è svelata, non troppo a lungo retta dai nostri artisti. Il fugace intervento di animazione, strumentale e non strategico, ha il solo compito di dividere il pubblico. Poi bianco avorio, colori pastello, rosa antico, celeste. Specchi, caschi , legno, confetti, cartongesso, cuscini. Porte di legno e vetro che si aprono, cunicoli, grotte, scale, carrucole. La meraviglia senza il meraviglioso. La meraviglia è del luogo non degli spettacoli.

Nell'ambito della rassegna Teatro dell'Assistere, Teatro del Partecipare, Teatro della Libera Scelta, ogni sera vengono messi in scena tre BREVI, della durata di venti minuti ciascuno. Gli spettacoli di Anna Ceravolo L' Italia è una Repubblica fondata sul...(tragedia) e Il lavoro rende liberi (commedia), che vanno in scena tutte le sere e per tutta la durata della rassegna, affrontano il delicato problema delle morti bianche e si svolgono contemporaneamente in due sale differenti. Alla fine di questi va in scena il terzo spettacolo.

Il lavoro rende liberi (commedia), è un monologo in dialetto veneto, testo e messinscena di Anna Ceravolo. All'inizio, quell'abissare di specchi, quelle pareti scorrevoli, sono azioni prive di una reale necessità scenica: accendono aspettative che vengono disilluse. Sappiamo che in un'altrove sconosciuto altri spettatori stanno assistendo a un altro spettacolo. L'orecchio cerca sempre quell'altrove dove l'occhio vorrebbe ma non può andare. Rumori di passi frenetici, piccole urla soffocate, cigolii di carrucole, cominciano a provenire dall'altra stanza e mi chiedo se ho preso la decisione giusta a seguire l'attrice, Domitilla Colombo, fin qui anziché seguire gli altri, in quell'altrove sconosciuto. Immagino colori, danze, moltitudini di gente che balla insieme, senza alcun confine tra il pubblico e gli attori. Finzione e realtà si mischiano per restituirmi bellezza. Di tanto in tanto i pensieri sono distratti da qualche consonante gutturale, tipica del dialetto veneto, ma riesco ad escluderle facilmente per poter tornare a carpire quante più informazioni possibili dallo spettacolo che mi sto perdendo. L'attrice si è ormai dissolta come volute di fumo, la mente ricomincia a vagare. D'un tratto, fievoli applausi. Lo spettacolo è terminato.

Alla fine il ricongiungimento c'è stato. Gli spettatori, ritrovati, vengono condotti in un altro luogo. Ha inizio L'Alchimista. È la storia di un'iniziazione, tratta dal celebre romanzo di Coelio. Ne è protagonista Santiago, un giovane pastorello andaluso il quale, alla ricerca di un tesoro sognato, intraprende quel viaggio avventuroso che, al di là dello Stretto di Gibilterra e attraverso tutto il deserto nordafricano, lo porterà fino all'Egitto delle Piramidi. Durante il viaggio, e grazie al vecchio Alchimista, il giovane impara a riconoscere i "segni"e a compiere la propria legenda Personale.

Ma anche questa volta l'attesa dell'assistere, che ha avuto il solo merito di svelarci un altro antro, un'altra sala di quella meraviglia architettonica che è il Teatro Dei Documenti, è stata totalmente disillusa. Di fronte a un piccolo palcoscenico all'italiana, lo spettatore si trova ad assistere a uno spettacolo autoriale dove il regista, Andrea Coco, si limita esclusivamente ad una trasposizione testuale. Il lavoro di regia ha provato in maniera approssimativa a svilupparsi sul lavoro intercodice e multicodice, ma il risultato è insoddisfacente perché i pochi oggetti di scena rimangono, quasi sempre, puri arredi tranne in alcuni sporadici casi. Esempio il bastone del pastore che è 7 pecore o la scala che è anche prua della nave e sbarre che imprigionano. Il che non consente di parlare di forme espressive , ma di forme morte, prive di fascino e di valore poetico.

L'attore, Alessandro Girami, non lavora sulle azioni fisiche ma su movimenti e gesti, con il risultato di un comportamento "naturale", trasferito dalla vita alla scena, tipico del teatro mimetico.

