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Le notti bianche

recensione
 

Molise Spettacoli
presenta
LE NOTTI BIANCHE
di Fedor Dostojewski
adattamento e regia di Lorenzo Salveti
con Rosario Coppolino e Selvaggia Quattrini.
costumi di Bartolomeo Giusti
scene di Bruno Bonincontri

Teatro dell'Orologio, Roma - In repertorio
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Le notti bianche di F. Dostojewski, adattamento di Lorenzo Salveti, al Teatro dell'Orologio, Roma. Intanto va apprezzato l'impegno di Rosario Coppolino, artista-manager, che dirige con positivi risultati la Compagnia Molise Spettacoli che ha prodotto lo spettacolo. E va anche detto che è stato un piacere riascoltare le parole di un'opera che ancora oggi parla al cuore e alla mente degli spettatori. Due i motivi, semplici e rari allo stesso tempo: una fabula incentrata su valori universali e il comportamento poetico dell'autore nel racconto di un amore impossibile.

L'uomo sogna d'incontrare una donna da amare per tutta la vita e la donna ama un uomo che non c'è. Un uomo evidentemente molto meticoloso se aveva promesso di tornare da lei in un determinato luogo, ad un'ora prestabilita, alla scadenza precisa di un anno. Un appuntamento così ben definito nei dettagli temporali e spaziali è davvero credibile? La donna dice il vero o è una sognatrice come il giovane che l'ha seguita nella notte? L'opera si presenta come una trine di vite sospese. Anime dolenti. Piccole cose sull'orlo dell'abisso quotidiano. Il racconto vive sotto il segno del realismo in favola. Gli incontri si ripetono nello stesso luogo e alla stessa ora per alcune notti di seguito. L'ora e il luogo dell'appuntamento diventano il luogo e l'ora del raccontarsi notturno della coppia. L'ora e il luogo del sogno. L'ora e il luogo del progetto, del movimento del desiderio e dunque del favoloso possibile che diventa impossibile. E così il ragazzo dà sfogo ai suoi pensieri, rivela l'amore sbocciato nel suo cuore, teme di perdere l'amore e l'amicizia della donna, ma alla fine crede che il suo desiderio stia per diventare realtà. Sembra che le ferite si chiudano e che i corpi trovino agognato e apparente riposo. Ma c'è un'ombra nelle parole di lei. E' il cuore che ha parlato? E' il desiderio o il calcolo che l'ha spinta verso la promessa di matrimonio? Nel momento in cui le due vite stanno per intrecciarsi un evento improvviso le separa definitivamente. La ragazza vede in lontananza l'uomo che stava aspettando. Esulta e scompare nel buio. Al grido di gioia segue il grido di dolore di chi si sente beffato nel momento della gioia più intensa, tradito nella parola, deluso nel sentimento. La ferita del giovane sognatore si riapre di schianto. Un flash di luce abbagliante. Una lama che taglia l'aria. Un tonfo del cuore, che lascia tracce nel buio improvviso del teatro, questa volta.

Dostojewski ha seminato nel testo significanti ambigui. Ora lascia irrisolti valori opposti e contrari, accendendo nella notte bianca un punto interrogativo metafisico, affidando il destino all'ignoto e all'incerto della pura poesia e per certi aspetti della favola. La donna ha visto veramente l'uomo che aspettava? L'uomo tanto atteso è veramente arrivato? E' veramente esistito? E così la donna: è realmente esistita o è frutto della fantasia del giovane sognatore? Le notti bianche sono state consumate nell'esperienza, oppure nella visione onirica del protagonista fatta della luce della irrealtà? Le figurine umane sono fatte di pensiero e sangue o hanno la consistenza delle apparenze? Un finale fulminante e ambiguo, aperto all'incanto di variegate interpretazioni. L'autore non risponde ad una sola di queste domande. Con il suo genio suggerisce il dubbio e affida il destino delle amate creature all'ignoto e al mistero della poesia pura.

Il regista Lorenzo Salveti asseconda Dostojewski negli intenti, curando un abile adattamento teatrale e governando il processo di formalizzazione sul crinale di uno straniamento non lieve, non sempre assecondato dalla perizia degli attori. Perché gridano? Lo straniamento è una tecnica espressiva, non un tecnicismo. La vocalità - dato la centralità della trasformazione della parola scritta in parola parlata in funzione del linguaggio logico-discorsivo dello spettacolo - dovrebbe portare con sé il valore assoluto della credibilità. E della fascinazione. Selvaggia Quattrini conferma la problematica dell'"attore se stesso", che si guarda, si vede, si ascolta. Ha ricevuto una formazione incentrata su tecniche per generi di teatro, che la porta inevitabilmente scivolare sul velo della superficie e a produrre moduli espressivi retorici e ripetitivi. Deve imparare a disimparare. Deve disimparare a pompare sentimenti e psicologie. Rosario Coppolino, al di là dei passaggi caratterizzati da una vocalità in dismisura, tratteggia con abilità la figura del poeta sognatore e rivela una maturità artistica che gli consentirà in prospettiva di superare prove sempre più pregnanti e significative. (Alfio Petrini)