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SENTI DI F. CRISAFULLI

SENTI (Senso. Human noises)
Regia e movimenti Fabrizio Crisafulli
Frammenti testuali Andreas Staudinger
Con Giuseppe Asaro, Alessandra Cristiani, Carmen Lòpez Luna
Scena e luci Fabrizio Crisafulli
Assistente scenografa Antonella Conte
Costumi Eva Coen
Musica Andrea Salvatori
Credito fotografico Serafino Amato
Produzione Gruppo Arte Teatro Danza - Il Pudore Bene in Vista
in collaborazione con Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Klagenfurter Ensemble
Rassegna Grafie Teatrali, Teatro Furio Camillo, Roma 
 

Molto bello, molto complesso, molto rigoroso l'ultimo spettacolo di Fabrizio Crisafulli Senti (Senso. Human noises). Bello perché formalmente ineccepibile. Complesso perché attraversato da uno spirito indicibile e inafferrabile, com'è inafferrabile ogni senso. Rigoroso perché primordiale, fatto di poche cose, e pregnante allo stesso tempo. Buona la prova di Alessandra Cristiani e Giuseppe Asaro. Efficaci le musiche di Andrea Salvatori. Alcune autocitazioni nelle luci.
Il richiamo del regista alla natura sinestetica del teatro mi ha fatto ricordare l'affermazione di Nietzsche ("Corpo io sono in tutto e per tutto, e null'altro") e il grido di Artaud ("Che hai fatto del mio corpo, dio?"). Affermazione e grido stabiliscono una differenza: quella che esiste tra carne e corpo.
Senti è uno spettacolo sulle percezioni fisiche. L'attenzione è rivolta alla piccola cosa invece che alla grande cosa. Molti drammaturghi e registi, avendo a disposizione il poco per andare a significare il molto, cercano l'assoluto ideologico e trovano il velo della superficie, che è immenso. In questo caso, il poco è il contenuto che va in cerca della forma nella quale si manifesta l'informe (per dirle con Hölderlin) e nella quale si esprime l'inesprimibile (per dirla con Benjamin): la quantità minima diventa una qualità massima e lo spettacolo si presenta come una piccola cosa posta sull'orlo dell'abisso. Questa piccola cosa mi ha donato il piacere di una leggerezza che dura nel tempo.
Sono convinto che Crisafulli sia un poeta, perché agisce in modo leggero. Ed è leggero perché insegue il sogno. La sua poesia sta sotto la poesia della scrittura scenica, che fa a meno del testo, che è il testo, che produce semmai un testo drammaturgico di retroazione. E' la poesia vera. Poesia senza forma e senza testo. Non nasce dall'aura poetica, ma dal comportamento poetico assunto dall'autore rispetto alle cose che osserva/racconta.
Sul tema dei sensi e del "movimento come azione e reazione", in altri termini sull'enunciata differenza tra carne e corpo e sul riverbero che essa ha nei processi della comunicazione, in particolare di quella oscura, è opportuno fare alcune riflessioni. Nello spettacolo di Crisafulli, che cura movimenti e regia, colgo l'ombra di un'ambiguità, di uno scarto tra progetto - che si focalizza sul dato sensibile della comunicazione - e realizzazione scenica - che riceve il massimo suffragio dal dato cognitivo. Una questione rilevante soprattutto sul versante del rapporto con lo spettatore accorto.
Mentre è chiara la teoria di un teatro "generativo, non rappresentativo", che punta su interpreti, luci, oggetti e suoni come "segni aperti" funzionali ad un processo di moltiplicazione, poiché "generatori simbolici in continua produzione", non risulta altrettanto chiara la metodica finalizzata al conseguimento del "sentire reale", del "ricondurre il teatro alle condizioni della visione, alla materia, al contatto".
Gli interpreti sono stati guidati verso l'uso di tecniche (che non portano lontano), quindi in direzione del lavoro sui "movimenti". Ma i movimenti e la ripetizione dei movimenti non favoriscono, come ben si sa, la produzione di linguaggi a matrice fisica. Nel corso dello spettacolo ho visto, infatti, che i corpi dei danzatori non si trasformavano. Ho visto che erano belli, e che producevano senso. Ma non ho mai visto che diventavano vivi. Segno evidente che quei corpi non erano nella condizione di generare quello che si voleva produrre: il materiale dell'immateriale e l'immateriale del materiale, per moltiplicare entrambi sotto forma di tracce, macerie, materie volatili. Segno evidente che l'indagine non doveva riguardare i movimenti, ma le azioni fisiche e la spazialità dei corpi. Che i danzatori andavano stimolati a mettere da parte la ragione e i processi di astrazione, a riconsiderare il valore dell'istinto e della creazione artistica nella dimensione della soglia, a tenere in buona considerazione le metodiche del contatto e dell'improvvisazione. Non nego che l'improvvisazione sia stata praticata. Se è avvenuta, è avvenuta nella prospettiva dei movimenti, che presumo siano diventati stilemi coreografici nel corso delle prove o delle repliche dello spettacolo. L'effetto boomerang ha condizionato il piacere degli osservatori. Come Marco Martinelli non ho dubbi: dalla messa in scena bisogna passare alla messa in vita.
(Alfio Petrini)