Il Teatro dei Documenti, strettamente imparentato con gli edifici teatrali rinascimentali, formato da antiche grotte secentesche scavate nel monte Testaccio, è stato definito un miracolo di architettura. Eppure, lo splendore di questo Teatro si accompagna ad estrema semplicità e povertà di materiali, perché la bellezza non è sinonimo di lusso, né l'armonia di sfarzo. Questo teatro è la manifestazione tangibile di un'evoluzione artistica, che ha come punto fermo quello di voler essere un teatro testardamente popolare, per tutti, un "teatro della partecipazione" in cui lo spazio tra spettatore e attore non sia diviso, ma condiviso. Purtroppo questi spettacoli non gli rendono giustizia e tradiscono il progetto originale.

Enrico Piergiacomi

Domenica 14 aprile ho assistito a due spettacoli presso il Teatro dei documenti, fondato dallo scenografo Luciano Damiani. Il primo, L'Italia è una repubblica fondata sul..., era un'installazione spettacolo di Anna Ceravolo dedicato al fenomeno quotidiano degli incidenti sul lavoro degli operai, con la conseguente denuncia delle manipolazioni e del disinteresse della stampa. Il secondo era la trasposizione teatrale de L'alchimista di Coelho ad opera di Andrea Coco, la storia del viaggio di un pastore al tempo reale e simbolico della ricerca di un tesoro e della felicità.

I due spettacoli sono nati in seno ad un progetto organizzato proprio dal Teatro di documenti. Esso prevedeva la realizzazioni di spettacoli che tenessero conto dello spazio scenico, al fine di trasformare lo spettatore in un soggetto attivo. Al di là delle buone intenzioni, gli spettacoli hanno assunto un impianto rigorosamente tradizionale.

L'Italia è una repubblica fondata sul... ha soddisfatto maggiormente l'aspetto partecipativo. Due attrici hanno cercato di convincere i presenti ad assistere al proprio spettacolo sugli operai, uno comico (Il lavoro rende liberi) ed uno tragico (L'Italia è una repubblica fondata sul). La scelta non era realmente offerta, giacché si trattava di un preludio utile a dividere gli spettatori in due gruppi. Dopo questo fugace coinvolgimento iniziale, tutto è rientrato nella norma. La ragazza della tragedia ha guidato un gruppo lungo dei cunicoli sotterranei fino ad un palcoscenico all'italiana. Una volta preso posto a sedere ed abituatosi alla scarsa luminosità, il pubblico ha gradualmente percepito con rammarico la separazione della scena dalla platea. E benché gli attori si rivolgessero direttamente a loro, essi erano in tutto e per tutto distanti da loro.

Dal punto di vista drammaturgico, L'Italia è una repubblica fondata sul... era perso in partenza. Più una denuncia orale della società che un dramma, e pochissimi i fatti. Cambiamenti, riscatti, ammirazioni meritano i lavoratori che hanno consentito e consentono all'intelligenza di svilupparsi, più che di spettacoli peraltro costruiti intorno a eventi risaputi.

Anche L'alchimista non ha suscitato partecipazione, ma ha usato con più sapienza i suoi mezzi. Lo spazio scenico ogni tanto mutava. Gli oggetti da attrezzeria diventavano codici espressivi: un bastone si trasformava in sei pecore, una grata era ora l'entrata diroccata di una chiesa ed ora il carro di una zingara. Ma tutto ciò non è stato sfruttato fino in fondo e si è verificato peraltro piuttosto di rado. Quanto alla comunione tra pubblico ed interprete ho visto un attore scendere dal palco, girare per pochi secondi intorno al pubblico ed interagire con una coppietta per chiedere un'informazione. Ma il gesto era scialbo e non pertinente con la storia.

L'attore non controllava affatto il corpo, sbatteva le mani in continuazione ed urlava di gola. Molti passaggi non erano chiari per chi non conosceva il testo; per esempio non si capiva che il pastore era stato derubato dai beduini da cui aveva comprato il cammello. L'alchimista faceva anche uso di un impianto visivo, che però non serviva ad altro che ad evocare i luoghi della vicenda. La rielaborazione drammaturgica del libro non ha aggiunto assolutamente nulla, si è limitata a trasferire la vicenda sulla scena in maniera confusa e poco significativa.

Le idee di Damiani mi sembrano concrete, innovative e realizzabili. Basterebbe un uso più sapiente delle potenzialità che questo teatro offre.

