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FESTIVAL
DEL TEATRO ITALIANO |
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Il Festival però, dato il nome, dovrebbe promuovere tutte
le drammaturgie esistenti, se non vuole far intendere che il
teatro italiano faccia riferimento ad una sola drammaturgia,
quella che sta al centro dei suoi legittimi interessi. Cambiare
la "a" finale della parola drammaturgia in una "e"
non sarebbe un gioco lessicale, ovviamente, ma una questione
che rappresenterebbe l’approdo auspicabile al pluralismo fattuale,
comportando per il Festival un merito ulteriore e un sostanziale
arricchimento.
La cultura e la politica hanno il dovere di pensare altro,
altrove, altrimenti. L’esclusione o la demonizzazione del
diverso ( non c’è solo l’altro da noi,
ma anche l’altro di noi ) è sempre
un atto di debolezza. E’ il segno della polis che non
c’è. Uno sperpero che una società moderna non
può permettersi. Potrà assumere l’appellativo
di società avanzata e matura, quando la cultura non dipenderà
più dalla politica e quando governanti e governati saranno
riusciti a creare la polis. Idee, metodologie, forme
di comunicazione e d’espressione vanno tutte difese e salvaguardate
senza esitazione alcuna. Sono il patrimonio comune inalienabile,
il presupposto per la nascita della polis. Artisti e
politici devono diventare compatibili nella diversità
dei ruoli e con diversi strumenti devono farsi piccoli costruttori
di una grande civiltà delle idee. L’unità nella
diversità è un’utopia concreta che porta con
sé una grande forza, quella che ha fatto nascere l’Europa
e che la farà sviluppare nel corso degli anni futuri.
La predilezione nei confronti di un’idea o di una metodica non
impedisce di riconoscere il valore di altre idee o di altre
metodiche, ma determina piuttosto uno spazio di libertà,
quello del confronto e della critica, che sta alla base di una
democrazia compiuta. Quando un valore è messo a margine
è la polis – quindi l’autore stesso dell’emarginazione
- che s’impoverisce.
In questo benedetto Paese spesso il movimento somiglia alla
stasi e la stasi fa nascere domande che generano altre domande,
e altre domande ancora, alle quali prima o poi bisognerà
pure dare una risposta. La scrittura drammaturgia si è
o non si è gradualmente impoverita? E, se è sì,
perché si è impoverita? Perché tanti autori
che hanno attraversato la stagione del successo sono spariti
come meteore? Perché i testi non durano nel tempo? Bisogna
o non bisogna tornare in qualche modo alle origini? Nell’attesa
di risposte – che tuttavia auspico non risolutive, ma tali da
testimoniare il ritorno al fervore del punto di vista e della
presa di posizione individuale e collettiva –, credo che la
cosa migliore sia abbandonare la sponda ambigua della "promozione
della drammaturgia" e prendere il mare aperto, ricco e
pericoloso, del sostegno concreto a tutte le drammaturgie esistenti,
rimanendo aperti anche a quelle possibili.
Ad Anzio, sul palcoscenico di Villa Adele la scrittura drammaturgia
che cerca di doppiare la realtà e che rappresenta la
prassi prevalente, se non addirittura dominante, nel nostro
Paese ha caratterizzato il programma del Festival. Di là
dalle simpatie o dalle antipatie che suscita, una cosa è
certa: se dovesse essere eliminata o emarginata per decreto,
dovremmo batterci per l'abrogazione del decreto medesimo. Ma
questo principio è buono, se vale per tutte le forme
di drammaturgia .
Rinviato lo spettacolo Basilicata di Rocco Papaleo, la
XXIII edizione del Festival del Teatro Italiano è stata
aperta da Magmamleto di Giorgio Manacorda, testo raccontato
da due attori e due ballerini. La drammaturgia, radicata nel
pensiero razionale, ignora il pensiero del corpo e si fa concettosa.
