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Motus,
L'Ospite
di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
Tratto dal romanzo Teorema di Pier Paolo Pasolini
Con: Catia Dalla Muta, Dany Greggio, Franck Provvedi, Daniele
Quadrelli, Caterina Silva, Emanuela Villagrossi
Cura delle parole: Daniela Nicolò
Cura dei suoni: Enrico Casagrande
Consulenza letteraria: Luca Scarlini
Riprese: Simona Diacci, Enrico casagrande
Motion Graphic: p-bart.com
Video Contribution Engineering: Giovanni Ghirelli
Progetto scenico: Fabio Ferrini
Responsabile tecnico: Michele Altana
Fonica: Carlo Bottos, Marco Giovanetti
Progettazione luci: Gwendal Mallard
Costumi: Ennio capasa per Costume National
Fotografie: Federica Giogetti
Ufficio stampa e promozione: Sandra Angelini in collaborazione
con Giorgio Andriani
Direzione della produzione e amministrazione: Marco Galluzzi
in collaborazione con Cronopios
Logistica: Roberta Celati
Una produzione Motus e Theatre National de Bretagne, Rennes,
in collaborazione con satarcangelo dei Teatri, La Ferme deu
Buisson - Scène Nationale de Marne-La Vallée e
con Teatro Sanzio di Urbino, Teatro Lauro Rossi di Macerata,
AMAT e il sostegno di Provincia di Rimini, Regione Emilia-Romagna.
Roma, Teatro Vascello, dal 18 al 20 marzo 2005. |
| | Porcile,
San Paolo, Petrolio e soprattutto il romanzo Teorema
sono le opere cui fanno riferimento i Motus per la creazione
dell'ultimo spettacolo L'ospite. Al centro il tema dell'irruzione
di un giovane nella famiglia dell'industriale Carlo e, di rimbalzo,
quello della morte e del deserto. Il deserto della solitudine
e della negazione della storia. Il deserto delle periferie romane,
napoletane e tunisine. L'arrivo
dell'ospite è un fatto esterno, estremo, che incide profondamente
nel nucleo familiare. È un fatto violento che genera
una frattura. Possedere è il male. Essere posseduti è invece
godere della grazia, cioè dell'amore allo stato puro. L'amore
che il giovane dona a tutti i componenti della famiglia è
un amore scandaloso, fuori dalle regole e dai compromessi.
È un amore che distrugge. Carlo, che aveva sempre posseduto
e che non avrebbe mai immaginato di essere posseduto, scopre
il vuoto attorno a sé. Scopre il deserto, luogo di rifugio.
Rifugio dal quale si può tuttavia ricominciare.
Il viaggio va dai mitici
anni sessanta fino agli anni settanta, contrassegnati da tali
e tanti avvenimenti che generarono in molti una visione pessimistica
della vita politica e della storia. Le stragi di Bologna e
di Brescia, l'uccisione di Kennedy, i golpe, le crociate anticomuniste,
assieme alla rivoluzione sessuale, alla caduta del tabù dell'incesto
e agli eccessi di ogni tipo, determinarono una cultura che
mise insieme la sessualità fredda e ripetitiva con la logica
dell'ordine e delle stragi neo-fasciste. Si tratta di un viaggio
che nello spettacolo non può che terminare con la morte. Perché
solo la morte ha senso. E dopo la morte cosa resta? Un urlo
che dura nel tempo. Quello di Pier Paolo Pasolini.
Lo spettacolo dei Motus si fonda
su una miscela linguistica formalmente perfetta e sostanzialmente
efficace, che determina una forte partecipazione emotiva,
con significati diretti e di rimbalzo. La spazialità dei corpi,
i suoni e le immagini s'intrecciano in una scrittura scenica
limpida e seducente. La luce dell'ombra si addensa in sequenze
di raffinata e delicata poesia. I Motus coniugano comunicazione
ed espressione artistica con uno stile inconfondibile, che
li caratterizza come gruppo in continuo movimento di ricerca,
capace, tra i pochi, di realizzare progetti in aree intermediali
e sinestetiche. (Alfio Petrini)
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