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SUA MAESTA' SICILIANA

Uno studio su Ferdinando II

Monologo in cinque scene di Dario Tomasello
con Gianfranco Cesale e Roberta Bartoletti (organetto)

Regia di Giovanni Boncoppo
Collaborazione alla regia Roberto Bonaventura e Marilisa Busà
Costumi Francesca Cannavò
Disegno luci Renzo Di Chio
Assistente alla regia Doriana Lupo
Produzione I Sotterranei del Castello di Andrea Rosario Cannuni, con il Contributo della Regione Sicilia Assessorato ai Beni Culturali

Roma, Teatro Argot, dal 18 al 23 dicembre 2006

 

Dario Tomasello ha avuto una bella intuizione drammaturgica. Cosa accadrebbe, si è chiesto, se i vinti della storia potessero comunicare il loro punto di vista? Beh, in teatro tutto può accadere. L'impossibile diventa possibile, l'invisibile si rende visibile, i morti parlano. Può accadere allora, come accade nel testo del giovane drammaturgo siciliano, che il re Ferdinando II ci racconti la storia della sua vita pubblica e privata.

Il presupposto della strategia drammaturgica è che gli storici e i politici non sempre la raccontano giusta, la storia. Facile a dirsi. Un po' più difficile a farsi. Stabilire cioé cos'è giusto e cos'è ingiusto. Vero o falso. Tomasello formula l'ipotesi che ci siano state omissioni e mistificazioni pesanti nelle vicende riguardanti il Regno delle Due Sicilie, con inevitabili riflessi sul versante dell'autonomia e della identità culturale dell'isola. Falsità e omissioni, attribuibili ad interessi politici ed economici, che sono al fondo di ogni guerra o rivoluzione. Il quadro generale di riferimento della narrazione è dato dai grandi processi legati al riassetto degli Stati d'Europa.

Ferdinando, con gli interventi minimali di Tetella, racconta di quando era "piccirillo". Che ne sapeva lui di Murat, Bonaparte, Nelson! Che ne sapeva della "tempesta rabbiosa e furente che trascorreva senza riguardo e senza giustizia sui destini dei popoli d'Europa"! Con i suoi fratelli andava nel bosco accanto alla reggia "ppe joca' a biribisse". Quando era "piccirillo la corte, le sue occupazioni e i suoi scorni e il suo blasone" erano la sua famiglia. Il nonno "teneva sempe genio 'e pazzia". Il padre "faceva il mezzadro per passione nella campagna siciliana". Di Napoli, Caserta e "compagnia regia chi ci pensava"? Ci pensava soltanto nonna Carolina. Finché arrivò una voce che segnò la svolta. Cambiò di colpo la vita di tutti. Una voce che diventò un "urlo unanime di gioia: Waterloo!" . La corte tornò allora nella capitale e riprese il possesso del regno legittimo.

Ferdinando racconta che il nonno aveva schiacciato il serpente delle "arroganze" degli avidi baroni siciliani, ma che questo serpente era poi "risorto con il risorgimento". E prosegue dicendo che "i caporali della mafia armati da Garibaldi e pagati dal denaro inglese, i saccheggi, l'umiliazione del popolo del regno, la conquista da parte dei Savoia, la chiusura prepotente delle industrie tessili e metallurgiche, il licenziamento d'intere famiglie, l'emigrazione degli uomini e delle donne più povere verso paesi lontanissimi, la leva militare obbligatoria", erano stati per lui motivo di grande tristezza. Un grumo di tristezze. Fecero pesante il cuore. Procurarono dolore. Un dolore vano. Perciò insopportabile. Descrive i "sogni rivoluzionari coltivati sui sofà" da Ciro Menotti e dagli altri "aspiranti profeti di quella nebulosa chiamata nazione italiana indipendente". Ricorda la supplica a lui rivolta di fare il re d'Italia, ma respinta. Parla di Cavour: "uocchi 'e cane e vocca 'e lupo". Dei viaggiatori meridionali che recitavano al nord la parte degli esuli. Della propaganda piemontese che criticava il malcostume meridionale, ma allo stesso tempo finanziava la camorra e foraggiava gli "intellettuali depressi dall'ignoranza di una monarchia ottusa e retrograda". Della visita umanitaria agli Incurabili durante il colera di Napoli. Dell'opificio reale di Pietrarsa che "al momento dell'unità d'Italia era il più grande complesso industriale dell'intera penisola". Dello stabilimento siderurgico di Mongiana , in Calabria, venduto al Credito Mobiliare del Nord e poi chiuso con grave danno per l'occupazione. Della favola piemontese che considerava i meridionali non adatti a lavorare perchè ottusi e impigriti dal caldo. Dei Cacciatori responsabili di devastazioni, furti e saccheggi. Delle 15.665 persone fucilate. Delle ragazze stuprate. Dei bambini massacrati. Delle donne denudate prima di essere uccise. Delle chiese profanate. E di contro, della concessione della costituzione che per primo fece in Europa. Della promessa di amnistia per i ribelli siciliani e di uno statuto speciale per l'isola. Dell'incommensurabile amore del popolo verso il re e del re verso il popolo.

