| |
Daniela Capacci, regista e coreografa dello spettacolo di teatrodanza
"Io individuo Io" ha ancora qualcosa da raccontare,
per fortuna. La danza che produce forme senza sostanza resta
fuori del suo orizzonte di lavoro.
Sul versante drammaturgico la Capacci usa la tecnica del frammento,
incentrato sulle connessioni tematiche interne, mentre sul versante
della scrittura scenica sceglie la strada vincente della pluralità
del linguaggio. Confeziona complessivamente uno spettacolo gradevole
e in alcuni momenti originale, combinando codici testuali, sonori,
oggettuali e visivi con notevole abilità, sempre sotto
l'urgenza di un contenuto da comunicare. L'uso di codici oggettuali
vede il trionfo di scarpe di tanti colori, calzate o manipolate
con efficacia espressiva dalle danzatrici che sognano orizzonti
reali o virtuali, spesso ingannevoli. Il valore dei codici visivi,
incentrato sulle maschere tribali, oscilla invece tra l'autarchico
e il descrittivo per la mancanza di un progetto fondato sulla
necessaria interazione tra la scena materiale - data dalle azioni
primarie delle danzatrici - e la scena immateriale - rappresentata
dalle immagini fisse e in movimento, tale da produrre un valore
aggiunto. Le sette
donne in scena hanno i corpi dipinti come antiche guerriere:
si spogliano e si rivestono in continuazione, si atteggiano,
fanno smorfie, anelano, sognano, desiderano, sfilano, combattono,
raramente si toccano, chiuse in una condizione di totale solitudine.
Nessuno potrà mai sottrarle da questa condizione, neppure
l'Uomo-che-Suona, una bella invenzione di uomo-macchina che
produce suoni colpendo diverse parti del proprio corpo. Continueranno
a desiderare, a sognare, a combattere "fino allo spasimo".
E' sintomatico come la domanda
d'amore di questa umanità bella e contraddittoria non
sia attraversata e suffragata dall'eros della creazione artistica.
Rivela l'interesse della regista per le "tecniche"
e per i "processi di astrazione", subendo l'effetto
di appesantimento del razionalismo dilagante. Mettere da parte
il rapporto fondante tra natura/cultura duale e processi vitali
pone l'artista in una condizione d'arresto rispetto a due
possibili risultati innovativi: il passaggio dagli stilemi
gestuali alla spazialità dell'oggetto e - in posizione
più avanzata - la utilizzazione del corpo come spazio
scenico.
All'inizio, di fronte alle maschere tribali, ho pensato che
la Capacci, partendo dalla giusta intuizione del ritorno alle
origini, avesse deciso d'indagare nell'ambito artistico che
sta prima della grazia, prima della danza, prima della parola,
alla ricerca di quelle geometrie del caos alle quali mi sento
di ancorare il rinnovamento della danza contemporanea. Verso
la fine ho avuto di nuovo il presentimento che l'irruzione
dell'Uomo-che-Suona , carica di frenesia e di ambiguità
dionisiaca, fosse il segnale decisivo della svolta, della
spinta a intrecciare dato cognitivo e dato percettivo, dell'abbandono
delle tecniche a favore delle metodiche che sono parte fondamentale
del patrimonio dell'interprete del Novecento. Ho atteso che,
nella trasformazione, il corpo diventasse portatore d'idee
umbratili, che il sangue rispondesse al pensiero e il pensiero
al sangue. Ho desiderato che le danzatrici si abbandonassero
all'improvvisazione guidata, marciassero come vere guerriere
sul campo delle forme organiche, lavorassero sul movimento
del desiderio, sulla totalità dell'essere umano, utilizzando
l'istinto, il tronco e il soffio vitale dei processi organici.
Il corpo come spazio scenico
- di cui hanno offerto prove mirabili Yann Marussich con "Bleu
provisoire" e Lara Martelli con "For sale"
- chiarisce il compito fondamentale dell'interprete: quello
di realizzare - in alternativa ai "processi di astrazione"
- l'atto totale della creazione artistica, che implica il
passaggio da un corpo muto ad un corpo vivo. Definisce inoltre
la consequenzialità dell'atto finale, che muove oltre
la carica deduttiva dei sensi in un luogo senza limiti e senza
forma, riempito di segni, dove la parola tace e dove parlano
invece tutte le cose del mondo interiore, infinito. In questo
luogo, i punti neri, i buchi, i semi di una rosa divorata
dai bruchi sono capaci di generare una nuova rosa, cioè
una nuova vita, che rivive e rifiorisce, e non si sa come.
In quello spazio senza limiti - come è senza limiti
l'eros, il desiderio dell'altro -, il pensiero tende a farsi
sangue, portando con sé anche l'odore di quel sangue.
Non è vero che il movimento
del pensiero si manifesti attraverso la parola e il movimento
del desiderio attraverso il corpo dell'interprete. L'ipotesi
di separazione dei due movimenti è avventata e pericolosa,
funzionale soltanto al reiterato dominio del dato cognitivo
sul quello percettivo e alla negazione del valore aggiunto.
Il logos attraversa le viscere,
il ventre, il cuore. Si espande in tutto il corpo per essere
spinto oltre il suo stesso confine, dove la materia invadente
rende possibile nel suo divenire la fuoriuscita della parte
nascosta che aspira alla produzione di senso. L'energia prodotta
spinge verso la spazialità degli oggetti e la produzione
del linguaggio estensivo, lasciando sopravvivere la razionalità
necessaria all'autogestione del processo vitale. Ma il corpo
è fatto anche di sudore, sapori, odori, saliva, escrementi,
sperma, sangue, ferita, sesso, che derivano dalle parti che
formano il tutto, costituendosi così come pluralità
di segni, come generatore di tante parole e di nessuna parola.
Il corpo rimanda alla creazione artistica come atto erotico,
essendo l'erotismo - per dirla con Bataille - "l'approvazione
della vita fin dentro la morte" ed essendo l'uomo - per
dirla con Rella che riporta le parole di Ildegarde "totalmente
sessuato". "Ma - aggiunge la religiosa visionaria
- se la sessualità è ciò che costituisce
l'umano, anche lo spirito è sessuato…fiorisce
nel corpo (in lumbis rationalitas floret) ".
E' evidente, allora, che la
meccanica della creazione artistica si configuri come una
manovra fondata sull'alleanza tra razionale e sensibile, tra
percettivo e significativo, e che da essa non si possa prescindere,
se non a condizione di restare nella tradizione immobile.
(Alfio Petrini)
|