L'Italia è una Repubblica fondata sul... (tragedia)
Il lavoro rende liberi (commedia)
ideazione impianto dell'installazione spettacolo di Carla Ceravolo
testi di Anna Ceravolo, regia di Danilo Gattai
con Nadia Brustolon, Sabrina Ceccobelli, Pasquale Crispino, Elena Giestri, Maria Cristina Maccà
messinscena commedia Anna Ceravolo
con Domitilla Colombo e la partecipazione straordinaria di Karihua Ferrero
Teatro di Documenti, 8 aprile – 11 maggio 2008

Recensioni

Letizia Caito

Dall'otto aprile all'undici maggio il Teatro Dei Documenti ha ospitato il progetto speciale "Teatro dell'assistere - Teatro del partecipare - Teatro della libera scelta". Questo spazio teatrale, fonte di ispirazione e drammaturgia, scenografia essenziale ed eco che avvolge poeticamente, è stato costruito da Luciano Damiani con l'intenzione di stabilire un rapporto innovativo tra pubblico ed attori, di partecipazione attiva e di condivisione dello spazio.

La drammaturga Anna Ceravolo, nell'ambito di tale rassegna, ha messo in scena due installazioni-spettacolo sulle morti bianche. Questo tema, nodo irrisolto della vita del nostro Paese, è stato rappresentato sia come dramma che come commedia. Due attrici, Nadia Brustolon e Domitilla Colombo, interpretavano rispettivamente il ruolo della Tragedia e della Commedia: accoglievano il pubblico cogliendolo di sorpresa mentre aspettava ancora nell'androne del teatro, ed ognuna cercava di attirarlo alla propria versione. Mentre la Commedia spingeva i suoi prescelti nella stanza contigua con sfacciata allegria, la Tragedia, suadente, conduceva gli spettatori, me compresa, attraverso i corridoi labirintici e scuri del teatro fino a raggiungere le ampie volte delle stanze sotterranee.

Il coinvolgimento "attivo" del pubblico però si esauriva in questo iniziale percorso. Anche i cappellini da minatore consegnati agli spettatori avevano un valore puramente ornamentale: gli intenti della rassegna sono rimasti al margine. Né tanto meno sono state colte le diverse possibilità e suggestioni offerte da un teatro così particolare.

La fantasia del regista Danilo Gattai è rimasta ancorata alla polvere di un cantiere e al buio di una miniera prima e dopo aver varcato la soglia dell'edificio. Lo spazio scenico era un quadratino illuminato a giorno che tagliava fuori l'estensione ben sviluppata dell'architettura. Le strutture murarie sono state usate solo per definire le quinte, e per creare banalmente qualche nascondiglio in un'ipotesi appena abbozzata di vedo-non vedo. Così, laddove la proposta scenica ideata da Luciano Damiani aveva abbattuto la separazione tra platea e palcoscenico, questo spettacolo l'ha ripristinata, creando una sorta di vetro, immaginario e infrangibile, tra attori e spettatori.

Il testo drammaturgico è scarno ed efficace, costruito sulla parola e sulla frase molto breve, e produce flash e rimandi come cerchi nell'acqua bucata da un sasso. Frammenti di vita in fabbrica, storie di dita mozzate e desideri mozzati, brevi accenni di compagni e di multinazionali in una quotidiana rassegnazione senza tempo. Un testo, dunque, che nasce come un insieme di schegge e che chiede azione e struttura. La regia però è stata decisamente carente in questo: le idee, che pure sembravano emergere, non arrivavano mai ad un effettivo compimento. In scena tutto era, insieme, aderente al reale e allusivo: sei attori-operai, con il volto semi-nascosto dalle polveri di detriti e di residui chimici come tanti Pierrot; una carriola, che diventava una panchina, un porta-pranzo e una bara-carrozzina su due ruote nei diversi momenti dello spettacolo.

Anche spunti interessanti non hanno raggiunto sufficiente forza e vigore. Quando l'alternarsi di luce e penombra scandiva la propaganda dell'immagine internazionale e all'avanguardia dell'azienda e i pensieri - un filo di voce - degli operai della catena di montaggio. Quando il rallenty della pausa pranzo creava una dimensione subacquea di sospensione, in cui la voce scura di un altoparlante incombeva con "motti, aforismi, ed altre amenità" sui diritti e la tutela dei lavoratori: articoli della Costituzione e del Codice Civile incastrati come pezzi di un puzzle con i dati statistici che ne smentivano l'effettiva realizzazione. Sul contrasto tra i due piani, quello ideale e quello reale, la scena si è congelata in un'impossibilità di azione che è paralisi sociale e immobilismo senza speranza, e dunque già morte. A tratti, onomatopee da ingranaggi si intrecciavano a canti che riempivano l'intero spazio, in una dimensione corale assai coinvolgente, sebbene mancasse il sostegno di un' altrettanto solida trama di azioni sceniche.Gli attori ripetevano la loro parte con impegno e adesione ma senza stomaco corpo, non emozionavano. La Tragedia era sardonica e cinica in maniera piuttosto stereotipata. Il suo ingresso come deus ex machina è una proposta povera e poco originale anche se, associato all'uso di articoli di legge come testo drammaturgico, è stata una soluzione efficace per evitare il rischio di cadere nella demagogia delle massime e delle lezioni.

