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Marcello
Diotallevi, Fernando Andolcetti e Mauro Manfredi sono poeti
visivi. Hanno partecipato alla Sezione Nuove Arti Visive del
Premio Nazionale di Drammaturgia Teatro Totale, sesta edizione,
anno 2003. Il Centro Nazionale di Drammaturgia, che organizza
il Premio, è l'unica istituzione in Italia che da dodici
anni promuove le forme di teatro totale e le creazioni artistiche
in aree intermediali e sinestetiche. La nuova Sezione è
stata istituita dal CND per due motivi fondamentali: primo,
perché lo spettacolo dal vivo è profondamente
intrecciato con le nuove arti visive; secondo, perché
le nuove arti visive e le variegate forme di teatro totale
(espresse negli ambiti della prosa, musica, danza, eventi)
sono fondate sulla produzione di miscele linguistiche eterogenee.
La Giuria ha premiato "Lettera a Citera"
di Diotallevi, ma "Omaggio a Monet" di Andolcetti
e "Strutture di sostegno" di Manfredi sono
state ritenute degne di pari attenzione e considerazione sia
sul piano progettuale che realizzativo. Tutte e tre le poesie
visive sono in bianco e nero.
L'opera di Diotallevi è costituita da un velario di
lettere dattiloscritte che ricopre un nudo di donna. Il corpo
s'intravede. Traspare con le sue luci e le sue ombre. Non
è mostrato come oggetto del mercato del sesso o della
seduzione. Per questo seduce. Poste perfettamente una accanto
all'altra, le lettere occupano in modo estensivo tutta la
superficie dell'opera. La trina è preziosa: rivela
mentre nasconde. Non invita a guardare, ma ad immaginare.
Non porta messaggi, ma suggerisce interpretazioni. Mette in
moto processi associativi personalizzati, ricchi di sensazioni
e di suggestioni visive. Invita a pensare altro, altrove,
altrimenti. Intreccia il movimento del pensiero con il movimento
del desiderio. Suggerisce la leggerezza del corpo glorioso
a fronte della pesantezza della carne. Del resto l'eros non
è metafora della creazione artistica? E il corpo umano,
e dunque l'uomo, l'uomo totale, l'uomo a due dimensioni, non
è una soglia? Non è il confine dove la notte
scolora nel giorno? Non è il luogo del canto del gallo?
È evidente che il poeta non crede nella pratica (peraltro
vana) di doppiare la realtà, ma guarda con interesse
all'atto tutto vuoto/tutto pieno della ricreazione, illuminata
dalla luce dell'ombra, che gli consente stare alla larga non
solo dalla mimesi del realismo minimalista, ma anche dalla
metafisica della luce del massimalismo ideologico.
Monet amava il luccichio dei colori. A piccole pennellate
poneva un colore accanto all'altro fino a costituire una sorta
di nebbiolina, fatta di tanti rossi, verdi e blu che brillavano
come brillava la luce sullo specchio d'acqua del laghetto
del suo giardino, che certamente ispirò "Lo
stagno delle ninfee". E mi pare che Andolcetti, nel
fare il suo "Omaggio a Monet", abbia sottoposto
alla lente d'ingrandimento proprio una ninfea: un fiore acquatico,
bianco, vigoroso e vitale. Mozziconi di parole sono posti
come efflorescenza del cuore vegetale. Grumi di lettere costituiscono
invece le nervature linfatiche e le ombre della pregnanza
poetica. Ma Andolcetti, che è anche musicista, non
fa galleggiare il fiore sull'acqua: lo appende al reticolato
di un fantasioso pentagramma, come una gemma, per contornarla
di gemme più piccole, rappresentate dalle note musicali.
Sembra improbabile che un musicista possa suonarle, ma a guardar
bene, soprattutto se si ha un po' di dimestichezza con la
musica e in particolare con la musica d'avanguardia, appare
evidente che quelle note possono essere veramente trasformate
in suoni. L'unione armonica di elementi linguistici diversi
definisce il potenziale sinestetico e la natura intermediale
dell'opera, generando un valore aggiunto di natura poetica.
Un dono che è nelle facoltà di pochi artisti.
Anche Manfredi usa le parole nella sua "Struttura
di sostegno". Anzi, usa una serie di frasi smozzicate,
scritte su listelli di carta bianca e poste - con la tecnica
del collage - a sostegno di un'architettura fisica, fatta
di porte e di archi, che si espande in altezza e in larghezza
all'infinito. Le parole non interessano per il loro significato
letterale. Ciò che conta è l'idea della struttura
verbale di sostegno. Francesca Cattoi, nella presentazione
al catalogo di una mostra di Andolcetti, Manfredi e Cimino,
scrive che "la parola idea deriva dal greco e significa
'aspetto, apparenza' e condivide la stessa radice semantica
della parola 'immagine'. Questo inestricabile legame tra idea
e immagine è alla base dell'arte figurativa, che tenta
di rivelare attraverso il visibile, concetti invisibili, astratti".
Ma non solo concetti. Le "Strutture di sostegno"
di Manfredi, che sono una serie, si presentano come architetture
linguistiche che celebrano non solo il trionfo del dato cognitivo,
ma anche di quello percettivo attraverso il nostos,
assai suggestivo, a quelle geometrie del caos di cui l'arte
visiva e lo spettacolo dal vivo - separatamente o intrecciate
l'una all'altro - hanno fortemente bisogno, soprattutto oggi,
nel quadro di riferimento di una società tutta materialistica
e di una cultura razionalistica dominante, che - in quanto
dimezzata -, è destinata alla sconfitta. In altri termini,
non mi pare che l'obiettivo fondamentale sia quello di rappresentare
valori concettuali, escludendo quelli percettivi. Le poesie
visive di Manfredi sono percorsi labirintici, dove le entrate
e le uscite si somigliano, dove le altezze e i precipizi infiniti
provocano la vertigine. Sono la combinazione di materiali
linguistici che affermano implicitamente l'irriducibilità
degli opposti e la polidimensionalità della natura
e della cultura umana. Le strutture fisiche e concettuali,
formano un coacervo inestricabile di linee, un intreccio infernale
che attira e respinge, che crea stupore e orrore allo stesso
tempo. La ragione cerca di decifrarlo alla ricerca di un approdo,
l'istinto lo attraversa in una prospettiva di viaggio dal
destino ignoto.
Antolcetti, Diotallevi e Manfredi sono un trio importante
nel panorama della poesia visiva. Due i punti fondamentali
di contatto. Non dicono l'indicibile e hanno un forte comportamento
poetico. (Alfio Petrini)
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