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ci sono drammaturghi? Ci sono molti drammaturghi e pochi poeti.
I poeti sono pochi perché sono pochi i drammaturghi
che hanno un forte comportamento poetico rispetto alle cose
che raccontano. I testi non hanno la forza che possa farli
durare nel tempo, questo è il vero problema. Le storie
sono legate alle contingenze effimere della cronaca, dell’impegno
civile, della memoria o della dedica. La scrittura si è
impoverita fino a diventare esangue. Il dato cognitivo domina
su quello percettivo. Il pensiero non si fa sangue e il sangue
non si fa pensiero. La tendenza generale spinge verso il tentativo
– peraltro vano - d’imitare la realtà. Solo i poeti
uniscono conoscenze ed abilità ad alcune facoltà
straordinarie donate da dio. Il movimento della creazione
artistica va, come si sa, dalla cosa al come,
dal fare al dire, dal particolare al
generale. Solo se l’opera assurge a valore universale,
riesce a parlare al cuore e alla mente degli uomini, anche
a diverse latitudini culturali. Altrimenti, esaurita la carica
dell’attualità, si appassisce e muore in breve tempo.
Il secondo problema è dato dal fatto che nel nostro
Paese non esiste un patrimonio nazionale condiviso, che presuppongo
debba fondarsi sul riconoscimento di quelle quattro grandi
aree che rappresentano con un margine di approssimazione lo
spettacolo dal vivo della modernità: il teatro mimetico,
il teatro futurista, il teatro pirandelliano, il teatro totale.
Carlangelo Scillamà –
di cui ho visto Solo & Cloe al Teatro degli Archi
- fa parte a pieno titolo del primo grande genere di teatro.
Organizza abilmente i segni verbali e racconta storie interessanti,
ma sembra non trovare promozione alcuna. Non la trova perché
non sa promuovere la promozione delle proprie opere? Perché
non insegue le mode effimere? Perché di fronte alla
subordinanzione dell’arte alla politica desiste prima ancora
di organizzare la difesa? Perché è vittima del
suo vivere gentile ed appartato, oppure del dirigismo distributivo?
Non lo so. So soltanto che la drammaturgia che pratica è
una delle tante drammaturgie esistenti, tutte necessarie ad
un sistema teatrale che voglia diventare fattualmente pluralista,
difendere l’unità nella diversità, partecipare
alla creazione di un patrimonio condiviso che ancora non c’è,
contribuire a far coincidere sviluppo e progresso.
Ci sono tuttavia
delle responsabilità alla quali Scillamà non
può sottrarsi. Quelle derivanti dall’aver affidato
il testo ad un gruppo di attori che non possiedono l’arte
difficile della trasformazione della parola scritta in parola
parlata, tale da regalare stupori ed emozioni agli spettatori.
Su questo versante la migliore promozione è quella
che può venire da scelte più oculate.
(Alfio Petrini)
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