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Lo spettacolo "In movimento" di Roberto Castello rappresenta
la seconda parte del progetto "Il migliore dei mondi possibile".
E' stato presentato nell'ambito del Festival Temps d'Immages,
che aveva lo scopo d'indagare sui rapporti tra reale e virtuale.
Ottima iniziativa. Una risposta al bisogno che c'è di fare
un bilancio sull'utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione
applicate alla creazione artistica, nel pieno della moda che
le esalta come nuove divinità, ma in questa sede è possibile
fare solo un breve ragionamento. Castello vuole "fotografare
l'oggi, lanciare una memoria del momento presente", ma lo
spettacolo "In movimento" non ha tema, non ha contenuto,
non ha sostanza. E' dedicato alla coreografia e si offre come
prodotto di pura forma. Un fatto privato. Negazione della
presenza e dell'interesse dello spettatore. Suono, gesto,
movimento: questi gl'ingredienti. Siamo molto lontani dal
target del Festival. Ma siamo lontani, con le musiche elettroniche
dei "Tu'm", anche dai livelli di ricerca sonora più avanzata,
come quella - per esempio - di Luigi Ceccarelli, pesarese
anche lui, che usa l'elettroacustica per progettare uno spazio
sonoro dove non c'è differenza tra suoni musicali e rumori
e per inventare un sistema di diffusione di questo spazio
in rigorosa funzione espressiva, nel presupposto della pluralità
del linguaggio e nella prospettiva di un forte coinvolgimento
emotivo. La disamina dei materiali del cantiere "Sul
corpo", presentato dopo lo spettacolo, ha messo in evidenza,
a partire dai modesti risultati dell'improvvisazione dei danzatori,
l'uso descrittivo delle immagini di Giacomo Verde che nega
l'indispensabile interazione tra scena materiale e scena immateriale,
quindi la benché minima fioritura di valore aggiunto. Le miscele
linguistiche sono come le torte: o crescono e profumano o
si afflosciano e fanno passare l'appetito. Non so se è preferibile
il minimo multimediale vicino allo zero di Castello/Verde,
oppure il massimo di "Alladeen" della regista Marianne
Weems, apparso al Valle come un ammasso gigantesco d'apparecchiature,
d'immagini e di parole in funzione mimetica. Il classico elefante
che partorisce un topolino. Un prodotto di bassa cucina multimediale
con ingredienti che non costituiscono amalgama. Un perfetto
prototipo di quello che non si deve fare. Noia mortale. Meglio
il teatro della chiacchiera. Costa di meno.
(Alfio Petrini) |