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DON CHI...? DON CHISCIOTTE

Teatro 91/Compagnia Piera Degli Esposti -"Don Chi…? Don Chisciotte"
tratto dall'opera di Miguel Cervantes
regia di Marco Carniti con Antonio Piovanelli
rassegna "I solisti del teatro", Giardini della Filarmonica, luglio 2005, Roma
 

Un mucchio di sacchi neri di plastica. Dietro, un coacervo (mobile e modificabile) di ferri vecchi, trasformato alla fine in figura di cavallo. I sacchi non contengono solo rifiuti e spazzatura, ma anche il corpo di un uomo. Don Chi, naufrago senza sponde, vive in una terra che non ha cielo e passa il tempo a raccontare fantastiche avventure. Utopie pulsanti di vita che rimandano alla concretezza poetica del reale.
Bisogna vedere per credere o credere per vedere? Non so se Antonio Piovanelli e Marco Carniti, interprete e regista dello spettacolo "Don Chi? Don Chisciotte", visto nell'ambito della rassegna romana "I solisti del teatro", abbiano cercato di rispondere a questa domanda. Il barbone appare come uno dei pazzi luminosi di cui ha bisogno il mondo. E il teatro. Di contro, il mondo con lo scherno e il teatro con la disattenzione si vendicano di loro, ma l'utopia concreta resta inevitabilmente l'elemento mancante al teatro del mondo e al mondo del teatro. Credere per vedere, dunque. E per fare sì che in questo Paese ci sia una cultura teatrale condivisa, fondata sulla buona pratica della tradizione dalla quale provengono attore e regista dello spettacolo e della ricerca verso la quale sembrano l'uno e l'altro orientare il proprio lavoro. Ben vengano dunque in scena i pazzi luminosi come Don Chi a seminare scandalo, a resuscitare la bellezza, a illuminare con una scintilla il morto stupore dei palcoscenici! Lo stupore dell'attore prima di tutto - che è perdita di realtà, che nasce sulla soglia, che germoglia se egli segue il sogno. E poi, quello dello spettatore, che è sospensione nell'attesa non tradita.
Seguire il sogno e figurare il tempo, dunque. Questo è l'impegno feroce di Antonio Piovanelli nel tentativo riuscito di delineare il personaggio. Scava nell'artificio metateatrale, suffraga la ricerca con la prassi del pensiero del corpo e approda - nonostante qualche falsetto e ghirigoro di troppo -, a due risultati fondamentali: il coinvolgimento emotivo e la poesia senza forma e senza testo, come direbbe Artaud.
Il progetto di scorporizzare l'idea risale a Plotino, dura nel tempo e attraversa la maggior parte dei palcoscenici d'Europa. Basta guardarsi attorno per registrare il dominio del dato cognitivo su quello percettivo, il trionfo del materiale sull'immateriale, la desacralizzazione sperperante del corpo, il piacere trasformato in algido edonismo attraverso i processi logici di astrazione. Sotto l'influenza di verità codificate autori criminali separano il pensiero della mente dal pensiero del corpo, finendo per radere al suolo la selva primordiale e innalzare sulle sue rovine cattedrali di vento. Vittorie apparentemente strepitose al box office della tradizione immobile o delle ricerche effimere che non risolvono la tragedia. La ragione ha ucciso il corpo, il corpo ha ucciso l'anima, l'anima non canta più. A tratti, però, aleggiava nei giardini frondosi della Filarmonica portata dalle geometrie del caos e dalle nuvole d'incanto, a significazione del buon lavoro svolto dal drammaturgo, dal regista e dall'interprete. Antonio Piovanelli - un po' sottovalutato dal mercato teatrale - non ha paura in palcoscenico di perdersi per ritrovarsi, dimostra di avere le abilità per seguire il sogno, trasforma le parole scritte in parole parlate pensando con tutto il corpo. Gli è mancato un po' di fiato alla "prima", ma la sua interpretazione deve considerarsi pienamente riuscita, ben sostenuta da un lucido progetto di regia firmato da Marco Carniti. Si auspica un taglio sostanziale nella sequenza finale della locanda. In repertorio.
(Alfio Petrini)