| | Dario
Tomasello ha avuto una bella intuizione drammaturgica. Cosa
accadrebbe, si è chiesto, se i vinti della storia potessero
comunicare il loro punto di vista? Beh, in teatro tutto può
accadere. L'impossibile diventa possibile, l'invisibile si
rende visibile, i morti parlano. Può accadere allora, come
accade nel testo del giovane drammaturgo siciliano, che il
re Ferdinando II ci racconti la storia della sua vita pubblica
e privata.
Il presupposto della strategia drammaturgica
è che gli storici e i politici non sempre la raccontano giusta,
la storia. Facile a dirsi. Un po' più difficile a farsi. Stabilire
cioé cos'è giusto e cos'è ingiusto. Vero o falso. Tomasello
formula l'ipotesi che ci siano state omissioni e mistificazioni
pesanti nelle vicende riguardanti il Regno delle Due Sicilie,
con inevitabili riflessi sul versante dell'autonomia e della
identità culturale dell'isola. Falsità e omissioni, attribuibili
ad interessi politici ed economici, che sono al fondo di ogni
guerra o rivoluzione. Il quadro generale di riferimento della
narrazione è dato dai grandi processi legati al riassetto
degli Stati d'Europa.
Ferdinando, con gli interventi minimali
di Tetella, racconta di quando era "piccirillo". Che ne sapeva
lui di Murat, Bonaparte, Nelson! Che ne sapeva della "tempesta
rabbiosa e furente che trascorreva senza riguardo e senza
giustizia sui destini dei popoli d'Europa"! Con i suoi fratelli
andava nel bosco accanto alla reggia "ppe joca' a biribisse".
Quando era "piccirillo la corte, le sue occupazioni e i suoi
scorni e il suo blasone" erano la sua famiglia. Il nonno "teneva
sempe genio 'e pazzia". Il padre "faceva il mezzadro per passione
nella campagna siciliana". Di Napoli, Caserta e "compagnia
regia chi ci pensava"? Ci pensava soltanto nonna Carolina.
Finché arrivò una voce che segnò la svolta. Cambiò di colpo
la vita di tutti. Una voce che diventò un "urlo unanime di
gioia: Waterloo!" . La corte tornò allora nella capitale e
riprese il possesso del regno legittimo.
Ferdinando racconta
che il nonno aveva schiacciato il serpente delle "arroganze"
degli avidi baroni siciliani, ma che questo serpente era poi
"risorto con il risorgimento". E prosegue dicendo che "i caporali
della mafia armati da Garibaldi e pagati dal denaro inglese,
i saccheggi, l'umiliazione del popolo del regno, la conquista
da parte dei Savoia, la chiusura prepotente delle industrie
tessili e metallurgiche, il licenziamento d'intere famiglie,
l'emigrazione degli uomini e delle donne più povere verso
paesi lontanissimi, la leva militare obbligatoria", erano
stati per lui motivo di grande tristezza. Un grumo di tristezze.
Fecero pesante il cuore. Procurarono dolore. Un dolore vano.
Perciò insopportabile. Descrive i "sogni rivoluzionari coltivati
sui sofà" da Ciro Menotti e dagli altri "aspiranti profeti
di quella nebulosa chiamata nazione italiana indipendente".
Ricorda la supplica a lui rivolta di fare il re d'Italia,
ma respinta. Parla di Cavour: "uocchi 'e cane e vocca 'e lupo".
Dei viaggiatori meridionali che recitavano al nord la parte
degli esuli. Della propaganda piemontese che criticava il
malcostume meridionale, ma allo stesso tempo finanziava la
camorra e foraggiava gli "intellettuali depressi dall'ignoranza
di una monarchia ottusa e retrograda". Della visita umanitaria
agli Incurabili durante il colera di Napoli. Dell'opificio
reale di Pietrarsa che "al momento dell'unità d'Italia era
il più grande complesso industriale dell'intera penisola".