Questo spettacolo è uno strumento di conoscenza e di sensibilizzazione che non diventa mai didascalico. Ma, purtroppo, non arriva neanche a diventare poetico.

Daria Mazzanti

Al Teatro di Documenti sono state presentate due installazioni: L'Italia è una Repubblica fondata sul... (tragedia);Il lavoro rende liberi (commedia).L'ideatrice è Carla Ceravolo, i testi sono di Anna Ceravolo per la regia di Danilo Gattai. Progetto di riferimento Teatro dell'assistere -- Teatro del partecipare : Teatro della libera scelta.

Il Teatro di Documenti è un luogo suggestivo, che si estende in lungo e in largo attraverso cunicoli, passaggi e sottopassaggi, ricorda le tane degli gnomi o i nascondigli dei giganti. Nasce dal progetto di Luciano Damiani, scenografo e uomo di teatro, che ha plasmato e costruito, tra gli scavi e le grotte secentesche scavate nel Monte Testaccio, una struttura architettonica imparentata con gli edifici teatrali rinascimentali. Scopo fondamentale, ipotizzare un teatro fondato sul rapporto di coinvolgimento fisico/mentale tra attore e spettatore.

Un tentativo di coinvolgimento, ma forse è più corretto parlare di un tentativo di animazione, c'è stato inizialmente quando due attrici, una tragica e l'altra comica, hanno diviso il pubblico in due gruppi.Mi hanno messo in testa un cappello giallo da cantiere e via verso i piani bassi, giù in fila dietro altri cappelli gialli per un cunicolo stretto che odorava di muffa.

Lo spettacolo L'Italia è una Repubblica fondata sul.... era basato su una tessitura di movimenti e lamenti ritmati che sono riusciti a comunicare il dolore delle morti sul lavoro. Lo spettatore è stato lasciato fuori dalla rappresentazione. Teatro dell'assistere.

Dopo la presentazione delle due installazioni gli spettatori si sono riuniti per assistere ad un "viaggio visionario": l'Alchimista, tratto dal libro di Paulo Coehlo, per la regia di Andrea Coco, con Alessandro Girami. Il libro mi aveva consentito di spaziare con l'immaginazione, di figurarmi distese desertiche e danze zingare che coloravano la notte. Lo spettacolo di Andrea Coco ha trasposto la parola scritta in racconto parlato senza portare con sé ombra di mistero e di poesia. Alessandro Girami, unico attore, è stato capace di sostenere tutto il racconto interpretandolo con passione, ma il risultato è stato quello di una favola molto lunga raccontata tutta d'un fiato con effetto di superficialità. Tra il teatro dell'assistere e il teatro del partecipare il progetto prefigurava la libera scelta. Non solo è venuta meno la scelta, ma è venuto meno il teatro.

Carlotta Morri

La messa in scena dei testi di Anna Ceravolo trova spazio all'interno della rassegna "teatro dell'assistere,teatro del partecipare,teatro della libera scelta", facile quindi intuire che l'innovazione di tale rappresentazione risieda più che altro nel tentativo di creare un nuovo rapporto col pubblico. Insomma l'idea è quella dell'abbattimento della "quarta parete", che fu tipica della avanguardie storiche in ambito teatrale, e che qui si tenta di rideclinare con l'aiuto del luogo teatrale in cui avviene la rappresentazione o,per meglio dire,per cui il testo è stato scritto. La Ceravolo infatti, amica di Damiani, scrive il suo testo per rappresentarlo nel Teatro di Documenti, fondato appunto dallo scenografo recentemente scomparso (ricordato per lo più per la sua lunga e fruttuosissima collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano,in particolare con Giorgio Strehler), con la collaborazione del celebre regista Luca Ronconi e del compositore Giuseppe Sinopoli. Tema delle due rappresentazioni/installazioni è quello,attualissimo, della morte sul luogo di lavoro,affronata da due diverse prospettive: una tragica ("L'italia è una repubblica fondata sul...") e una comica ( "il lavoro rende liberi"); la sensibilizzazione su tale tema non è però affidata alla retorica d'un testo particolarmente dettagliato e enfatico o schierato,ma più che altro a quel coinvolgimento del pubblico di cui sopra che forse ora occorre spiegare: Gli spettatori vengono coinvolti fin dal loro ingresso nel foyer, dove viene chiesto di indossare loro i caschi gialli, emblema della sicurezza (o presunta tale) sul lavoro, giungono poi due attrici che dividono gli spettatori in due gruppi e li conducono attraverso cunicoli,scale e altre strutture praticabili di grande suggestione, in due diverse sale,dove hanno luogo simultaneamente entrambe le rappresentazioni.