La parola è usata come veicolo della ideologia ribellistica
del protagonista, abbellita da un’aura poetica che implica l’assenza
di un atteggiamento poetico dell’autore. Lo spettacolo mortifica
la vista ed esalta la funzione dell’udito. Un radiodramma. Attore
protagonista inadeguato. Musiche d’atmosfera. Luci che servono
a rendere visibili le figure degli attori. Scenografia e oggettistica
inesistenti. Evviva la povertà, a condizione che sia
una ricchezza, non la violenza del nulla!
Trionfo del dato cognitivo anche in Disturbi di memoria
di Manlio Santanelli. Organizzazione sapiente dei dialoghi,
ravvivati dal fuocherello dei giochi di parole. Non si va di
là dalla superficie. E il dato percettivo? E l’irrazionale?
E il non-sapere? Insomma, la dualità della cultura e
della natura umana dove sono andati a finire? Da Parmenide a
Marcuse tutto è stato inutile. L’impalpabile e l’indicibile,
ignoti all’autore, non sfiorano neppure l’orizzonte della sua
scrittura drammaturgia. Risultato: i personaggi – deprivati
della parte immateriale – non somigliano agli uomini, ma a robottini,
sottoposti ad un esercizio letterario fine a se stesso. Botta
e risposta. Linguaggi a matrice fisica assenti. Parole da ascoltare,
pensieri da capire. Ancora luci che illuminano le forme. Ancora,
dopo un po’, sento ma non ascolto, e soprattutto non vedo nulla,
nel senso che in palcoscenico non c’è nulla da vedere.
Cerco, ma non trovo l’atteggiamento poetico del drammaturgo,
quindi del regista, che si firma "Urlo". Magari! Solo
la sua presenza è risultata invisibile. I due attori,
Carlo Fineschi e Vito Mancasi, sono costretti a chiacchierare,
svolgendo appieno il compito affidatogli. Il teatro deve educare
o deve suscitare emozioni?
C’ero prima io, di Alessandro Sigalot – vincitore della
rassegna "Schegge d’autore" 2003 – ci pone di fronte
a due parvenze d’uomini che discutono su chi debba suicidarsi
per primo. Pipì di gatto sulla cenere.
Dopo I padri di Luca Monti, sono arrivate le madri insoddisfatte
dei loro figli di Luciana Grifi con un Mommyland d’impianto
realistico che il regista Luciano Melchionna ha attraversato
con il simbolismo di un apparato sonoro e scenografico. L’effetto
di rovesciamento in forme pleonastiche ed esplicative ha accresciuto
il disagio provocato dal magma incontrollato della materia linguistica.
Gli attori non amano e non possiedono lo spettatore. Lina Bernardi,
sottotono, soggiace alla ricerca degli accenti di verità.
Annamaria Loliva, cerca l’antinaturalismo con trilli che arrivano
fino al ghirigoro.
Ben altri risultati consegue Bangkok - Il serpente
nella pancia, vincitore del Premio Calendoli-Enap 2003,
testo e regia di Renato Giordano. Un impiegato compie un viaggio
aziendale in Thailandia, si ritrova nel giro del commercio di
sesso ed è condannato come pedofilo. Il tema bollente
del sexy show è trattato dall’autore con una delicatezza
e una perizia di grande pregio. Scrittura drammaturgica bene
organizzata e limpida nello stile. In scena, una miscela linguistica
di parole, musica e danza. I codici sonori e spaziali andrebbero
meglio preventivati nella fase aurorale della scrittura drammaturgia,
allo scopo di conseguire nella scrittura scenica un risultato
di una maggiore organicità espressiva. Ottima interpretazione
di Virginio Gazzolo che naviga in modo mirabile nel torrente
sfavillante della materia linguistica e dimostra ancora una
volta di saper catturare l’attenzione degli spettatori. Perché
fa il vecchio? Yu-Lin e Guido Silveri danzano su coreografie
non sorprendenti, accompagnati da Her Castriota al violino. (Alfio Petrini) |
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