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ORIENTI |
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| | Basta
un nome per essere qualcuno? Basta regalare il proprio nome
ad un altro per diventare un’astrazione? Basta prendere
il nome di un altro per far parte di un’altra classe sociale?
Basta legarsi al nome di un uomo per salvare un amore? E per
essere un uomo è necessario avere un nome?
Identità, diversità, emigrazione: i temi fondamentali
della trilogia “Orienti”, costituita da La chiamata”,
“Il viaggio nella notte” e “L’alba.
Autore, regista e interprete principale: Duccio Camerini, un
artista che unisce all’abilità del manovratore
un buon comportamento poetico. Il periodo: quello del passaggio
dalla cultura contadina a quella industriale. I luoghi: Italia,
Montenegro, Libia e America.
La drammaturgia è lineare: diventa tabulare in alcune
sequenze, mette in preventivo un sistema di segni verbali e
non verbali, non dice l’indicibile. La scrittura scenica
è una miscela linguistica fatta di lingue, dialetti e
suoni. L’interazione tra parola e azione fisica è
efficace, soprattutto nelle scene giocate sulla contemporaneità
degli avvenimenti. Camerini non rinuncia alla sostanza. Ha una
storia da raccontare e fa scaturire il come dalla cosa, scegliendo
la strada sicura della comunicazione transitiva. La parola scava,
ma scorre rapida, evitando il velo della superficie. Un bel
flusso vitale attraversa la trilogia e cattura l’attenzione
dello spettatore, donandogli il sospirato piacere. Il merito
è anche degli interpreti, tutti da lodare. Uno spettacolo
fresco e leggero, palpabile e impalpabile, ricco di valore aggiunto
poetico.
Le perplessità riguardano il grande oggetto di legno,
le marionette e le luci, che non hanno valore di codici espressivi.
E’ auspicabile un maggiore impegno sul versante del lavoro
intercodice e della ricerca fondata sulla pluralità del
linguaggio.
O Camerini non sa curare la propria visibilità, oppure
c’è qualcosa che non funziona nel sistema teatrale
italiano. Un garbato suggerimento ai responsabili della distribuzione:
la trilogia sta bene anche nei cartelloni della prossima stagione
teatrale, perché Camerini dura nel tempo. (Alfio Petrini) |
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