La sequenza delle buone opere e delle buone intenzioni del nostro Ferdinando rivela che l'intuizione iniziale di Tomasello si è concretizza in un'operazione di rovesciamento del punto di vista della narrazione dal vincitore al vinto. Ognuno, è ovvio, ha la sua verità. Ma ciascuna verità è falsa proprio nel momento in cui appare vera ed esclusiva, perchè non tiene conto dell'altra. Il passaggio dal punto di vista del vincitore a quello del vinto, cambia l'interpretazione dei fatti, cambia il contenuto della narrazione, ma non cambia il risultato artistico. Perché è di questo che vogliamo parlare. E' di questo che dobbiamo parlare. Della verità contraffatta. Della verità simulata. Della verità che ha la luce dell'ombra. Delle nuvole che generano nuvole, che generano altre nuvole cariche di energia vitale. Della poesia teatrale. Insomma, è dell'opera drammaturgica che dobbiamo parlare. Rende conto all'arte e alla poesia, oppure alla storia, al potere, alla strumentale ideologia di chi vuole avere ragione?

In ogni caso, ammesso che sia possibile catturare la verità di un determinato avvenimento assai complesso e complicato, tale verità non risiederà nell'enunciato di una delle parti in campo, ma nella sintesi di tante verità accettata come valore riconosciuto di una comunità. Se vale per uno storico, figuriamoci per un artista! Nella storia e nella politica l'artista ha sempre fallito. Ha fallito l'obiettivo dell'arte e della poesia, risucchiato dalla storia o dalla demagogia. Anche il grande Shakespeare ha mancato l'obiettivo quando ha voluto scrivere drammi storici. Come si sa, le cronache non sono durate nel tempo.

E allora? La verità come bellezza, come credibilità e seduzione delle forme d'arte potrà scaturire nel luogo della contesa dove valori opposti e contrari s'incontreranno e si scontreranno, suffragati dal comportamento poetico del drammaturgo che li considererà irriducibili, come sostiene Benjamin. Irriducibili. Ne consegue che la felice premessa di Tomasello aveva bisogno di un altro approccio per conseguire risultati pienamente convincenti. Aveva bisogno dello sfrigolìo della materia linguistica. Della scintilla di luce e non dell'abbaglio, per evitare il buio totale della esaltazione del soggetto monologante. Di una metodica che includesse la pratica del pensare altro, altrove, altrimenti, con tutto il bagaglio che porta con sé di controversie, contraddizioni, dubbi, ambiguità e mistero. Una metodica che presupponesse il conflitto e la irriducibilità dei valori contrari e contrapposti, ma che implicasse anche quel comportamento poetico che è concesso da dio e che tiene a distanza delle forme morte della palude ideologica. Una metodica nuova e un comportamento antico quanto il mondo. Un binomio dal quale, forse, può nascere qualche brandello di verità, non disgiunto dall'enigma della bellezza, come direbbe Rella.

La regia di Giovanni Boncoddo trasforma la parola scritta del dramma storico di Dario Tomasello nella parola parlata di Gianluca Cesale, interprete di Ferdinando II. Al Teatro Argot. In repertorio.
(Alfio Petrini)