| | Mi è arrivato
da pochi giorni l'ultimo numero di Doc(k)s, (www.sitec.fr/user/akenatoin/docks),
la rivista francese diretta da Julien Blaine, Philippe Castellin
e Jean Torregrosa. Quarta serie, anno 2006. Quattrocentoquarantotto
pagine. Splendida, come sempre. E' dedicata alla riflessione.
Gli artisti si sono riuniti nella sede affumicata e oscura
della redazione. Da lì, attraverso uno spiraglio, era
possibile vedere un meraviglioso cielo blu. Blu come il mare?
Blu come il fiocco di una nuova nascita? Blu come la speranza?
Blu come il cielo dipinto di blu? Blu come i doppiopetti blu
e le auto blu? Blublublu. Bloblub. Solo lo sghignazzo ci salva
dalla vita.
Dicevo che si tratta di un numero fondamentalmente "teorico".
Raccoglie i punti di vista di molti artisti impegnati sul
versante delle nuove arti visive e alcune esemplificazioni
pratiche di natura poetica. Perché l'obiettivo finale
è uno soltanto: fare poesia. Creare oggetti artistici
intertestuali, intermediali, polidimensionali e sinestetici.
Intertestuali perché mettono in preventivo corpi testuali
di diversa natura. Intermediali perché implicano la
interazione di diversi codici espressivi finalizzato alla
produzione del valore aggiunto poetico. Polidimensionali perché
fondati sul principio di relazione che tiene conto dell'uomo
a due dimensioni (materiale e immateriale). Sinestetici perché
interessano tutti i sensi dell'uomo.
Fare poesie è facile. Fare poesia è difficile.
Ciascun artista, a suo modo, ci prova. Per fare poesia occorrono
molte conoscenze e abilità, e una dote fondamentale.
Le conoscenze teoriche e le abilità tecniche sono legate
alla manovra. La dote è il comportamento poetico del
manovratore: non è frutto di sapienza e non può
essere trasferito da un uomo ad un altro uomo. Tutti sono
in grado di mettere insieme diversi materiali linguistici.
Se rimangono separati e distinti, abbiamo composto una poesia.
Se interagiscono e producono un valore aggiunto, abbiamo fatto
poesia. Nel primo caso il procedimento è multimediale.
Nel secondo è intermediale. Un'opera multimediale non
è intermediale. Un'opera intermediale è sempre
multimediale e porta con sé una differenza. Il valore
aggiunto è la poesia. La poesia ha in sé movimento
del pensiero e movimento del desiderio. La poesia è
il verbo. Non inteso come parola e come ragione. Ma come forza
che contiene in sé ritmo. Come energia vitale che trascina
e coinvolge l'uomo nella sua interezza. La poesia produce
incanto, fascino e mistero. Parla al cuore e alla mente. E'
sangue e pensiero.
L'ultimo numero di Doc(k)s raccoglie le "theories dada"
di Michel Giroud, che stabilisce alcuni punti di convergenza
tra il "thyphon" dada e il "ciclone" fluxus,
"car ils sont non-mouvements, critiques des avant-gardes
et chercheurs en toutes les diretions vers une socièté
humaine fondée sur les jeux et leurs inventions permanentes".
Jean-Paul Gavard-Perret riflette sul viaggio di Artaud in
Messico in una prospettiva corrispondente a quella indicata
di recente dal nostro De Marinis, che la chiama Secondo Teatro
della Crudeltà. Ines Oseki-Dépré suggerisce
una riflessione sull'ultimo movimento poetico che ha segnato
profondamente la poesia brasiliana contemporanea e che ha
messo in risalto tre poeti di Sao Paolo, fondatori del gruppo
Noigandres : Haroldo de Campos, Augusto de Campos e Decio
Pignatari. "Il poema presenta il segreto della realtà"
(the poem presents the secret of reality): il poema mostra
il segreto come mistero, dice Albert Giros. Serge Pey traccia
una breve storia della "poésie d'action",
creando un collegamento tra la creazione artistica e il mito
di Filamela. La ragazza trasformata in rondine : "celle
qui aime le chant est la parole coupée de sa langue
". La lingua sradicata dal malefico significato è
il secreto del poema scritto. La leggenda di Filamela è
la metafora del poema, conclude Pey.
