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Valdoca,
Paesaggio con fratello rotto
Tre tappe spettacolari ideate e dirette da Cesare Ronconi
Prima tappa: Fango che diventa luce.
Per tre animali, un macellaio, un oracolo, un cantore
Regia di Cesare Ronconi
Parole di Mariangela Gualtieri
Con Marianna Andrigo, Silvia Calderoni, Leonardo Delogu, Elisabetta
Ferrari, Dario Giovannini e Muna Musssie
Musiche dal vivo di Dario Giovannini
Campionamenti di Aidoru
Scene di Stefano Cortesi
Costumi di Patrizia Izzo
Produzione del Teatro Valdoca, in collaborazione con Teatro
Bonci di Cesena, Drodesera Centrale Fies 2004
Roma, Teatro Vascello, dal 30 marzo al 3 aprile 2005. |
| | Che
la Gualtieri e Ronconi abbiamo avvertito il malessere che attraversa
l'occidente è segno d'indiscussa sensibilità culturale. Che
di fronte al senso incolmabile di vuoto abbiano sentito il bisogno
di esprimerlo artisticamente, conferma la loro voglia di continuare
ad essere artisti presenti e attivi in un Paese con pochi valori
condivisi. Che esista una spaccatura tra l'anima del mondo
e l'uomo della "polis" che non c'è è un dato incontestabile
per innumerevoli motivi. Perché l'uomo nella sua interezza è
stato fatto a pezzi. Perché l'uomo continua a trattare l'uomo
per parti separate e distinte, invece di concepirlo in modo
unitario. Perché gli uomini stanno l'uno contro l'altro armati.
Perché la necessità di "apparire" prevale su quella di "essere",
implicando la trasformazione del piacere in edonismo. Perché
la dualità del materiale e dell'immateriale, del sapere e del
non-sapere non è "passata" nella cultura contemporanea, che
risulta sostanzialmente materialistica, razionalistica, positivistica,
legata agli assoluti ideologici. Perché lo sviluppo non coincide
con un reale progresso umano, perché i progetti politici non
sono accompagnati da progetti culturali, perché la politica
si nega come atto supremo d'amore e si concretizza in cinico
esercizio del potere. E si potrebbe continuare, condividendo
appieno il fatto che il pezzo di brace cosmica vacilla,
che esiste uno scarto forte tra ciò che sentiamo ( e
diciamo ) e il modo in cui viviamo, che siamo andati
lontano da ciò che ci tiene in vita. Tutto questo è vero.
Ed è anche vero che su questo versante, complesso e impalpabile,
c'è il rischio di bruciarsi la faccia e la veste, il
che rende questo Paesaggio con fratello rotto un atto
di fede coraggioso della Gualtieri e di Ronconi. Ma un conto
sono le idee e il coraggio, un altro conto sono i risultati
artistici. Quando il
drammaturgo scrive Che cosa abbiamo dimenticato? Che cosa?/Quando
piangiamo. Quando/siamo a pezzi./Quando il sole non ce la
fa più/ a darci consolo? Quale/semplice formula? Che parola?
Che cifra?, dice molte cose. Con la domanda retorica Che
cosa fa di noi solo/un grumo/nello splendore del mondo?
ne dice molte altre. E attraverso la bocca incredibile dell'oracolo
ci spiega in dettaglio che Ci serve denaro e/versamento
di sangue. Confini, nomi/servono per ogni minimo stato. Poi/porte
muri cancelli muraglie dogane/bastioni , muri e muri, per
il dentro/ e il fuori, per il qui e il lì, perché/tutto sia
a misura del respiro, creduto/ vero, in quella sua piccola
taglia/ di fiato. Mentre i concetti assalgono la mente,
nascono domande senza risposta. Non abbiamo scoperto da molto
tempo che al centro del teatro c'è il corpo, che al centro
del corpo c'è il cuore, che al centro del cuore c'è il sangue
che si fa pensiero, perché a sua volta il pensiero possa farsi
sangue? I risultati convincenti del precedente Chioma
non sono derivati da questo inusuale processo, invece che
dalla parola-concetto?
Che cosa abbiamo dimenticato?
urla la Gualtieri. Abbiamo dimenticato il rapporto di relazione
con l'uomo. Se salta questo rapporto, salta l'uomo, che diventa
un buco d'uomo. Ma anche quando il drammaturgo dimentica l'uomo
a due dimensioni (materiale e immateriale) e, invece di rappresentarlo,
lo descrive e concettualmente lo spiega, salta il rapporto
di relazione. Allora l'opera non ama e non possiede l'osservatore.
Lo respinge piuttosto. Invece di regalargli emozioni, sentimenti
e stupori, lo invita a pensare, a ragionare, a seguire il
senso logico delle parole , mortificando le legittime pretese
dei sensi.. E l'agognata poesia? Finisce per essere un'aura
legata alla superficie del verso. Scaturisce dalla combinazione
di belle parole, invece che dal comportamento del poeta rispetto
alle cose che racconta.
E, su questa strada, quando
il macellaio vomita l'orrore di una natura e di una cultura
disumanizzate, il poeta spiega ancora. E se spiega, al povero
regista cosa rimane? Rimane la trasformazione della parola
scritta in parola parlata, l'invenzione di qualche immagine
a ornamento delle parole che dicono tutto (il dicibile e l'indicibile),
la manovra degli attori e degli oggetti, la sovrapposizione
di movimenti e di azioni fisiche alle parole. In altri termini,
la scrittura drammaturgica non si offre nella sua autonomia
per essere tradita attraverso l'atto d'amore del regista e
dell'interprete, ma per essere accettata nella sua autarchia
e assecondata nell'azione di spiegazione dell'idea. Il risultato
è la dicotomia tra la parte concettuale/concettosa della parola
e la parte visiva dello spettacolo. Il fango diventa luce,
ma la luce diventa metafisica della luce. (Alfio Petrini)
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