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ZIP.ORVIETOFESTIVAL

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  La ZIP apre e chiude i sensi, come una cerniera lampo, scrive Rossella Fiume, brillante direttrice artistica del Festival che si è svolto ad Orvieto nella sede di Palazzo dei Sette. Un appuntamento unico in Italia, dedicato alla Contact Improvvisation, una danza incentrata su quattro regole fondamentali: improvvisazione, contatto, processi percettivi, totalità del corpo. I danzatori, mantenendo il contatto fisico, danno e ricevono il peso del corpo, indagano sui ruoli del guidare e del seguire l'altro, creano body links a catena. Ma è evidente che l'improvvisazione può essere, com'è stata, anche senza contatto.
ZIP.Orvietofestival chiama a raccolta artisti di diversi Paesi, impegnandoli singolarmente e collettivamente nella creazione di eventi rigorosamente "performativi", nel momento storico in cui ambiguità e contraddizioni pesano a livello internazionale sulla performance, che è tale se esclude la pratica delle prove e delle repliche, se è evento unico e irripetibile.
Non avendo in programma spettacoli, il Festival è apparentemente fondato sul nulla. Un nulla che, pur essendo invisibile, esiste. Trova sostanza nelle abilità e nelle facoltà degli artisti, ma anche nel rigore e nella concretezza delle metodiche di lavoro. Sempre tra terra e cielo, tra materiale e immateriale, tra progettazione e improvvisazione, tra organizzazione ed evento, la manifestazione si pone sull'orlo dell'abisso. Un piccolo miracolo. Un luogo di stupori e meraviglie. Un contenitore riempito in tempo reale di contenuti vitali. Un progetto orientato verso la produzione di forme organiche, che mette a margine i processi di astrazione con quei tecnicismi che stanno distruggendo la danza.
Dunque, la ZIP non solo apre e chiude i sensi, riconoscendo il valore dell'intreccio tra movimento del pensiero e movimento del desiderio oltre i limiti della ragione. Non solo evidenzia l'importanza dell'istinto; invita a dimenticare le tecniche dopo averle apprese; trasforma il ritmo del respiro (a condizione che si lavori sull'istinto, che si pratichi la teoria del tronco e del pensiero del corpo, che si ricerchino le forme organiche); allerta, fortifica e rende fragili le vie delle percezioni interiori (purché non restino fatti intimi, chiusi alla comunicazione); favorisce l'arte del mettersi in rapporto agli altri o alle cose circostanti, ma offre l'occasione per un riesame dei processi di formalizzazione e per l'enfatizzazione dell'evento, non come "anti-teatro", ma come proposta alternativa allo spettacolo "di rappresentazione" in un quadro di riferimento pluralista. Forse il Festival dovrebbe andare, ora, dopo sei anni, oltre la musica e la danza, gettando uno sguardo nella complessità delle aree intermediali e sinestetiche che si fonda sulla pluralità del linguaggio. Parafrasando una dichiarazione di Steve Paxton, fondatore della Contact Improvvisation, si può affermare con inevitabile approssimazione che se lavori sui linguaggi a matrice fisica nella dimensione della soglia, stai danzando Contact: tutto il corpo parla, il viso perde l'insopportabile maschera neutra, le azioni fisiche diventano significative e coinvolgenti. Se ti affidi alle tecniche e subisci il dominio della ragione, stai facendo una cosa diversa dal Contact: le forme sono forse meraviglianti, ma restano legate alla superficie, non provocano stupori e coinvolgimenti emotivi. Su queste metodiche si sono dovuti confrontare gli artisti del Festival, superando - anche se non sempre, non tutti - la prova.
Nove i Paesi invitati. Quindici coreografi, performer e maestri ­ Andrew Harwood, Ray Chung, Marcia Plein, Rossella Fiumi, Rick Nodine, Alessandra Palma di Cesnola, Khosro Adibi, Jovair Longo, Gionatan Surrenti, Javier Cura, Laura Porter Blackburn, Simonetta Alessandri, Gabriella Maiorino, Nikolai Schetnev, Michele Marchesani -, e due musicisti - Michela Rabbia e Roberto Bellatalla.
In una creazione collettiva ho visto un percussionista farsi stregone, alchimista, operaio, manipolatore di oggetti ed un violoncellista dalle mani frementi diventare giocoliere. Lo stregone e il giocoliere pestavano la terra con i loro armamentari, frullando la lingua o gorgogliando intrepidi, mentre i danzatori volavano come folletti dell'aria. Sembrava di stare nella fucina di Vulcano o nella selva fremente di Dioniso, dove gli ardori della musica e della danza bruciavano a tratti in perfetta sintonia. E che dire infine del concerto di Stefano Bollani e Antonello Salis? Ha conquistato il cuore e la mente degli spettatori del teatro comunale. Sonorità e ritmi travolgenti, improvvisazioni e trasformazioni continue, linfa sensoriale che ha suscitato emozioni e sensazioni infinite. Sembrava impossibile che da due pianoforti e una fisarmonica potessero nascere torrenti e cascate di suoni. Due esempi d'arte della performance.

Un Festival da seguire e da sostenere.
(Alfio Petrini)