Oltre al contributo di Bartolomé Ferrando, che si
attarda sul valore del gesto con un scritto del 1983, dimenticando
il valore determinante dell'azione fisica, e dunque del pensiero
del corpo, e dunque della parte sensibile che caratterizza
ogni creazione artistica, la rivista accoglie le riflessioni
di Jean-Pierre Bobilot, Charles Dreyfus- Pechkoff, Georges
Hassoméris, di Jelien Baine, Jean-Claude Moineau e
Alain Schifres che pubblicano di nuovo il Manifesto La Poesie,
hors du livre, hors du spectacle, hors de l'objet (Robho,
1971), e di tanti altri artisti.
Enzo Minarelli (autore del Manifesto della Polipoesia,1987)
c'informa che la "polipoesia è concepita e realizzata
per lo spettacolo dal vivo, si affida alla poesia sonora per
allacciare rapporti con: la musicalità (accompagnamento
o linea ritmica), la mimica, il gesto e la danza (interpretazione
o ampliamento o integrazione del tema sonoro), l'immagine
(televisiva o per diapositiva, o dipinto o installazione,
come associazione, spiegazione, ridondanza o alternativa),
la luce, lo spazio, i costumi e gli oggetti". A parte
le perplessità suscitate dalla musicalità in
funzione di "accompagnamento" e dall'immagine come
"spiegazione", mi sembra opportuno evidenziare l'episodio
di cui Minarelli è stato protagonista nel corso di
una performance, perché rivelatore del suo modo di
fare poesia sonora. Un cane si mette ad abbaiare durante la
performance e il performer pensa che il cane continui ad abbaiare
per il desiderio che ha di ascoltarlo e così continua
a dire le parole parlate messe in preventivo. Peccato! Se
avesse dialogato meravigliosamente con il cane, avrebbe ottenuto
due risultati: lo sradicamento dal "malefico contenuto",
profetizzato in un altro passo del Manifesto, e la realizzazione
di un vero evento, unico e irripetibile, come sempre dovrebbe
essere una performance. E più avanti quando dice che
la poesia sonora "molti la praticano", ma "pochi
la fanno", spiega che non la sanno fare perché
non hanno "intrapreso fino in fondo la strada che porta
all'esclusione della scrittura, della narrazione, del voler
dire e del voler raccontare". Certo, nella poesia sonora
il focus va spostato dalla parola al suono, ma è necessario
tener presente che la voce è corpo - è un fatto
materico, è parte integrante del corpo -, e che per
lavorare sulla oralità bisogna lavorare sul corpo (ma
quanti professori/performer sanno farlo?). Ed è altrettanto
necessario dire che non basta la consapevolezza teorica e
la perizia tecnica per fare poesia: occorre il suffragio del
comportamento poetico che dà soltanto dio.
Anche Giovanni Fontana ritiene che l'azione performativa
debba avere le caratteristiche della intertestualità,
intermedialità, sinestesia e polidimensionalità.
Aggiunge che l'artista tende ad utilizzare tutto quello che
serve per comunicare (comunicazione chiara) e per esprimersi
(comunicazione oscura). Conferma che la performance debba
possedere il carattere della unicità, essendo un evento
unico e irripetibile. Il che implica un atto di perfetta coerenza
tra teoria e prassi performativa. Quanti sono gli artisti
che non soggiacciono alla logica perversa della tournée
e dunque alla pratica de la repetition? Pochi ne vedo in giro
per il mondo e pochi ne ho visti nel corso delle sei edizioni
della Vetrina internazionale in Aree Intermediali e Sinestetiche,
realizzata dal Centro Nazionale di Drammaturgia con il sostegno
del Comune di Roma (Roma, 1996/2001). Ed è condivisibile
anche il punto di vista che valuta la performance come "tessuto
di relazioni", in quanto corrisponde "all'interminabile
viaggio dell'artista" che va alla ricerca dell'altro
di lui e da lui. A Fontana non sfugge che il performer si
debba riappropriare "del patrimonio materiale che circola
nei sensi; perché la poesia passa attraverso il corpo,
un corpo che si dona", che funziona da input e da output.
