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Io, sola, ho visto

Inscena, giugno 2008
 

Io, sola, ho visto
Testo di Giorgio Taffon
Interpretazione di Diana Hobel Regia di Lele Vezzosi
Scene e costumi di Helena Calvarese
Disegno luci e suoni di Gennaro Paraggio
Foto di scena di Filippo Valentini
Realizzazione grafica di Lorenzo Lollo
Ufficio stampa di Stefania Arancio
Produzione e organizzazione di Carlo Dilonardo
Teatro Vascello, Sala Piccola, dal 28 maggio al 1 giugno 2008.

"Io ,sola, ho visto; non vista ho visto; dove io, sola, ho visto, solo io": parole che - in variegate combinazioni di frasi - ricorrono sette volte nel testo di Giorgio Taffon. Io ho visto, ma ero sola in quella cantina e ho avuto paura di agire, di essere scoperta, forse ammazzata. Non vista, ho visto l'orrore che distrugge il soffio leggero della vita e dell'amore che la suffraga. In quella cantina, io, che ero sola e indifesa, ho visto scatenarsi "la bestia" umana. Sola io ero, testimone muta. Ora, nel ricordo, so che il fatto non entrerà in nessuna memoria collettiva. Solo io ho visto, ma non ho fatto nulla per fermare la furia degli uomini, coltivando il silenzio e la paura che appartiene ad un popolo.

La donna ha assistito ad uno scontro violento tra mafiosi. Due amici fraterni. Due gagliardi e sciaguratissimi uomini che si sono tagliati la pancia e la gola con cocci di bottiglia. Sono caduti entrambi in una pozza di sangue e di vino. La donna ha sentito le loro bestemmie ed ha assistito all'esplosione della lotta per la supremazia, per il potere, per il possesso di una montagna di denaro. Stava, lì, a pochi passi dal suo "ganzo", che lottava ferocemente contro l'uomo amato dalla sua amica. Erano sì "aitanti", ma "certo, due furfanti", e si sono dilaniati mentre lei non vista non è riuscita a dire una parola. Ora a chi parla? A se stessa o alla sua prima ed ultima amica che porta il nome di Alba? Alba, come inizio di un nuovo giorno o come inizio della fine? Come ora del canto gallo che non canta, perché " nella città è l'inferno, negli animi è il gelo / di un eterno inverno / è la guerra di tutti contro tutti". Solo chi ha visto "il fraterno amico uccidere l'amico fraterno" sa che "è un inferno la città". L'errore è diventato orrore ed è un gesto inutile raccontare i dettagli della morte violenta, legando il dolore all'amore.

Giorgio Taffon ha il dono della parola. Sente il dovere di trasformare il silenzio della donna nei segni verbali della tragedia. E lo fa, pur sapendo che a nulla servirà il suo "teatrale lamento", perché l'arte non è in grado di cambiare la realtà. Può nutrirne lo sviluppo, ma non può determinarne il cambiamento.

Io, sola, ho visto, monologo in versi, non è un testo sulla mafia. L'autore ci dice di averlo scritto "in memoria delle nostre azioni". Meglio, delle nostre inazioni. Dei comportamenti omertosi che si ripetono da secoli. Per assenza o per indifferenza? Per paura o per viltà? La donna era lì, sentiva, vedeva, e non è riuscita a lanciare un grido. Ora le immagini retiniche sono diventate la materia volatile dei sogni, degli incubi, delle ossessioni, dei vortici intrisi di rimorso e pentimento. Una condanna. La coazione a ripetere in cui si addensa la percezione dell'azzeramento e dell'annientamento, individuale e collettivo. Il sentimento del tempo è radicato nell'inferno dove "ci spacchiamo tutti / santi, puttane, martiri e farabutti". Tragedia nella tragedia. Tragedia che genera tragedie. Tragedia del male di tutti e del "bene di tutti". Sotto la spinta della tensione morale, l'autore si rivolge - come direbbe Saba -, "vane e antiche domande", coinvolgendo i lettori e gli spettatori potenziali: "ditemi se c'è e dov'è e cos'è l'amore che / danza, dei cuori, nella segreta stanza / l'amore che spira e ispira clemente / come vento che muove dolce la mente?". Taffon, usando la parola poetica, ha imboccato con coraggio la strada impervia della tragedia moderna dopo la tragedia immane dell'esplosione della bomba atomica. I suoi versi preziosi meritavano nella "messa in scena" un destino migliore.

La storia barbarica, articolata in strappi di violenza nera e in battiti leggeri di ali, non aveva bisogno del ragionevole/irragionevole pompaggio di sentimenti e di psicologie - derivante da una formazione accademica -, messo in atto dall'attrice Diana Hobel e assecondato dal regista Lele Vezzoli. Al contrario, nel prevalere della natura sulla cultura e nella cupa atmosfera del racconto - mosso tra rassegnazione ed incubo, tra esaltazione amorosa e folle sogno -, la parola del testo aveva bisogno di farsi corpo immerso nell'orrore, e danza, e suono animalesco. Non andava trattata come sentimento o psicologia alla ricerca d'intonazioni e di passeggiate disinvolte su tacchi a spillo di signora perbene, ma come scaglia, scheggia, oggetto umbratile, in funzione di un processo vitale suffragato da un controllo estremo dell' energia e capace di evitare il naufragio sugli scogli della retorica. Lo spettacolo si avvale di luci ornamentali e suoni che sono utilizzati in parte come codici espressivi e in parte come atmosfere. Bella l'idea registica del "supplizio tantalico" attribuito alla donna che è costretta a raccontare per l'eternità quello che ha visto, facendo e disfacendo una valigia.