Non è previsto però uno "scambio",perciò allo spettatore è dato di assistere a una sola rappresentazione,in maniera del tutto casuale. Il coinvolgimento dello spettatore però, purtroppo,finisce qui perché, una volta seduto, si ritrova ad assistere a una rappresentazione (corale nel caso della tragedia, un monologo nel caso della commedia) che non tiene più conto di lui, che mira a impressionarlo attraverso una recitazione enfatica fatta di frammentazione linguistica (un vaghissimo eco di Bene?) e onomatopee, per poi essere abbandonato a se stesso per un intervallo che probabilmente passerà a domandarsi cosa si è perso nell'altra sala.

Se il tentativo di coinvolgimento del pubblico, secondo quello che fu l'ideale anche di Damiani, si può definire monco per quel che riguarda le installazioni della Ceravolo, non è ingiusto definirlo nullo nel terzo "corto" della serata: un atto unico tratto dal celebre romanzo di Paolo Coelho "l'alchimista", riadattato e interpretato da Alessandro Girami. Qui,se ci si concentra sulla rappresentazione, è facile dimenticare la suggestione delle grotte,degli anfratti, dei cunicoli che si hanno intorno, di cui l'attore per primo non tiene conto: ci si potrebbe trovare infatti in una qualsiasi sala tradizionale dove la suggestione della trasposizione d'un romanzo contemporaneo (ormai forse "troppo" di moda,penso ad esempio a "sostiene Pereira" di Tabucchi, interpretato quest anno da Paolo Ferrari) viene affidata esclusivamente alla parola. L'attore improvvisa una corsetta tra il pubblico,senza però mai coinvolgerlo, ci narra un racconto,ma i simboli in esso contenuti non sono resi né da un uso espressivo delle luci,né da un utilizzo dei codici sonori. Nemmeno lo spazio (né quello del teatro,né quello dell'altissimo corpo del attore) viene sfruttato in tutte le sue potenzialità. Ciò che rimane è dunque una riproposizione d'un best seller, che mi pare un po' in contraddizione con lo spirito dello stesso luogo teatrale in cui è proposta: un luogo di ricerca,innovazione, per un pubblico d'elite,consapevole e pronto a un coinvolgimento vero e non solo "sulla carta".

Manuel Cazzoli

L'italia è una repubblica fondata sul... e Il lavoro rende liberi. Si muore di lavoro è l'argomento principe dell'inflazione mediatica ed è riposto talmente spesso sotto gli occhi di ognuno da divenire inautenticamente comune. Così il tema della morte, unica prova di autenticità della vita umana che può meditarlo, viene svuotato della sua essenza nel venir 'chiaccherato': al massimo diviene facilmente ideologia. Ora i testi di Anna Ceravolo cercano di ricreare la denuncia facendola vivere in teatro, forse con la volontà di cancellare la barriera posta dall'obbiettivazione estraniante per restituirne l'autenticità vitale.

L'opera, che si ramifica in due direzioni, una tragica e l'altra comica, trova il suo 'luogo' di realizzazione al Teatro di Documenti ideato da Luciano Damiani. Questo nella sua esistenza effettiva e materiale, come spazio articolato e inusuale, dovrebbe vestire il ruolo di chiave di volta della scrittura drammaturgica o della scrittura scenica: un insieme di cunicoli e grotte, una struttura labirintica che si sviluppa in orizzontale e in verticale rompendo i paradigmi di una teatralizzazione canonica. Insomma quello che Damiani aveva pensato come laboratorio di creazione, diventa per lo spettatore uno spazio unico in cui la partecipazione all'evento teatrale che si impone e diventa organica alla realizzazione dello spettacolo.

