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PUPA REGINA OPERE DI FANGO

Compagnia Attori Insieme
Teatro Vascello, Roma
  Viviamo in regime di libertà. Tante drammaturgie, per tanti teatri, per tanti pubblici. Tutte le forme teatrali sono legittime. Tutte hanno il godimento (più o meno) del diritto alla promozione. "Pupa Regina Opere di fango" è un testo fondato sul dominio assoluto della parola, frutto di una scelta chiara e inequivocabile. Il problema non è dato ovviamente dalla libera scelta, ma da una questione di sostanza. Franco Scaldati sarà "uno dei maggiori esponenti europei del teatro di poesia", ma il testo messo in scena da Attori Insieme, con l'interpretazione e regia di Lucia Ragni e Marion D'Amburgo, è un'opera composta in versi, non è un'opera di poesia.
Il cosiddetto teatro di poesia si regge su un equivoco ricorrente. Basta scrivere in versi per fare un testo di poesia teatrale? No. Ci sono testi di prosa che hanno in sé un grande valore poetico, il che vuol dire che la poesia di un'opera non dipende dalla combinazione in versi o in prosa delle parole, ma dal comportamento poetico dello scrittore. È un dono fatto da dio a non più di quattro o cinque uomini in ogni secolo. È una facoltà che, quando c'è, produce la poesia, quella che sta sotto l'aura poetica del testo. La vera poesia è, dunque, senza forma e senza testo. Quando è assente, il testo diventa la causa prima del naufragio dello spettacolo, come in questo caso, in cui ha assunto la forma di in una lunga e sapiente chiacchierata tra due donne, Pupa e Regina. Come recita la nota, "forse prostitute/sante" (e le donne che non fanno le prostitute che sono?), "forse due icone sante", forse due donne che si sono amate, forse due corpi alla ricerca di "ossessioni e sensualità", e va bene, si può parlare di tutto, tutto è buono per comunicare. Ma, se i contenuti sono trasportati dal velo delle parole, diventa impossibile raggiungere l'obiettivo strategico dello spettacolo teatrale: conquistare il cuore e la mente dello spettatore. Possederlo. Amarlo.
La D'Amburgo se la cava con innegabile mestiere. La Ragni precipita nel "fango" declamatorio, opposto e contrario al soffio poetico che pretendeva di conseguire. Interessante la lingua inventata. Testo da stampare, forse, e da leggere. Il flusso incontenibile di parole, che tiene prigioniere le donne in una sorta di coazione a ripetere, finisce per imprigionare lo spettatore inerte in una morsa raggelante e respingente. Trionfo del dicibile dell'indicibile. La tradizione resta immobile. Non è disattenzione sociale o incomprensione culturale il fatto che in sala ci fossero dieci persone.
(Alfio Petrini)