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Non provo minimamente a
spiegare Sacco. Spiegarlo vorrebbe dire sottoporlo al
giudizio della ragione e portare acqua al mulino del dato cognitivo
dominante. Su questo dato si regge non solo la prassi generalizzata
del fare teatro, ma anche larga parte della danza contemporanea
e delle arti visive, che pagano in tal senso uno scotto gravissimo
in termini di credibilità. Ignorando la cultura duale,
ignorano l'uomo totale, plurale e indivisibile. E finiscono
per non amare e non possedere lo spettatore, che va a teatro
per essere sorpreso e affascinato, non per ragionare o per imparare
qualcosa dalla disamina dei casi della vita.
L'autore (drammaturgo o regista che sia) mente quando spiega
e descrive fatti, sentimenti e psicologie. Dice cioè
cose false. Genera forme morte. Scivola sulla superficie del
materiale e visibile, ignorando la parte nascosta dell'essere
umano. E se è vero che la realtà non può
essere doppiata, ma soltanto ricreata, il racconto delle cose
non potrà che essere filtrato dal comportamento poetico
dell'autore. Un'opera poetica, dato il suo valore sensibile
e la sua capacità di estensione, più che compresa,
va percepita. Più che spiegata, va sfiorata. Più
che posseduta, va lasciata libera di creare nuvole inquiete.
Sacco è frutto del comportamento poetico di due
artisti che hanno acquisito giusta fama, ma - tra i loro spettacoli
- questo, a distanza di alcuni anni dalla prima edizione, mi
sembra meno dotato di durare nel tempo.
La situazione dice di un seviziatore
alle prese con un sacco. Da questo sacco esce segatura, un
braccio, una gamba, una pallina, un animale, alla fine un
uomo. E quest'uomo viene subito richiuso in un altro sacco.
La drammaturgia di Remondi e Caporossi mette in preventivo
il come di una scrittura scenica fondata soprattutto
sull'uso di codici oggettuali (i variegati arnesi della tortura)
e sui codici sonori (il rumore dei passi del carnefice e i
suoni inarticolati della vittima). I significati diretti stanno
in bocca ai comportamenti delle due figure opposte e contrarie,
ma non mancano i rimandi, le allusioni e le atroci ambiguità,
che dicono più di quanto si possa dire con le parole.
Il lavoro intercodice privilegia la ricerca dell'invisibile
e dell'impalpabile e in questa prospettiva l'assenza degli
autori in scena si fa sentire, anche se i due giovani interpreti
svolgono con precisione il compito affidatogli. Pasquale Scalzi
ha la capacità non comune di far pensare il corpo e
di creare la presenza sensibile necessaria, mentre il movimento
del pensiero razionale del carnefice non giustifica la ritualità
algida e inespressiva di Armando Sanna.
Sacco non ha la pretesa
di rappresentare il mondo. Non si presenta come metafora della
vita. Più modestamente e più efficacemente allude
ad una insopprimibile pulsione di vita che abita l'uomo totale.
La stessa, forse, che ha mosso l'indomabile desiderio e la
pervicace resistenza degli autori, dopo la mancata concessione
dei diritti per l'opera di Beckett che volevano mettere in
scena.
(Alfio Petrini)
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