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MACBETH di William
Sakespeare
Elaborazione, drammaturgia e interpretazione di Elena Bucci
e Marco Sgrosso
con Vladimir Aleksic, Gaetano Colella, Marco D'Amore, Andrea
De Luca, Massimo De Michele, Roberto Marinelli
Regia di Elena Bucci
con la collaborazione di Marco Sgrosso
Progetto luci di Maurizio Viani
Consulenza ai costumi di Ursula Patzac Direzione
tecnica e dazione luci di Loredana Oddone
Fonica di Max Mugnai
Direzione di scena di Viviana Rella e Giordano Acquaviva
Cooproduzione CTB Teatro Stabile di Brescia - Le Belle Bandiere
- Provincia di Macerata - Terra di Teatri, in collaborazione
con AMAT e Comune di Russi.
Teatro India, Roma, marzo 2007.
A teatro è troppo chiedere di essere attraversati dal brivido
di una emozione o di una passione? E' troppo chiedere che
non solo la mente - diciamo la mente, non la ragione - ,
ma anche i sensi vengano tenuti svegli? E' troppo chiedere
che, a posto delle spiegazioni, venga sollecitata la nostra
vista interiore? Che l'orrore ci possieda per alcuni istanti?
Che la poesia di tanto in tanto ci accarezzi? E' troppo
chiedere che qualcosa di tutto questo ci venga donato?
Le note di regia sono sempre interessanti. Dicono concetti
condivisibili. Rivelano intuizioni e letture critiche innovative.
Espongono punti di vista intelligenti. E' vero, i grandi
testi classici attraversano i secoli e parlano agli uomini
di oggi, a condizione che gli uomini di oggi non gli taglino
le ali, facendoli precipitare nel buio di un silenzio non
riempito. E' troppo chiedere che alle buone intenzioni seguano
i fatti?
"La scena sospesa nel vuoto" è un bel concetto. Ma poi,
di fatto, "un castello, una landa, la paura, il deserto,
il mare, la morte, un sogno" generano il vuoto di scena.
E non lo riempiono certamente le manipolazioni deprivate
di funzionalità espressiva di quattro povere panche. E non
sono certamente i gesti e movimenti degli attori - in assenza
di azioni fisiche - a dirci che il teatro è corpo, e a sedurci.
Tanta agitazione scenica per nulla. Nessuna emozione. Nessun
fremito. Nessun comportamento poetico. E poi perchè gli
attori gridano in continuazione? Perchè quell'aspetto truce?
Perchè corrono come treni in ritardo? E' il ritmo della
frettolosa superficialità. L'impeto di un viaggio insensato.
La corsa che serve a "pompare" i sentimenti e che mette
in evidenza la sponsabilità della formazione corrente: invece
di formare gli uomini, cioè gli individui plurali e indivisibili,
forma gli attori che recitano. Per recitare bene bisogna
imparare a non recitare. Bisogna imparare a disimparare.
Bisogna alleggerire il mestiere per farlo diventare arte.
I registi Elena Bucci e Marco Sgrosso mettono in preventivo
spettri e vampiri. Vampiri senza sangue e senza pensiero.
Emblemi che respingono. Fantocci che non aprono le porte
del mistero. E che dire della Lady? Nella famosa scena in
cui si lava le mani sporche di sangue mostra di non avere
le mani. Ovviamente le macchie di sangue non ci sono sulle
mani, ma l'attrice deve vederle quelle macchie, se vuole
evitare che l'invisibile e l'impalpabile tragicamente soccombano.
I processi della creazione artistica si reggono su una regoletta
semplice, ma molto importante: se l'attore vede quello che
non c'è, lo vede anche lo spettatore, e diventa una visione.
Non è cosa di poco conto. Questa ulteriore perdita ha trasformato
Lady Macbeth in una massaia distratta, entrata in un supermercato
per fare quattro chiacchiere con la commessa. Ma forse è
colpa nostra, che abbiamo la manìa di concepire l'uomo nella
sua interezza.
Solo due minuti di vero teatro. Il delirio notturno di
un soldato ubriaco che racconta, ridendo, l'arrivo delle
persone al castello.
Una produzione importante. Spettacolo in repertorio. Si
può non vedere. |