E aggiunge che "l'intelligenza in atto è corpo;
il gesto poetico è corpo; il corpo è ritmo e
senza ritmo non c'è linguaggio", mettendo così
in evidenza come il performer abbia "un'attitudine essenzialmente
nomade" e come gli "espaces monades" costituiscano
le molecole di una materia vivente che alimenta gli "espèces
nomades". L'auspicio conclusivo è che "la
tensione creativa portata dagli ambassadeurs, nomades e monades
nel e del mondo, possa ancora giocare un ruolo fondamentale".
Non mi sento invece di accettare la terminologia ambigua
che Fontana usa, ma non è il solo, quando definisce
l'opera "luogo della convergenza tra le diverse discipline
artistiche, luogo caratterizzato dalla intersezione dei linguaggi".
Le discipline non convergono e i linguaggi non s'incontrano
in alcun luogo. Sono i codici espressivi che interagiscono
e che finiscono per intrecciarsi nello spazio scenico del
corpo umano. Penso allora che si debba parlare di pluralità
del linguaggio. E ritengo che l'artista non debba essere considerato
un "alchimista poeta", ma un chimico poeta. La realtà
dei fatti mi pare che induca ad accettare questa seconda formulazione
piuttosto che la prima. Intanto va detto che l'opera non è
l'oggetto in se stesso. Non è la miscela linguistica.
Tanto meno la manovra. La pura manovra. E' l'oggetto generato
dall'autogestione del processo vitale, che è un processo
di natura chimica. Tale processo implica la trasformazione
della carne in "corpo glorioso" e produce forme
organiche arricchite. L'opera è dunque l'oggetto dotato
di valore aggiunto poetico, che è inseparabile dall'oggetto
e che ne rivela la qualità.
E poi, l'atto della creazione artistica del performer che,
in quanto tale, sceglie di essere e non di sembrare, di disvelarsi
e non d'interpretare, accade nella dimensione della soglia
e afferma la regola della dualità della natura e della
cultura umana. Questa metodica mette insieme il razionale
e il sensibile. Se il performer ignora questa combinazione,
cade vittima della ragione: utile nella conduzione della vita
quotidiana, dannosa nel fare arte e nel fare poesia. Le forme
organiche illuminano, mentre i dati cognitivi addormentano.
Ma non basta. C'è chi ha fatto di più come
poeta chimico. Con il patrimonio delle necessarie capacità
artistiche, con il supporto di alcune conoscenze nel campo
della biologica e infine con la collaborazione di alcuni scienziati
medici, Yann Marussich, performer-danzatore svizzero, è
riuscito a mettere in atto processi chimici che hanno comportato
la colorazione azzurra del corpo e la secrezione sierosa da
tutti gli orifizi. Un evento straordinario. Indimenticabile.
Un evento vero, che ogni sera impegnava Marussich a ri-fare
il processo e non ripetere a memoria il risultato. Le nuove
arti visive hanno bisogno del ritorno ai primordi. Hanno bisogno
di un movimento che non somigli alla stasi. Hanno bisogno
di folli luminosi come Marussich che non si sono fatti imprigionare
dalla ragione.
Dal CD di Doc(k)s ho scelto le performance di due gruppi
prestigiosi: Akenon e Black Market International. Il primo
gruppo è costituito da Julien Blaine, Philippe Castellin
e Jean Torregrosa. Dentro un cerchio di sangue rimbalzano
e si raccolgono pietre. Pietra su pietra che si scheggia.
Una "poesia in azione" semplice e complessa allo
stesso tempo, di grande impatto visivo. Molto coinvolgente.
Mentre gli artisti di Akenon concorrono alla realizzazione
della performance, quelli del Black Market tendono a realizzare
azioni performative contemporanee in prevalente autonomia
creativa. Grande varietà di codici espressivi e un
perfetto dominio dello spazio performativo. Emerge il dato
cognitivo. Le azioni performative si fanno vedere, ma non
vedono lo spettatore. Gli artisti del Black Market sono di
diversa nazionalità. Di tanto in tanto si riuniscono
per lavorare insieme. Nel 2000, quando li invitai a partecipare
alla Vetrina del CND, il nucleo storico era costituito da
Jurgen Fritz, Norbert Klassen, Alastair MacLennan, Boris Nieslony,
Nigel Rolfe, Roi Vaara, Jacques Van Poppel e Zbigniew Warpechowski. |