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mucchio di sacchi neri di plastica. Dietro, un coacervo (mobile
e modificabile) di ferri vecchi, trasformato alla fine in
figura di cavallo. I sacchi non contengono solo rifiuti e
spazzatura, ma anche il corpo di un uomo. Don Chi, naufrago
senza sponde, vive in una terra che non ha cielo e passa il
tempo a raccontare fantastiche avventure. Utopie pulsanti
di vita che rimandano alla concretezza poetica del reale.
Bisogna vedere per credere o credere per vedere? Non so se
Antonio Piovanelli e Marco Carniti, interprete e regista dello
spettacolo "Don Chi? Don Chisciotte", visto nell'ambito
della rassegna romana "I solisti del teatro", abbiano
cercato di rispondere a questa domanda. Il barbone appare
come uno dei pazzi luminosi di cui ha bisogno il mondo. E
il teatro. Di contro, il mondo con lo scherno e il teatro
con la disattenzione si vendicano di loro, ma l'utopia concreta
resta inevitabilmente l'elemento mancante al teatro del mondo
e al mondo del teatro. Credere per vedere, dunque. E per fare
sì che in questo Paese ci sia una cultura teatrale
condivisa, fondata sulla buona pratica della tradizione dalla
quale provengono attore e regista dello spettacolo e della
ricerca verso la quale sembrano l'uno e l'altro orientare
il proprio lavoro. Ben vengano dunque in scena i pazzi luminosi
come Don Chi a seminare scandalo, a resuscitare la bellezza,
a illuminare con una scintilla il morto stupore dei palcoscenici!
Lo stupore dell'attore prima di tutto - che è perdita
di realtà, che nasce sulla soglia, che germoglia se
egli segue il sogno. E poi, quello dello spettatore, che è
sospensione nell'attesa non tradita.
Seguire il sogno e figurare il tempo, dunque. Questo è
l'impegno feroce di Antonio Piovanelli nel tentativo riuscito
di delineare il personaggio. Scava nell'artificio metateatrale,
suffraga la ricerca con la prassi del pensiero del corpo e
approda - nonostante qualche falsetto e ghirigoro di troppo
-, a due risultati fondamentali: il coinvolgimento emotivo
e la poesia senza forma e senza testo, come direbbe Artaud.
Il progetto di scorporizzare l'idea risale a Plotino, dura
nel tempo e attraversa la maggior parte dei palcoscenici d'Europa.
Basta guardarsi attorno per registrare il dominio del dato
cognitivo su quello percettivo, il trionfo del materiale sull'immateriale,
la desacralizzazione sperperante del corpo, il piacere trasformato
in algido edonismo attraverso i processi logici di astrazione.
Sotto l'influenza di verità codificate autori criminali
separano il pensiero della mente dal pensiero del corpo, finendo
per radere al suolo la selva primordiale e innalzare sulle
sue rovine cattedrali di vento. Vittorie apparentemente strepitose
al box office della tradizione immobile o delle ricerche effimere
che non risolvono la tragedia. La ragione ha ucciso il corpo,
il corpo ha ucciso l'anima, l'anima non canta più.
A tratti, però, aleggiava nei giardini frondosi della
Filarmonica portata dalle geometrie del caos e dalle nuvole
d'incanto, a significazione del buon lavoro svolto dal drammaturgo,
dal regista e dall'interprete. Antonio Piovanelli - un po'
sottovalutato dal mercato teatrale - non ha paura in palcoscenico
di perdersi per ritrovarsi, dimostra di avere le abilità
per seguire il sogno, trasforma le parole scritte in parole
parlate pensando con tutto il corpo. Gli è mancato
un po' di fiato alla "prima", ma la sua interpretazione
deve considerarsi pienamente riuscita, ben sostenuta da un
lucido progetto di regia firmato da Marco Carniti. Si auspica
un taglio sostanziale nella sequenza finale della locanda.
In repertorio. (Alfio Petrini)
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