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I REFRATTARI

 
  Daura e Arterio sono madre e figlio: vittime e assassini. Chiusi in forti pregiudizi, incarnano i residui della cultura contadina spazzata via dallo sviluppo che non coincide con un reale progresso umano. Respingono ogni cosa che sbuca nella casa. Difendono con ferocia la loro intimità e barattano una pentola di passatelli con un razzo per andare a vivere sulla luna, dove si costruiscono una casa identica a quella che avevano sulla terra. La situazione non cambia. Non rimane che murarsi dentro. Fatti di terra, tornano alla terra. Questa è la fabula dei “Refrattari” ( drammatto edificante, 1992 ), testo e regia di Marco Martinelli.
Dopo la complessa ricerca degli ultimi anni sulla visione il Teatro delle Albe torna un po’ indietro con questo spettacolo. Sceglie una drammaturgia fondata sulla combinazione di segni verbali e si affida ad una scrittura scenica generata dalla trasformazione di parole scritte in parole parlate - una miscela di lingua e di dialetto romagnolo -, e ad una scenografia metaforica di segno espressionistico, efficace ma tradizionale. Credo che la scelta produttiva sia stata “politttttttica” più che estetica. Tre cose tuttavia mi piacciono di Martinelli: il piacere di raccontare storie pregnanti, la regia che nasce da una forte necessità artistica e il comportamento poetico, che questa volta non si manifesta appieno data l’urgenza della comunicazione rispetto all’espressione artistica. Come drammaturgo rivela, primo, il suo interesse per le storie lontane che parlano al cuore e alla mente degli uomini di oggi e, secondo, il tendenziale rifiuto di quella drammaturgia contemporanea così vicina alla realtà che non riesce neppure a sfiorarla.
Gli interpreti sono bravi e credibili. In primo luogo Ermanna Montanari e Luigi Dadina, come Daura ed Arterio, personaggi carichi di obliqua fisicità. E poi, Mandiaye N’Diaye ( Mustafà), Maurizio Lupinelli ( Mafioso 1 e Mafioso 2 ) e Roberto Magnani ( Lucciola Pianta Topo ), un giovane in crescita. Nella pelle/involucro/covo/rifugio/casa dei due protagonisti, sospesa come la luna sopra il buco nero della porta, nero come il pavimento, appare nel secondo tempo l’icona sacra di Daura, bella e inquietante. Contribuiscono a creare l’aura poetica le musiche (di Mahler) e le luci, che hanno la funzione di accompagnare i sentimenti dei personaggi, rivelando la prevalenza del lavoro multicodice su quello intercodice.
Quale regista sostituirà le luci che illuminano le forme con le forme di luce?
(Alfio Petrini)