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DUETTO

Duetto
tratto da scritti di Valère Novarina e Rodrigo Garcia
con Frédérique Loliée, Elise Vigier, Bruno Geslin, Francesco Pennacchia
traduzioni di Gioia Costa, Christilla Vasserot, Frédérique Loliée
immagini di Bruno Geslin
diapositive di Katya Legendre
regia di Frédérique Lolite e Elise Vigier
con la collaborazione di Marcial Di Fonzo Bo
produzione Theatre des Lucioles, Rennes.

Enzimi Festival 2002, Spazio Teatro 1, Roma, 16 settembre.

  Les lucioles sono leggere come l’aria. Forme di luce che danzano nelle notti d’estate. Sono la luce che porta con sé l’ombra. Parlano del giorno e della notte, del vivibile e dell’invisibile. Sono materiali e immateriali allo stesso tempo. E generano lo stupore dei corpi. Lo stupore negletto. Lo stupore dimenticato. Lo stupore che si è spento, assieme al piacere, nella superficie della carne. La scintilla è morta sui banconi del supermercato, nelle corse metropolitane, sulle autostrade dell’indifferenza, nelle scatole magiche degli elettrodomestici. Nello specchio di Narciso è caduta, nel ventre di Gargantua si è trasformata, brilla sulla punta dell’arpione di Achab. Il corpo delle lucciole è fluente e luminoso. Ma dove sono le lucciole?

Ne ho viste due, l’altra sera. Non c’erano campi di grano e di erba medica afrodisiaca, ma i corpi luminosi sono apparsi all’improvviso sulla soglia dello stupore che non muore mai. Elise è robusta, sanguigna, ed anche aggressiva. La vedo entrare ed uscire con passi decisi, figura d’ombra nella luce lattiginosa di un neon . Forse nasconde dietro la sua forza – reale o apparente poco importa - tutta la fragilità e l’insoddisfazione della natura umana. Frédérique è diafana, alta, vagamente sofferente, con due seni d’albicocca. Danza avvolta in un mantello di plastica celeste come la madonna della passerella e poi svolazzava agitando un sacco di plastica nera. Elise è terrena. Frédérique è aerea. Ma il loro duetto non si muove tra cielo e terra, perché la terra non ha cielo.

Elise e Fédérique non sono corpi di luce, e non volano: sgambettano come ballerine meccaniche nel contenitore di un intrattenimento domenicale, accanto ad un uomo d’occasione. I loro corpi nudi non sono quelli delle donne umbratili e ombrose delle calde notti d’estate che io conosco, sono piuttosto carne tremolante illuminata dallo schermo di una televisione accesa. Carne che ha sostituito la pratica del piacere con gli impiastri dell’edonismo trionfante. Altrove, un altro uomo legge il significato dei suoni, delle parole, e il significato del significato. “Io sono ciò che ho detto” è la sua sconclusionata conclusione, salvata dall’ironia dipinta sulle labbra. Una frase che scaccia il timore della chiacchiera quotidiana che tenta la mimesi della realtà. Elise e Frédérique non volano, ridacchiano. Sanno quello che vogliono, loro. “Io non sono quello che mostro” sembra dire la sapiente Elise, cantando e danzando parole in libertà sul suo bel sedere. “Io sono quello che sono” sembra confermare Frédérique, rubando la parola all’amica. “Non ho pietà, dice, per gli operai con la tuta blu , non ho pietà per i colletti bianchi che tengono l’acqua minerale sulla scrivania”. Non ha pietà per nessuno, neppure per se stessa. Elise afferra una mela, la morde, cade a terra, mentre l’amica fa parlare la farina che la ricopre. Sì, “le descrizioni hanno sempre rovinato le cose”. “Uh, quante banalità!”. “Trentatré anni di vergogne”. Per Elise e Federique, prima di cadere insieme a terra ci sono banalità da ascoltare, ma anche pedate lanciate nel vuoto e la necessità della riflessione che porta con sé la sorpresa. Per me c’è la meraviglia del ditino alzato di Frédérique trasformata in grillo parlante. “Lasciati sorprendere”, mi dice. “Non parlare, sorprendimi”, rispondo. “Non farti alcuna illusione, tanto crepi da solo. Fatti bambino e non educarti”, replica. Non mi sorprende perché, contraddittoriamente, si spiega e mi spiega cose che non avrei mai voluto sentirmi dire. Sento questo avvertimento come un bacio, il primo e l’ultimo bacio sono sempre un tradimento: il tradimento di lei che dice “tutti i tradimenti sono consumati nell’ultimo bacio”, che aggiunge “l’anima non va in nessun luogo”, concludendo che “non è possibile prevedere tutto”. Non è un passage benjaminiano questo, Frédérique, divina traditrice! Mi hai raccontato il tuo punto di vista, non hai rappresentato la marea interiore, l’attraversamento che io avrei desiderato a nutrimento del mio stupore.

Ora l’infedele ricopre il tavolo di prodotti alimentari, sale sul tavolo, si taglia una vena e grida, ulula come una cagna in cima al monte, mentre il sangue di pomodoro scivola lungo il braccio. Ora Elise è improvvisamente sfolgorante. L’abito d’oro e d’argento della dea diventa, quando cade di nuovo a terra, l’abito ordinario di una diseredata. Ora la farina ricopre il corpo delle due donne e dietro il velo tenue dello stupore Elise e di Frédérique mi appaiono come statue, maschere dimenticate di figura umana.

Lo spazio scenico inghiotte tutto, fondale bianco, oggetti e corpi: si dilata a dismisura, compiendo un atto di decretazione, simile a quello compiuto dagli dei che hanno abbandonato la terra. Un uomo avanza con l’aspirapolvere e cancella ogni traccia di farina, ogni frammento di sporcizia, ogni oggetto di scena, calmo, sicuro, mentre lontano vivono solo lacerti d’immagini, i segni del passaggio delle lucioles sulla terra abbandonata dagli dei: concedendo all’uomo la libertà pensare e di parlare gli hanno concesso anche la libertà di morire.

La luce porta con sé l’ombra e l’ombra rimanda al corpo luminoso delle lucciole, di cui conosco il movimento del pensiero e il movimento del desiderio. Le ho viste, ma non so dove siano andate, ora. Elise e Frédérique erano i loro nomi.
(Alfio Petrini)