Ecco che una volta giunti all'interno del teatro gli attori dividono gli spettatori in due gruppi, conducendoli in due sale diverse. Gli attori scompaiono e riappaiono sotto altre vesti. Perché questa cesura? Lo spazio allora non è considerato come corpo espressivo della rappresentazione? Perché? Attacca il prologo. Poi, cinque sequenze che scandiscono l'azione tragica. Attraverso una impostazione contrappuntistica delle voci il coro introduce la situazione: interventi vocali brevi, pronunciati in modo incisivo alternati a silenzi profondi scandiscono questo parlare. Segue un dialogo tra il coro e un lavoratore: le due posizioni sono aggrappate alle dimensioni totalmente altre della fantasmagoria new-economista e della cruda realtà di un lavoro che si prospetta, sotto nuovi paradigmi, ancora come destino tragico per il lavoratore stesso. I dialoghi rendono pienamente la distanza tra le due parti. Il monologo del lavoratore dice delle speranze, della protesta, del tradimento, dell'infortunio. La problematica delle morti sul lavoro è affiancata da estratti di Codice Civile. Teatro di parola, in cui la parola dice tutto. Regia come trasposizione scenica del testo. Luci, suoni e costumi accompagnano quello che viene detto.

A seguire, abbiamo visto L'alchimista, ispirato all'omonimo scritto di Coelho e rivisto per il teatro da Coco e Girami. Si tratta di una vicenda incentrata sulla ricerca di se stessi attraverso un viaggio ricco di avventure. Con i costumi di Roberto Brancato e la cura del suono di Francesco Cantucci, l'azione dell'unico personaggio , interpretato da Alesando Girami, si svolge all'interno di uno spazio e tra strumenti che hanno la forza di codici espressivi. Un bastone diventa un gregge di sessanta pecore e una grata posta sul boccascena può assumere le vesti di un carro di zingara o del portico di una cattedrale diroccata. Ma questo non basta a prefigurare e giustificare un lavoro di tipo multicodice. Le luci illuminano le forme e le immagini hanno una funzione descrittiva. L'attore scende in platea, si aggira e tocca il pubblico: disturba, non coinvolge.

Sinfonia d'autunno
di Ingmar Bergman
scene e costumi di Aldo Buti
regia di Maurizio Panici
produzione Argot Produzioni
con Rossella Falk, Maddalena Crippa, Marco Balbi
Teatro Eliseo, 15 aprile – 4 maggio 2008

Recensioni

Letizia Caito

Sinfonia d'autunno è uno dei capolavori del regista Ingmar Bergman. Capolavoro perché "si posa" nel cuore di chi lo guarda con insostenibile delicatezza. Perché la tensione emotiva dei personaggi procede a piccoli passi in un crescendo di intensità, e si sprigiona fino a mettere a nudo con impeto i pensieri più reconditi e scabrosi, senza che l'opera perda la poetica misura del suo equilibrio d'insieme. Bergman stringe l'obiettivo sull'opaca quotidianità della casa di una canonica norvegese nei giorni in cui Eva, moglie del pastore, incontra dopo sette anni sua madre, Charlotte. [...]C'è come un fantasma, uno spettro che ti piomba addosso quando apri all'improvviso la stanza dei giochi dopo aver dimenticato che quella era la stanza dei giochi[...] Il rapporto problematico tra Charlotte ed Eva mostra come il legame tra madre e figlia sia controverso e determinante nella sua estrema peculiarità.

[...] non si finisce mai di essere una madre e una figlia [...] neanche da adulte, neanche se donne profondamente diverse per carattere e scelte di vita. Mondi tanto inconciliabili quanto imprescindibili come per le due protagoniste... Charlotte, egocentrica e completamente concentrata su se stessa, eppure angosciata dai sensi di colpa per essere stata una madre assente. Sarcastica e fiera nei modi, è in realtà debole e incapace di affrontare le situazioni più difficili, vittima di un'educazione familiare rigida che non l'ha abituata alla scoperta ed all'espressione dei sentimenti.

Eva, per la quale il vuoto lasciato dalla madre è tale che non ci sono parole che la convincano che è amata profondamente. È tormentata e insicura, eppure è una donna che non si arrende di fronte ai problemi . Ha la forza pervicace e silenziosa propria di chi ha conosciuto il dolore fin dal tempo dei giochi. Attraverso le vicende personali dei due personaggi, il rapporto madre-figlia si definisce come un'unica impronta che segna due vite e condiziona tutte le altre relazioni umane, nel loro complesso intrecciarsi. Così come agisce sul limite di quanto è nel nostro cuore e nei nostri pensieri, ma sfugge alle possibilità delle nostre parole o alla capacità dei nostri gesti, e rimane sospeso, come una sinfonia. O in una sinfonia...

