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DISCO PIGS

Alfio Petrini, INScena
Disco Pigs - © Le Pera
Disco Pigs
© Le Pera
 

DISCO PIGS
di Enda Walsh
uno spettacolo di Valter Malosti
in scena Michela Lucenti e Valter Malosti
coreografie di Michela Lucenti
con Emanuele Braga, Yuri Ferrero , Emanuela Serra
scene Paolo Baroni
luci Francesco Dell'Elba
costumi Patrizia Tirino
maschere Stefano Perocco di Meduna
suono G.U.P
traduzione, adattamento, scelte musicali Valter Malosti
tecnico di palco Matteo Lainati
collaborazione alla creazione Balletto Civile ( Emanuele Braga, Maurizio Cavilli, Alice Conti, Yuri Ferrero, Emanuela Serra)
immagine locandina Botto & Bruno
foto di scena Tommaso Le Pera
organizzazione e produzione esecutiva Teatro di Dioniso ( Paolo Ambrosino, Federico Alossa, Elisa Bottero )
Ufficio stampa Lucia Angelici
Supporti tecnici Colas
Produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino/Teatro di Dioniso con il sostegno del Sistema Teatro Torino.

Teatro India, Roma, dal 22 novembre al 3 dicembre 2006

Valter Malosti e Michela Lucenti. hanno presentato al Teatro India uno spettacolo barbarico. Il testo sul quale hanno lavorato è di Enda Walsh, irlandese. La scrittura scenica ha bandito la ragione, le buone maniere, la separazione tra dato cognitivo e dato sensibile. Malosti ci tiene a sottolineare che ha sentito il bisogno di lavorare non su una fisicità latente, ma su una partitura di movimenti nella prospettiva del teatro-danza, data anche l'esperienza da cui proviene la Lucenti, radicando lo spettacolo nella pluralità del linguaggio e in un ben calibrato mixer di codici espressivi.

L'azione scenica si svolge in uno spazio quadrangolare molto ristretto, sostenuto da quattro palloncini colorati che lo rendono volatile e innocente. Un'isola, una zattera viaggiante, una chiatta, un pontone senza gru. Un microcosmo claustrofobico, dove movimento e stasi, lontananza e vicinanza, legame ed estraneità coincidono. Un'oasi d'amore, certo. Ma anche un'oasi di orrore e di noia nella porca città dove tutto è schifo, violenza, odio e povertà. Superficie rassicurante e abisso allo stesso tempo. Abisso di amore e di morte. Domicilio dell'orrore e orrore del domicilio. Un luogo che sta al di là del bene e del male. Dove quindi non c'è fallimento, perché dove non c'è né bene né male non c'è giudizio morale. Dunque solo l'odio può sfrangiare quelle sponde, senza tuttavia dare la scossa che redime. Non c'è fallimento, ma non c'è neppure speranza e redenzione possibile. Non c'è modifica nel viaggio di se stessi e da se stessi nel liquido burrascoso del nulla perfetto. C'è invece l'intrigo e il brivido del labirinto.

Porcello e Porcella portano maschere suine. Non sono il segno esteriore della bestialità, ma della loro ferrea volontà di differenziazione. Odiano gli altri abitanti della città e proprio perché li odiano, prendono le distanze da loro, cercando di risultare diversi. C'è un ottuso compiacimento nei comportamenti dei due Porcelli. Si proteggono dal mondo. Si separano dal male del mondo, ma il male cola inesorabilmente dentro di loro. Personaggi erratici, che si sono accasati sulla chiatta, dove hanno trovato l'assoluta estraneità nel tentativo di andare oltre la vita. L'odio, l'urlo e la estraneità sono diventati la loro patria: l'unica consistenza che oscilla sull'orlo del nulla, anche se fatto di tante parole, tanti suoni, tanti gesti.

Dalla casa guardano l'abisso, ma sono anche guardati dall'abisso. L'anima sembra aver abbandonato i corpi. E' rimasta la materia che pesa, in una città che puzza di sperma e di urina, di patatine fritte e coca cola, abitata dalla notte eterna e da uomini ricevuti in prestito dall'inferno. Non vi nasce un fiore. Non vi cresce una pianta. Non spunta un sorriso. Porcello e Porcella sembrano felici. E uniti. E liberi. Ma la libertà non è all'altezza del destino. E quando la libertà non coincide con il destino ogni traccia di progresso è di fatto cancellata. Quando parlano, fremono. Quando cantano, berciano. Quando ballano, gli piovono addosso lordure di luci e cascate di suoni che si diffondono nell'aria annerita delle piazze e dei ritrovi notturni.

