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FOI |
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Prima Fila - Rubrica Teatro Totale |
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“Foi” vuol dire fede. Non fede religiosa. Fede come
ciò in cui si crede. Dunque, bisogna credere per vedere.
Accomuno pertanto gli autori (drammaturgo, regista, performers)
nella specie umana dei visionari, dei pazzi luminosi, che si
sono lasciati il mondo alle spalle, non potendo stargli dietro.
Inseguono il pulsare delle angosce e degli orrori assieme a
qualche speranza, generando uno straordinario movimento liquido
(quello dello spettacolo) che va ripetutamente dalla catastrofe
alla vita e dalla vita alla catastrofe.
Guerra, peste, aids, crociate, amore, violenza, sono i temi
trattati attraverso il filtro della memoria e la filosofia del
corpo. Corpo erotico - libero da condizionamenti etici, politici,
religiosi -, che ha in sé il soffio della carezza, la
dolcezza dell’inquietudine, l’orrore del naufragio,
la violenza del sesso e l’acre odore della morte. Non
è terra senza cielo, ma ventre della terra che sale appeso
al filo celeste. Contenuto e contenitore del viaggio. Transito
che si fa esperienza umana ricca di promesse. Luogo dell’imprevisto.
Spazio scenico, dove sfrigola tutto ciò che serve per
comunicare. “Foi”è il partito preso degli
autori/artisti rispetto ai temi preventivati: vecchi, ma sempre
attuali, proprio perché dipendono dal partito preso e
dal comportamento poetico che l’accompagna. Scrivere è
una modalità del fare poetico, che contiene in sé
l’idea del favoloso possibile. Il favoloso possibile rimanda
allo spazio del nulla, che è lo spazio della creazione
artistica. Il nulla non implica perciò perdita di significato,
perché rimanda continuamente a ciò che nega. Partito
preso e comportamento poetico determinano il valore universale
dell’opera che parla al cuore e alla mente degli spettatori.
Scaturisce dal contrasto, dalla trama d’opposizioni intime
e violente, inconciliabili e portatrici di valore aggiunto poetico.
Dura nel tempo, perché si pone nel suo divenire –
per dirla con Blanchot – “non come un altro mondo,
ma come l’altro di ogni mondo, ciò che è
sempre altro dal mondo”.
Alla base di due muri posti a triangolo scorre una caotica miscela
di suoni, canti, rumori, parole, azioni fisiche, spazialità
di corpi stimolati dalla sostanza drammaturgica. La danza nega
la danza. Le forme organiche scaturiscono dai processi vitali
e generano la bellezza brutale e barbarica che dona piacere
allo spettatore. Un spettacolo affascinante. Bellissima la scena
finale giocata in orizzontale. Team artistico e tecnico - Sidi
Larbi Cherkaoui in testa - da lodare. La danza è meticcia,
così come sono meticci Cherkauoi, Attou e Merzouki? I
bianchi europei sembrano in ritardo. (Alfio Petrini) |
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