Con questo film Bergman getta uno sguardo sull'imperscrutabile baratro che è la piccola vita di ognuno di noi. Sinfonia d'autunno è un film "rotondo" nel susseguirsi serrato delle immagini, che si nutre di primi piani alternati a inquadrature a grandangolo della Norvegia crepuscolare, e del silenzio di chi ascolta di nascosto, di una stanza rimasta vuota da anni, di un grido soffocato in un corpo contratto e abbarbicato su una sedia.

Una scrittura scenica che traduca un'opera cinematografica in un'opera teatrale ha bisogno che l'immagine diventi corpo, che prenda forma attraverso i codici e gli strumenti propri del teatro. Lo spettacolo tratto da Sinfonia d'autunno, con la regia di Maurizio Panici, è invece la mera trasposizione dalla pellicola allo spazio teatrale. Ricalca le scene del film riproducendole senza lavoro di sintesi né soluzioni creative e, per di più, presenta dei tagli netti come dolorose amputazioni. La fitta trama di ricordi, di parole sussurrate o taciute, sostanza volatile e fondamentale nell'opera cinematografica, viene considerata inessenziale nello spettacolo. Così come tutto ciò che non entra direttamente nel rapporto interpersonale tra Eva e Charlotte è considerato superfluo (ad eccezione di alcuni brevi episodi con Victor, marito di Eva). Perfino Helena, sorella di Eva e anello fondamentale della storia, viene solo nominata, non è mai coinvolta con la straziante tenerezza della sua fisicità malata-un racconto che non ha bisogno di parole.

L'unico sforzo registico consiste nell'uso del bianco. Sul palco tutto è bianco, o quasi. Il pavimento, le pareti, le quinte. Nella studiata essenzialità della scenografia, naturalistica ma strettamente funzionale alla scena, il divano e il pianoforte, entrambi legati a momenti cruciali del confronto fra le due donne, sono bianchi. Il bianco riflette come uno specchio ogni sensazione, amplifica l'emozione che vibra in ogni parola. Sembra sopperire alla mancanza dello zoom nel concentrare tutta l'attenzione sulla latente diatriba tra madre e figlia. Ancora, la luce "bianca" da neon, gelida e respingente, illumina la scena a giorno dal momento dell'arrivo di Charlotte e introduce naturalmente la tensione fra le due donne e la loro distanza, allontanando lo spettacolo dall'atmosfera casalinga del film, magari un po' stantia e polverosa, ma comunque intima e rassicurante. Tutto questo è interessante, ma nel complesso rimane freddo e poco coinvolgente.

Rossella Falk, nel ruolo di Charlotte, riempie lo spazio. Interpreta il personaggio con grande presenza e sfumature originali, colorandolo di una vena grottesca e vezzosamente svampita. Sembra quasi di sentire, quando oltrepassa le quinte, l'odore ingiallito di cipria e di acqua di colonia da signora borghese degli anni settanta... Maddalena Crippa, invece, è un po' deludente. È decisamente brava ad esprimere con tutto il corpo quanto Eva sia dolente e insicura, ma nel complesso il personaggio è quasi schiacciato sotto la rappresentazione del dolore e rimane un po' piatto. Forse è questo eccesso nella caratterizzazione che fa apparire l'attrice, a tratti, così concentrata sulla parte da rimanere chiusa in se stessa, tanto che, in alcuni momenti, si percepisce la misura della battuta imparata e scandita ad alta voce.

La sceneggiatura di Sinfonia d'autunno ha un'intensità incrollabile come una roccaforte. Sia essa recitata e impressa sulla pellicola, sia bisbigliata in un orecchio, sia raffigurata a caratteri giganti sui muri. La sua forza espressiva rimane inalterata anche se le condizioni esterne sono fragili e poco adeguate... Ed è la forza di questo spettacolo.

Manuel Cazzoli

Sul palco Maddalena Crippa e Rossella Falk. Così si presenta in locandina la riduzione teatrale operata da Maurizio Panici sul film diretto e proiettato per la prima volta da Ingmar Bergman nel 1978. La trama vuole che la figlia sposata ad un pastore riceva la madre dopo sette anni. Quest'ultima, virtuosa e acclamata pianista, giunta a casa della figlia, connota immediatamente il suo personaggio caricandolo di un egocentrismo tale da rendere artefatta e difficile qualsiasi relazione affettiva con la figlia stessa. Così l'angustiato carattere del rapporto tra le due riporta presto in superficie tutti i fantasmi e i rancori della vita vissuta. Il testo si configura come una interminabile discussione che trapassa le vite delle due donne, facendone sgorgare veleno.

