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SCHEME II

Kondition Pluriel
SCHEME II
Un’installazione coreografica
Concezione e direzione artistica Martin Kusch e Marie-Claude Poulin
Lavoro coreografico Marie-Claude Poulin in collaborazione con Line Nault
Performance Marie-Claude Poulin e Line Nault
Media tironment e installazione Martin Kusch
Light design Patrice Besombes
Sound environment Alexandre St-Onge in collaborazione con Alexandre Burton
Direzione delle prove Marie Andrée Gougeon
MAX programming Alexandre Burton
Ingegneria elettronica Johan Versteegh e Gleen Silvers

Comune di Roma Assessorato alle Politiche Culturali e Agenzia Culturale del Quebec - Roma, 30 novembre 2002, Petralata Centro Urbano per l’Elaborazione dei Nuovi linguaggi - Rassegna Transcodex.

  Viene da dire che la bellezza non c’è più. E viene da dire che, se l’uomo non è capace di salvare la bellezza, è bene che la bellezza si salvi da sola. Ma anche il piacere non c’è più. Il piacere di compiere una determinata azione per il piacere di compierla, per provare sensazioni fisiche, per provare emozioni e per suscitarle, prima ancora che per comunicare un determinato significato. Sembra che l’arte tenda a esprimere o a rappresentare il disagio dell’uomo, piuttosto che l’uomo. Più l’effetto che la causa. Il concetto, l’idea, invece che la cosa, l’oggetto e il suo mistero. Malessere del corpo e morte dell’anima sono tuttavia inscindibili. Ecco, sembra che sia proprio questo disagio dell’uomo contemporaneo a caratterizzare “Scheme II”, una installazione coreografica, presentata a Roma dalla Compagnia Kondition Pluriel, nell’ambito della rassegna di danza, musica, teatro e arti visive, denominata Transcodex, in collaborazione con ‘Biennale Orizzonte Quebec’.
Transcodex si presenta sotto “il segno della ibridazione come organismo aperto a frammento, dove ogni frammento riassume in sé il seme generativo della totalità e viene ricodificato con moto infinito, a seconda delle possibilità di combinazione tra i linguaggi”. Ma la totalità della creazione artistica non dipende dalla azione combinatoria dei “linguaggi”, bensì dalla pluralità del linguaggio, rappresentata da un sistema variegato di segni o di codici espressivi. I segni o i codici non sono e non producono linguaggio. Sono piuttosto gli elementi fondanti della teoria e prassi della pluralità del linguaggio che rende il termine “linguaggi” improprio, quando si riferisce alla azione combinatoria della creazione artistica. Se i “linguaggi” non esistono, non possono ovviamente essere combinati. E poi, Transcodex implica un andare oltre il codice. Ma al di là del codice che c’è? C’è ancora il codice. C’è la interazione del codice con un altro codice. Il codice non sparisce.
Ma, tornando al disagio, mi pare che i titoli delle sequenze di “Scheme II” corrispondano a questo tema in modo non superficiale: Un corpo immobile senza testa ( fisicamente presente, mentalmente altrove ), Corpi spaziali umani, Fratelli siamesi connessi a una illusione spaziale proiettata ( inglobamento di un corpo sull’altro ), Braccia estese in un mondo parallelo, Corpi soffocati in uno piazzamento temporale ( sincroni, asincroni e moltiplicati ). E “gli ingredienti” della installazione coreografica mi sembra che possano contribuire a capire meglio la proposta artistica della Compagnia del Quebec : due performes, tre live artist ( suono, immagine e luce ), due sistemi di sensori senza spine, sensori a doppia asse per la testa, per le braccia e per le gambe, computer di controllo e per visualizzazione in 3-D, processori del suono e del video live, telecamere di sorveglianza a colori e video proiettori.
Martin Kusch e Marie-Claude Poulin, curando progetto e realizzazione con la collaborazione di Line Nault, hanno evidentemente orientato la ricerca sui temi del corpo e delle nuove tecnologie della comunicazione. Da questo punto di vista va dato atto agli artisti di aver fatto una proposta di live art che risponde ai criteri fondamentali della organicità e della perfetta corrispondenza tra necessità artistiche e uso delle tecnologie in funzione espressiva. E questo non è cosa di poco conto nel caos epocale determinato dall’avvento delle divinità tecnologiche.
Marie-Claude Poulin e Line Nault si fanno apprezzare per le evoluzioni che compiono in uno spazio scenico tridimensionale e interattivo. Immagini e ambienti sonori sono creati e manipolati dai sensori cinetici. I pochi suoni verbali scaturiscono da frammenti di parole pronunciati a fatica e restituiti con efficaci effetti di rifrazione. I corpi – singoli o accoppiati -, disegnano figure geometriche, soprattutto per linee orizzontali, e generano immagini virtuali che rimbalzano da un punto all’altro dello spazio scenico: si fanno, si disfanno e si moltiplicano, offrendo allo spettatore esemplificazioni calibratissime di teoria della percezione. Le azioni fisiche dei corpi reali nascono, però, su una terra che non ha cielo o in un cielo che è separato dalla terra. Non rivelano mai la leggerezza del concreto, ma una multiforme pesantezza corporea che è sintomo di un vincolo, di uno spossessamento o di una prigione.
Niente tecnicismi, ho detto. Ma molto razionalismo, che produce uno spettacolo ben progettato e benfatto. Troppo benfatto. Levigato e raggelato in stilemi talvolta improduttivi. Le geometrie prodotte non sono le geometrie del caos e le trasformazioni non sono le metamorfosi del corpo come spazio scenico. In questo mancato ritorno ai primordi del cuore , oltre che della mente, la direzione artistica sceglie il dominio della ragione sull’istinto, della volontà sul desiderio, del razionale sull’irrazionale. Ed è per questo motivo che l’installazione performativa si depotenzia nel suo farsi, riservando ben poche emozioni al pubblico. La tecnica non basta. Il movimento del pensiero è inseparabile dal movimento del desiderio. Occorre che il corpo porti con sé anche l’odore del sangue.

(Alfio Petrini)