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bello, molto complesso, molto rigoroso l'ultimo spettacolo
di Fabrizio Crisafulli Senti (Senso. Human noises).
Bello perché formalmente ineccepibile. Complesso perché attraversato
da uno spirito indicibile e inafferrabile, com'è inafferrabile
ogni senso. Rigoroso perché primordiale, fatto di poche cose,
e pregnante allo stesso tempo. Buona la prova di Alessandra
Cristiani e Giuseppe Asaro. Efficaci le musiche di Andrea
Salvatori. Alcune autocitazioni nelle luci.
Il richiamo del regista alla natura sinestetica del teatro
mi ha fatto ricordare l'affermazione di Nietzsche ("Corpo
io sono in tutto e per tutto, e null'altro") e il grido
di Artaud ("Che hai fatto del mio corpo, dio?"). Affermazione
e grido stabiliscono una differenza: quella che esiste tra
carne e corpo.
Senti è uno spettacolo sulle percezioni fisiche.
L'attenzione è rivolta alla piccola cosa invece che
alla grande cosa. Molti drammaturghi e registi, avendo
a disposizione il poco per andare a significare il molto,
cercano l'assoluto ideologico e trovano il velo della superficie,
che è immenso. In questo caso, il poco è il contenuto che
va in cerca della forma nella quale si manifesta l'informe
(per dirle con Hölderlin) e nella quale si esprime l'inesprimibile
(per dirla con Benjamin): la quantità minima diventa una qualità
massima e lo spettacolo si presenta come una piccola cosa
posta sull'orlo dell'abisso. Questa piccola cosa mi ha donato
il piacere di una leggerezza che dura nel tempo.
Sono convinto che Crisafulli sia un poeta, perché agisce in
modo leggero. Ed è leggero perché insegue il sogno. La sua
poesia sta sotto la poesia della scrittura scenica, che fa
a meno del testo, che è il testo, che produce semmai un testo
drammaturgico di retroazione. E' la poesia vera. Poesia senza
forma e senza testo. Non nasce dall'aura poetica, ma dal comportamento
poetico assunto dall'autore rispetto alle cose che osserva/racconta.
Sul tema dei sensi e del "movimento come azione e reazione",
in altri termini sull'enunciata differenza tra carne
e corpo e sul riverbero che essa ha nei processi della
comunicazione, in particolare di quella oscura, è opportuno
fare alcune riflessioni. Nello spettacolo di Crisafulli, che
cura movimenti e regia, colgo l'ombra di un'ambiguità, di
uno scarto tra progetto - che si focalizza sul dato sensibile
della comunicazione - e realizzazione scenica - che riceve
il massimo suffragio dal dato cognitivo. Una questione
rilevante soprattutto sul versante del rapporto con lo spettatore
accorto.
Mentre è chiara la teoria di un teatro "generativo, non rappresentativo",
che punta su interpreti, luci, oggetti e suoni come "segni
aperti" funzionali ad un processo di moltiplicazione, poiché
"generatori simbolici in continua produzione", non risulta
altrettanto chiara la metodica finalizzata al conseguimento
del "sentire reale", del "ricondurre il teatro alle condizioni
della visione, alla materia, al contatto".
Gli interpreti sono stati guidati verso l'uso di tecniche
(che non portano lontano), quindi in direzione del lavoro
sui "movimenti". Ma i movimenti e la ripetizione dei movimenti
non favoriscono, come ben si sa, la produzione di linguaggi
a matrice fisica. Nel corso dello spettacolo ho visto, infatti,
che i corpi dei danzatori non si trasformavano. Ho visto che
erano belli, e che producevano senso. Ma non ho mai visto
che diventavano vivi. Segno evidente che quei corpi non erano
nella condizione di generare quello che si voleva produrre:
il materiale dell'immateriale e l'immateriale del materiale,
per moltiplicare entrambi sotto forma di tracce, macerie,
materie volatili. Segno evidente che l'indagine non doveva
riguardare i movimenti, ma le azioni fisiche e la spazialità
dei corpi. Che i danzatori andavano stimolati a mettere da
parte la ragione e i processi di astrazione, a riconsiderare
il valore dell'istinto e della creazione artistica nella dimensione
della soglia, a tenere in buona considerazione le metodiche
del contatto e dell'improvvisazione. Non nego che l'improvvisazione
sia stata praticata. Se è avvenuta, è avvenuta nella prospettiva
dei movimenti, che presumo siano diventati stilemi coreografici
nel corso delle prove o delle repliche dello spettacolo. L'effetto
boomerang ha condizionato il piacere degli osservatori. Come
Marco Martinelli non ho dubbi: dalla messa in scena
bisogna passare alla messa in vita. (Alfio Petrini) |