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SULLE TRACCE DI DIONISO

Astragali e Sambati
  La prima edizione del Festival Sulle tracce di Dioniso, organizzato dalla Compagnia Astragali di Lecce, ha avuto luogo nel Comune di Copertino con il sostegno della Civica Amministrazione, della Regione Puglia e della Casa Vinicola Apollonio. Vi hanno partecipato la Compagnia indiana Milon Mela, Isabella Bordoni, il Teatro delle Albe, il Circo Diatonico, Dark Camera e Astragali, con spettacoli presentati nei luoghi più suggestivi della città.

Vitale e profumata la terra del Salento. Seducente come il mito di Dioniso: una divinità molto più complessa di quanto sia comunemente considerata. La personalità infinita del divino ragazzo, del dio nato due volte, si traduce in una variegata serie di nomi - il Delirante, il Rumoreggiante, il Fremente --, che implicano significati più profondi e articolati rispetto al desiderio amoroso comunemente attribuitogli. Sottratto da Zeus al corpo materno consumato dalla folgore, il dio, che doveva ancora nascere, compie la propria crescita nella coscia del padre. Si può qui riconoscere un mito elementare della natura. La terra Madre, fecondata dal raggio del dio celeste, genera un giovane la cui essenza si confonde con la vita sgorgata dalle viscere della terra. La storia della doppia nascita consente da una parte di considerare il colpo di fulmine come abbraccio tra cielo e terra - che di rimbalzo ci fa pensare a volte al cielo contemporaneo che non ha terra o alla terra che spesso non ha cielo -, e dall'altra di aumentare l'eccezionalità del nuovo dio nella discendenza da Giove. Dio della vegetazione, dunque, della vita, del vino, dei frutti, del rinnovo stagionale, signore dell'albero (come lo definisce Plutarco), colui che spande la gioia a profusione (secondo Esiodo), Dioniso è il genio della linfa e dei germogli, il principe della fecondità animale e umana. Detto anche Phallen o Phallenos per l'importanza che assumeva il Fallo nelle feste celebrate in suo onore, si può aggiungere che egli era il dio dell'emancipazione, dell'eliminazione delle interdizioni e dei tabù, il dio della liberazione e dell'esuberanza. Ne deriva, per dirla con Boyancé, che la caratteristica della purificazione dionisiaca è di portare al culmine ciò di cui bisogna liberare l'anima.

Nella piazzetta San Giuseppe da Copertino, circondata da case bianche squadrate, Marcello Sambati ha dato il suo Addio - Terza Lezione delle Tenebre. Di fronte alla casa del santo del volo la danza spaziale si rivela fremente d'interiorità. Domina un incancellabile equilibrio precario. Unica certezza: la terra è senza cielo. Il sangue vuole uscire dal corpo. Si trasforma in pensiero. Segna il passaggio dalla pesantezza della carne alla leggerezza del corpo fosforescente, a significare l'abbandono degli involucri e delle superfici in una prospettiva di ricerca dell'essenza profonda e misteriosa delle cose. Nella tenebra non c'è pessimismo e psicologismo esistenziale. Non c'è visione della morte. C'è cognizione del dolore, certo, ma non c'è nichilismo. Del resto solo nel buio appaiono alcune scintille di luce. E non c'è personaggio nella performance d'attore. Sambati al termine del viaggio desidera lasciare la notte ad altri viaggiatori, essendo ormai più vicino al niente. Non al niente dell'amore a cui si sopravvive. Al niente che è più dell'amore che si dice. Il niente che ha la natura preziosa dell'indicibile. Il niente del tuttovuoto/tuttopieno dell'atto d'amore della creazione artistica. Il giorno dopo della lezione, all'artista pugliese è stata consegnata la targa del Primo Premio Apollonio e una gigantesca bottiglia di vino dell'omonima Casa Vinicola, nel corso di un evento svoltosi in una vigna profumata tra Copertino e Carmiano.

H a chiuso il Festival Antigone - Anatomia della resistenza dell'amore della Compagnia Astragali, con la regia di Fabio Tolledi. Dopo il successo nei porti dimessi del Mediterraneo, lo spettacolo è approdato nel Convento diroccato di Casole. Il regista non mostra interesse per la guerra tra Eteocle e Polinice. Neppure per il potere di Creonte, che vieta ad Antigone di dare sepoltura ai morti. Avvalendosi del contributo di Brecht (Prologo) di Maria Zambrano (La tomba di Antigone), di Maurice Blachot (La sentenza di morte), di Giorgio Agamben (Homo Sacer) e di alcuni suoi versi, compie un'operazione drammaturgia che mischia lingue e dialetti (italiano, greco, albanese, senegalese, siriano, pugliese) e immagina la giovane donna sulla soglia della morte. Attorniata dai personaggi che hanno riempito la sua vita, rende palpitante la resistenza dell'amore. Solo dal deserto delle macerie è possibile ripartire? Sembra essere questa l'ipotesi del progetto di regia. Tolledi ha organizzato sapientemente un percorso teatrale di grande fascino, articolato in sette tappe, dall'interno all'esterno del monastero. Ho rilevato qualche riflessione filosofica di troppo, un eccesso di lirismo della parola, la fragilità della recitazione del gruppo di giovani interpreti in crescita, tutti da incoraggiare: Lenia Gadaleta, Roberta Quarta, Serena Stifani, Fatima Sai, Antonio Palombo, Gaetano Fidanza, Diana Costa. Un realismo poetico più stretto nei tempi e più legato agli anfratti del luogo avrebbe certamente giovato allo spettacolo. Molto bella la scena dell'impiccato al grande albero di quercia. Anche quella di Antigone che corre su un muro con il suo carretto rosso e quella dei due fratelli che lottano nell'incavo oscuro di una grotta, mentre il musicista senegalese Assane Diop canta un lamento funebre in lingua wolof.

Il Festival Sulle tracce di Dioniso è un progetto da approfondire, da sviluppare, da ripetere.
(Alfio Petrini)