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Les lucioles sono leggere come l’aria. Forme di luce che
danzano nelle notti d’estate. Sono la luce che porta con
sé l’ombra. Parlano del giorno e della notte, del
vivibile e dell’invisibile. Sono materiali e immateriali
allo stesso tempo. E generano lo stupore dei corpi. Lo stupore
negletto. Lo stupore dimenticato. Lo stupore che si è
spento, assieme al piacere, nella superficie della carne. La
scintilla è morta sui banconi del supermercato, nelle
corse metropolitane, sulle autostrade dell’indifferenza,
nelle scatole magiche degli elettrodomestici. Nello specchio
di Narciso è caduta, nel ventre di Gargantua si è
trasformata, brilla sulla punta dell’arpione di Achab.
Il corpo delle lucciole è fluente e luminoso. Ma dove
sono le lucciole?
Ne ho viste due, l’altra sera. Non c’erano campi
di grano e di erba medica afrodisiaca, ma i corpi luminosi
sono apparsi all’improvviso sulla soglia dello stupore
che non muore mai. Elise è robusta, sanguigna, ed anche
aggressiva. La vedo entrare ed uscire con passi decisi, figura
d’ombra nella luce lattiginosa di un neon . Forse nasconde
dietro la sua forza – reale o apparente poco importa
- tutta la fragilità e l’insoddisfazione della
natura umana. Frédérique è diafana, alta,
vagamente sofferente, con due seni d’albicocca. Danza
avvolta in un mantello di plastica celeste come la madonna
della passerella e poi svolazzava agitando un sacco di plastica
nera. Elise è terrena. Frédérique è
aerea. Ma il loro duetto non si muove tra cielo e terra, perché
la terra non ha cielo.
Elise e Fédérique non sono corpi di luce,
e non volano: sgambettano come ballerine meccaniche nel contenitore
di un intrattenimento domenicale, accanto ad un uomo d’occasione.
I loro corpi nudi non sono quelli delle donne umbratili e
ombrose delle calde notti d’estate che io conosco, sono
piuttosto carne tremolante illuminata dallo schermo di una
televisione accesa. Carne che ha sostituito la pratica del
piacere con gli impiastri dell’edonismo trionfante.
Altrove, un altro uomo legge il significato dei suoni, delle
parole, e il significato del significato. “Io sono ciò
che ho detto” è la sua sconclusionata conclusione,
salvata dall’ironia dipinta sulle labbra. Una frase
che scaccia il timore della chiacchiera quotidiana che tenta
la mimesi della realtà. Elise e Frédérique
non volano, ridacchiano. Sanno quello che vogliono, loro.
“Io non sono quello che mostro” sembra dire la
sapiente Elise, cantando e danzando parole in libertà
sul suo bel sedere. “Io sono quello che sono”
sembra confermare Frédérique, rubando la parola
all’amica. “Non ho pietà, dice, per gli
operai con la tuta blu , non ho pietà per i colletti
bianchi che tengono l’acqua minerale sulla scrivania”.
Non ha pietà per nessuno, neppure per se stessa. Elise
afferra una mela, la morde, cade a terra, mentre l’amica
fa parlare la farina che la ricopre. Sì, “le
descrizioni hanno sempre rovinato le cose”. “Uh,
quante banalità!”. “Trentatré anni
di vergogne”. Per Elise e Federique, prima di cadere
insieme a terra ci sono banalità da ascoltare, ma anche
pedate lanciate nel vuoto e la necessità della riflessione
che porta con sé la sorpresa. Per me c’è
la meraviglia del ditino alzato di Frédérique
trasformata in grillo parlante. “Lasciati sorprendere”,
mi dice. “Non parlare, sorprendimi”, rispondo.
“Non farti alcuna illusione, tanto crepi da solo. Fatti
bambino e non educarti”, replica. Non mi sorprende perché,
contraddittoriamente, si spiega e mi spiega cose che non avrei
mai voluto sentirmi dire. Sento questo avvertimento come un
bacio, il primo e l’ultimo bacio sono sempre un tradimento:
il tradimento di lei che dice “tutti i tradimenti sono
consumati nell’ultimo bacio”, che aggiunge “l’anima
non va in nessun luogo”, concludendo che “non
è possibile prevedere tutto”. Non è un
passage benjaminiano questo, Frédérique, divina
traditrice! Mi hai raccontato il tuo punto di vista, non hai
rappresentato la marea interiore, l’attraversamento
che io avrei desiderato a nutrimento del mio stupore.
Ora l’infedele ricopre il tavolo di prodotti alimentari,
sale sul tavolo, si taglia una vena e grida, ulula come una
cagna in cima al monte, mentre il sangue di pomodoro scivola
lungo il braccio. Ora Elise è improvvisamente sfolgorante.
L’abito d’oro e d’argento della dea diventa,
quando cade di nuovo a terra, l’abito ordinario di una
diseredata. Ora la farina ricopre il corpo delle due donne
e dietro il velo tenue dello stupore Elise e di Frédérique
mi appaiono come statue, maschere dimenticate di figura umana.
Lo spazio scenico inghiotte tutto, fondale
bianco, oggetti e corpi: si dilata a dismisura, compiendo
un atto di decretazione, simile a quello compiuto dagli dei
che hanno abbandonato la terra. Un uomo avanza con l’aspirapolvere
e cancella ogni traccia di farina, ogni frammento di sporcizia,
ogni oggetto di scena, calmo, sicuro, mentre lontano vivono
solo lacerti d’immagini, i segni del passaggio delle
lucioles sulla terra abbandonata dagli dei: concedendo all’uomo
la libertà pensare e di parlare gli hanno concesso
anche la libertà di morire.
La luce porta con sé
l’ombra e l’ombra rimanda al corpo luminoso delle
lucciole, di cui conosco il movimento del pensiero e il movimento
del desiderio. Le ho viste, ma non so dove siano andate, ora.
Elise e Frédérique erano i loro nomi. (Alfio Petrini)
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