In che modo i mezzi propri del teatro sono intervenuti nel ricreare questa dolorosa vicenda? Si può dire che le uniche note di regia si svelano in primis nell'imposta circolarità conferita all'atto teatrale e ottenuta attraverso la riproposizione di alcune battute nella prima e nell'ultima scena, accompagnate dalla medesima posizione dei personaggi sul palco. In secundis nella scelta di tagliare quelle scene che riportano le strazianti situazioni di cui è partecipe la seconda figlia Elena. Il resto è pellicola che scorre. Dialoghi e qualche monologo. Parole per raccontare fatti, psicologie e traumi. Brave le due protagoniste. Formazione eccellente e lunga esperienza. Scuole diverse e diverse tecniche di recitazione che non fanno un tutt'uno organico del processo di formalizzazione.

Enrico Piergiacomi

Sinfonia d'autunno di Ingmar Bergman è la storia di un conflitto tra due donne incapaci di amarsi a causa di rancori mai sopiti. Dopo sette anni di lontananza Charlotte va a trovare sotto invito la figlia Eva. Malgrado un affettuoso scambio di saluti iniziale, l'odio delle due donne riemerge con violenza la notte stessa. La madre e la figlia si rimproverano vicendevolmente colpe e difetti. La mattina seguente, Charlotte abbandona la casa; Eva le scriverà così come aveva fatto all'inizio, invitandola a recuperare il tempo perduto e al perdono, perché "non può essere troppo tardi". Il finale aperto rende Sinfonia d'autunno un'opera affascinante e dalla lettura non univoca.

L'adattamento teatrale di Maurizio Panici, rappresentato al teatro Eliseo, si è avvalso della presenza scenica di Rossella Falk, Maddalena Crippa e Marco Balbi. Il risultato è uno spettacolo di pregevole fattura, ma alcune scelte registiche gli hanno impedito di raggiungere una prestazione altrimenti eccellente.

Gli attori sono stati in grado di sostenere le loro parti senza cadere nel sentimentalismo. Attraverso una recitazione sobria essi hanno ben calibrato la sofferenza repressa e dissimulata dei protagonisti. La loro prestazione ha inoltre smussato il rigore del dramma attraverso l'ironia, arrivando spesso a divertire gli spettatori.

La regia ha messo tutti i suoi mezzi al servizio del testo piuttosto che di un processo creativo. Lo spazio ha così perso molta della sua teatralità ed è stato utilizzato solo per ospitare il dialogo tra le due protagoniste. Si prenda ad esempio la scenografia. La sua fisionomia dura ed incolore come il gesso si limitava ad instaurare un parallelo con la natura del conflitto tra Eva e Charlotte, altrettanto crudele e "ingessata". Queste scelte hanno avuto la conseguenza positiva di rafforzare il messaggio poetico. Ma anche quella negativa di eliminare la variazione, in parte conservatasi grazie all'ironia degli attori.

Ma c'è una scelta non condivisibile in particolare che ha compromesso il valore dello spettacolo: ed è l'assenza di Helena. Nella versione cinematografica il personaggio chiariva alcuni punti oscuri del rapporto madre-figlia e si scopriva essere uno dei motivi scatenanti dell'odio di Eva per la madre. Charlotte era partita per un concerto abbandonando la famiglia con cui festeggiava una Pasqua, causando un peggioramento della malattia di Helena. E' soprattutto questa rivelazione a spingerla a fuggire di casa. Nella regia di Panici il personaggio è stato invece relegato fuori scena ed è sopravvissuto quasi solo per completezza, rendendo talvolta poco chiari alcuni passaggi.

"Sinfonia d'autunno" con la regia di Panici è indubbiamente un ottimo lavoro. Ma lo scarso uso dello spazio scenico e l'assenza di Helena hanno impoverito il dramma. In questo senso, lo spettacolo può essere paragonato ad una partita a scacchi senza gli alfieri. Il gioco così impostato funziona lo stesso e non è meno coinvolgente. Ma allo stesso tempo sopprime di netto molte strategie che potevano arricchirlo. E priva di molto il divertimento, sia di chi guarda che di chi gioca. Inoltre, le quattro caselle vuote nella disposizione ordinata dei pezzi suggeriscono che manca qualcosa di importante anche a chi ha poca confidenza con i giochi da tavolo o con il teatro.