Dello stabilimento siderurgico di Mongiana , in Calabria,
venduto al Credito Mobiliare del Nord e poi chiuso con grave
danno per l'occupazione. Della favola piemontese che considerava
i meridionali non adatti a lavorare perchè ottusi e impigriti
dal caldo. Dei Cacciatori responsabili di devastazioni, furti
e saccheggi. Delle 15.665 persone fucilate. Delle ragazze
stuprate. Dei bambini massacrati. Delle donne denudate prima
di essere uccise. Delle chiese profanate. E di contro, della
concessione della costituzione che per primo fece in Europa.
Della promessa di amnistia per i ribelli siciliani e di uno
statuto speciale per l'isola. Dell'incommensurabile amore
del popolo verso il re e del re verso il popolo.
La sequenza
delle buone opere e delle buone intenzioni del nostro Ferdinando
rivela che l'intuizione iniziale di Tomasello si è concretizza
in un'operazione di rovesciamento del punto di vista della
narrazione dal vincitore al vinto. Ognuno, è ovvio, ha la
sua verità. Ma ciascuna verità è falsa proprio nel momento
in cui appare vera ed esclusiva, perchè non tiene conto dell'altra.
Il passaggio dal punto di vista del vincitore a quello del
vinto, cambia l'interpretazione dei fatti, cambia il contenuto
della narrazione, ma non cambia il risultato artistico. Perché
è di questo che vogliamo parlare. E' di questo che dobbiamo
parlare. Della verità contraffatta. Della verità simulata.
Della verità che ha la luce dell'ombra. Delle nuvole che generano
nuvole, che generano altre nuvole cariche di energia vitale.
Della poesia teatrale. Insomma, è dell'opera drammaturgica
che dobbiamo parlare. Rende conto all'arte e alla poesia,
oppure alla storia, al potere, alla strumentale ideologia
di chi vuole avere ragione?
In ogni caso, ammesso che sia
possibile catturare la verità di un determinato avvenimento
assai complesso e complicato, tale verità non risiederà nell'enunciato
di una delle parti in campo, ma nella sintesi di tante verità
accettata come valore riconosciuto di una comunità. Se vale
per uno storico, figuriamoci per un artista! Nella storia
e nella politica l'artista ha sempre fallito. Ha fallito l'obiettivo
dell'arte e della poesia, risucchiato dalla storia o dalla
demagogia. Anche il grande Shakespeare ha mancato l'obiettivo
quando ha voluto scrivere drammi storici. Come si sa, le cronache
non sono durate nel tempo.
E allora? La verità come bellezza,
come credibilità e seduzione delle forme d'arte potrà scaturire
nel luogo della contesa dove valori opposti e contrari s'incontreranno
e si scontreranno, suffragati dal comportamento poetico del
drammaturgo che li considererà irriducibili, come sostiene
Benjamin. Irriducibili. Ne consegue che la felice premessa
di Tomasello aveva bisogno di un altro approccio per conseguire
risultati pienamente convincenti. Aveva bisogno dello sfrigolìo
della materia linguistica. Della scintilla di luce e non dell'abbaglio,
per evitare il buio totale della esaltazione del soggetto
monologante. Di una metodica che includesse la pratica del
pensare altro, altrove, altrimenti, con tutto il bagaglio
che porta con sé di controversie, contraddizioni, dubbi, ambiguità
e mistero. Una metodica che presupponesse il conflitto e la
irriducibilità dei valori contrari e contrapposti, ma che
implicasse anche quel comportamento poetico che è concesso
da dio e che tiene a distanza delle forme morte della palude
ideologica. Una metodica nuova e un comportamento antico quanto
il mondo. Un binomio dal quale, forse, può nascere qualche
brandello di verità, non disgiunto dall'enigma della bellezza,
come direbbe Rella.
La regia di Giovanni Boncoddo trasforma
la parola scritta del dramma storico di Dario Tomasello nella
parola parlata di Gianluca Cesale, interprete di Ferdinando
II. Al Teatro Argot. In repertorio. (Alfio Petrini) |