L'amore di Porcello e Porcella è fondato su una fede feroce che non lascia scampo. Non mostra ferita e fessura di entrata e di uscita. E' una condanna. Una clausura. Un esilio. Non entra una scintilla di luce nei loro cuori di tenebra. E anche gli specchi sono anneriti. Sono specchi opachi che raccolgono l'ombra dei loro corpi in fibrillazione: segmenti eccitati di corpi opachi, frammenti di corpi anneriti. Specchi, dunque, in cui l'identità si perde invece di ritrovarsi.

La casa è un covaccio occupato di tanto in tanto da un coniglio bianco uscito dai fumetti, un clown nero e un uccello dal becco lungo e ricurvo. E' una frontiera che sta tra la città e ciò che vuole essere estraneo alla schifosa città. Un transito. Una via d'esilio da ciò che è abituale e consueto. Ogni movimento, nel momento stesso in cui viene compiuto, diventa memoria offuscata, sagoma annerita, come se il tempo implodesse nel torpore di quell'esilio che avvolge tutto e grava su tutti gli emarginati della città. Allora, anche le parole, e i suoni, si perdono nell'aria che non ce la fa a sostenerli.

Arriva un ragazzo nella casa. Arriva come una scintilla nel buio, e non poteva essere altrimenti. Chi guarda riceve lo sguardo dell'altro e nasce l'amore all'incanto. La danza si fa subito leggera. Si gonfia come una vela al vento. La città sembra allora dilatarsi. E' come se si allargasse, come se si aprisse. Non alla luce, ma a rossastri e ambigui bagliori. Lascia intravedere spazi ignoti e infrequentati che suscitano qualche meraviglia. Spazi disegnati e illuminati da migliaia di stelline colorate. E' la soglia nell'ora del canto del gallo. E' il sogno che si colora dello stupore. Anche il nostro, che non muore mai. Adesso l'isola sembra stare dove ci troviamo noi e il luogo inaccessibile somiglia ad paese con le luminarie della festa o ad un luna park. Le piazze e le vie sono poste in ordinata e fantasmatica prospettiva. Porcello non recita più, per gioco, la parte del compagno geloso, come aveva fatto prima. E' ora un animalaccio divorato dalla paura e dalla gelosia. La fede feroce di una volta si rivela essere un velo, una cipria da specchietto non in grado di durare. La ciprietta non regge infatti all'irruzione del destino. Non regge all'urto dell'amore e del desiderio. La fede feroce che distillava veleno è sconquassata e distrutta in poco tempo.

Lo sparo di una pistola apre la porta ad un nuovo destino feroce. Il corpo del giovane innamorato cade a terra e tra i due Porcelli tutto cade bruciato in un attimo. In fondo le migliaia di parole pronunciate e di movimenti compiuti non erano altro che silenzio assordante. Ora, con lo sparo, il silenzio è finito: è concluso e conclusivo. E anche le stelline del favoloso possibile cadono. La donna traballa nel luogo che scivola vagamente verso una luce incerta. Troppo lunga l'attesa, troppo breve il sogno. Resta l'abbandono del luogo dell'esilio, che non sarebbe tuttavia cosa di poco conto, se fosse vera. La ragazza si piega sul corpo del giovane morto. Poi si allontana. Porcello, a gran voce, inutilmente la chiama. Ridare vita al morto è un gesto feroce e inutile. Come l'assassinio.

Non so se questa è la storia che ha voluto raccontare l'autore. Non so neppure se si discosta di poco o di molto dalla storia che hanno voluto raccontare gli interpreti. Quella che hanno scelto e poi tradito per amore, mettendola in vita. M'illudo d'essermi allontanato così tanto dalla storia originaria da essere riuscito a sfiorarla appena.

Una cosa è certa: il testo di Walsh non è stato messo in scena. E' stato messo in vita da Malosti e dalla Lucenti, utilizzando tutto quello che gli serviva per comunicare i loro pensieri e le loro emozioni. Perché i personaggi non esistono nella scrittura drammaturgica. Non hanno pensieri, emozioni, sentimenti o psicologie. Esistono come materia linguistica. I due attori hanno reso l'oggettività del testo nel modo più soggettivo possibile, mettendo insieme mente, interiora e interiorità. Hanno lavorato bene sulla combinazione del movimento con la parola, ma avrebbero ottenuto risultati ancora più coinvolgenti se i suoni articolati li avessero fatti scaturire in buona parte da una rete di azioni fisiche pregnanti. Bravissimi. Coadiuvati da Emanuele Braga, Yuri Ferrero e Emanuela Serra, impeccabili anche loro. Spettacolo in repertorio. Da non perdere.