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TRIBUTO AD HERBERT PAGANI

T.S.I La Fabbrica dell'Attore
TRIBUTO AD HERBERT PAGANI
Uno strappo dal cielo

Spettacolo musicale con Manuela Kustermann, Miriam Meghnagi, Caroline Pagani.
Regia di Giancarlo Nanni
Interventi di David Maghnagi, Vittorio Sgarbi, Arturo Schwarz, Vincenzo Mollica, Fiamma Nirenstein
Arrangiamenti musicali di Paolo Vivaldi e Emanuele Bossi
Realizzazione video di Aqua-Micans con musiche di Francesco Milizia
Luci di Valerio Geroldi
Aiuto regia Caroline Pagani e Francesca Blancato

 

Il teatro di dedica e il teatro della memoria dilagano. Tra le Compagnie impegnate sul crinale di questi versanti troviamo La Fabbrica dell'Attore con il "Tributo ad Herbert Pagani".

Artista poliedrico, nato in Libia da una coppia di ebrei, Pagani ha svolto attività come cantante, scrittore, poeta, scultore, scenografo, Dj, videomaker, manifestando in ogni campo qualità originali e innovative. Ma soprattutto un comportamento poetico rispetto alle cose che, in modo o nell'altro, andava a raccontare. Non ha mai dimenticato la cultura legata alla tradizione ebraica, ma ha trasfuso negli atti creativi una forte passione civile e un profondo attaccamento alla cultura mediterranea di crogiuolo. Approdato in piena maturità artistica alla pluralità del linguaggio, ha realizzato "Megalopolis", opera totale che rimane una delle creazioni più interessanti della sua produzione artistica. Ispirata dal libro di Roberto Vacca "Medioevo prossimo venturo", fu presentata in occasione della riapertura del Palais de Chaillot e poi al Festival dei due Mondi del 1976 con grande successo.

"Tributo ad Herbert Pagani" è un racconto fatto sul filo della memoria e della testimonianza da un'attrice (Manuela Kustermann), da un'amica cantante (Miriam Meghnagi) e dalla figlia (Caroline Pagani). Belle le canzoni in video dello stesso Pagani o riproposte dal vivo dalla Meghnagi. Sottile e stimolante la lettera aperta a Gheddafi. Pregnante di passione politica e culturale l'"Arringa per la mia terra", dove Pagani parla del mondo come "un corpo unico, intero e palpitante" e dove la difesa del sionismo sta in due frasi monumento "Mi difendo, dunque sono" e " Il sionismo non è razzismo, ma un processo di libertà". Lo spettacolo è costituito da parole - recitate e cantate -, immagini e suoni, in un quadro di riferimento scenografico che vuole essere una ricreazione dello studio dove l'artista lavorava, ma che risulta decorativo e incongruo rispetto alla natura dello spettacolo messa in preventivo. Non si capisce perché la regia di Giancarlo Nanni scelga la strada giusta del tatro di dedica e poi strizzi l'occhio al teatro di rappresentazione, appesantendo contraddittoriamente lo spettacolo con arredi inutili, con il simbolismo di una fila di scarpe, con il naturalismo dato dal sopraggiungere - che vuole apparire "vero" - delle due ospiti, con alcuni sprazzi di enfasi recitativa che mal si concilia con la necessità strategica del linguaggio logico-discorsivo. Si sa, il miglior modo per recitare è quello di non recitare.

Forse il miglior "tributo" alla figura splendente di Herbert Pagani poteva venire dalla realizzazione di un oggetto intermediale - fondato sulla pluralità del linguaggio e quindi sulla interazione di codici espressivi che porta valore aggiunto -, comè stato "Megalopolis". La tentazione multimediale ha prodotto invece un tentativo improduttivo, lasciando gli elementi linguistici separati e distinti. Quando manca atteggiamento critico nei confronti delle nuove tecnologie e quando queste non rispondono al rapporto di relazione e di necessità, i risultati sono inevitabilmente tecnicismi. Non vanno al di là di una descrizione formalmente perfetta, ma esangue, che produce indifferenza.
(Alfio Petrini)