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THE COST OF LIVING

Prima Fila - Rubrica Teatro Totale
  Il teatro è corpo e quello che conta è il pensiero del corpo. Perché? Le parole mentono, mentre il corpo non mente mai. Lloyd Newson, regista del DV8 Physical, nello spettacolo di teatro totale “The cost of living” utilizza corpo, architettura e suono per ricercare il rapporto tra movimento e significato. E quando avverte di non aver conseguito il risultato, introduce anche la parola. Newson rifiuta i processi d’astrazione, responsabili del vuoto delle forme che negano il piacere della visione. Piacere ineludibile, che prima d’essere intellettuale è emotivo e prima d’essere emotivo è fisico, cioè legato alla fisicità del comportamento poetico dell’artista. Forma e contenuto sono, dunque, elementi inscindibili del processo di formalizzazione che va dalla cosa al come e i linguaggi a matrice fisica del teatro totale sono valori opposti e contrari a fronte degli stilemi coreografici della danza tradizionale. Nella prima forma di spettacolo c’è la vita, nel secondo c’è la morte.
Il costo della vita è il prezzo del vivere quotidiano regolato da convenienze e tradizioni obsolete. Un tributo da pagare che, spesso, sancisce l’inizio della fine. Un atto d’emarginazione che distrugge dignità, sicurezza e prospettive. Tanti uomini, tante storie d’allontanamento dalla vita e dal mondo. Quanti cartoni per le notti passate all’addiaccio! Quanta umanità dolente sotto quei cartoni, ma quanta ricchezza negli uomini posti sull’orlo dell’abisso! Il corpo racconta le storie quotidiane di questi uomini e l’anima canta attraverso il corpo dello spettacolo.
“The cost of living” è un inno al valore della differenza che, dietro i paraventi, non è riconosciuto come patrimonio della comunità perché la polis non c’è. Suffragato dal comportamento poetico del regista autore, che regala allo spettatore il piacere dell’udito e della vista, l’oggetto artistico è bello e pregnante di significato. Forse è troppo bello. Troppo curato nella forma. Paradossalmente, l’imperfezione della sostanza tematica e la polemica nei confronti dei formalismi della danza trionfante richiedevano alcune imperfezioni formali. Le geometrie della ragione andavano contrastate con alcune geometrie del caos, proprio perché sta nell’eccesso di ragione il limite della società che non riconosce la differenza. La scelta di danzatori/attori e il riferimento alla lezione di Grotowski avrebbero potuto comportare un lavoro più approfondito sul versante delle azioni fisiche, invece che sui movimenti, a vantaggio della spazialità dei corpi e del coinvolgimento dello spettatore. La parte meno convincente è quella dei recitativi danzati, caratterizzati da una gestualità marionettistica, a tratti troppo descrittiva e a tratti troppo astratta, risultando funzionale solo allo sviluppo narrativo. Nonostante ciò, un’occasione di allegrezza.

(Alfio Petrini)