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LE CITTÀ INVISIBILI

Progetto “Città invisibili”
Produzione: Il palloncino rosso e Università Roma Tre.
Regia, drammaturgia e impianto scenico: Fabrizio Pallara.
Aiuto regia, montaggio audio: Marco Mangiarotti.
Interpreti: Alessandro Cassoni, Georgia Galanti, Francesco Grillo, Margherita Lacchè, Marco Mangiarotti, Fabrizio Pallara, Giuliano Polgar.
Scenografia: Sara Ferazzoli.
Musiche: Valerio Vigliar.
Canti: Arianna Canini.
Villa Bonelli, Roma, dal 15 al 30 settembre 2002.
In repertorio.
  Il luogo è un bosco. In mezzo al bosco ci sono le città invisibili: Eufemia, Zobeide, Armilla, Zoe, Cloe, Fedora. In concreto si tratta di cinque cubi di tela, illuminate all’interno con luci di vari colori. A Eraclito, Hegel, Craig, Calvino, Polo appartengono alcune delle frasi che figurano nel catalogo, nella scrittura drammaturgia e, di rimbalzo, nella scrittura scenica. Lo spettacolo è un viaggio plurisensoriale, sulla linea di ricerca del Teatro delle Apparizioni che, sotto la guida di Fabrizio Pallara, ha già dato prova di notevoli capacità progettuali e realizzative nelle passate stagioni teatrali. Un uomo o una donna introducono i viaggiatori, uno alla volta, bendati, nelle città invisibili. I mercanti tornano carichi di merci dagli abituali viaggi, i visitatori delle città tornano carichi di profumi, suoni , immagini, e delle tracce di quei suoni, profumi e immagini che generano altre tracce.

Errante, me ne sono andato sul filo di sentieri senza nome, dopo aver bevuto un goccio di vino rosso, augurale. Come Edipo sono entrato, tastoni, nelle città invisibili e come un acrobata ho scritto un poemetto con il mio corpo. Ho scritto a lungo, con l’udito, il tatto e l’odorato del mio corpo. Nelle città invisibili non serve la penna per scrivere. Serve il corpo vivo. Il corpo che non ha paura del corpo. Corpo che custodisce il piacere, che conserva la linfa vitale, che non si trasforma nella putredine della carne, che non precipita nell’edonismo mortuario e sfavillante della modernità inconcludente che non riesce, a volte, a far coincidere la parola sviluppo con la parola progresso. Corpo totale, capace ancora di filìia. Investimento. Capitale che non si sperpera. Che non va in vetrina. Semmai si disvela. Corpo capace di generare pensiero, percezioni, sensazioni e figure indicibili a parole.

Ho scritto, dunque, con il pensiero del corpo. E scrivo, adesso, qualcosa di quel pensiero, dando testimonianza, innanzitutto, di quelle delicate combinazioni e oscillazioni che mi sono apparse come segni: la spuma come rifiuto della spiegazione e della descrizione; il mulinello come intreccio del movimento del pensiero e del movimento del desiderio; l’erranza come piccola cosa posta sull’orlo dell’abisso. Tre figure del mistero che nascono fuori del mio corpo, ma che non vanno in direzione di nessun altra cosa che non sia il mio stesso corpo. L’altro da me diventa allora l’altro di me.

Nella città di Zobeide affido ad abili mani maschili (vagamente repellenti) le mie mani. Sfioro, tasto, apro barattoli di vetro, vi ficco dentro il naso e le narici si riempiono, una volta, due volte, di misterioso profumo. Anche Fedora, Zoe, Cloe ed Eufemia sono piene di mercanzie e di spezie, viste ovviamente con la vista interiore. Ogni volta esco da una città invisibile a rivedere il bosco in cui mi trovo torno nel luogo dell’attesa, dove una donna canta le storie di Marco Polo e di Kublai Kan , mentre alcuni viaggiatori sorseggiano vino o costruiscono città di legno in miniatura. Seduto su un cuscino raccolgo i suoni della notte, sento il profumo delle erbe e delle piante, ascolto il battito del cuore, ricordando e rimembrando le mercanzie e le spezie, bevendo anch’io un altro sorso di vino.

Zoe vuole fare con me il gioco dell’osservatore/osservato. Pretende di mettere a dura prova la mia creatività, non immaginando che io accendo i lumi per scrutare il disegno registico che l’ha determinata. Nel buio e nella luce di quelle soste penso che l’architettura linguistica sia fondamentalmente chiusa: accarezza il viaggiatore; lo stimola, ma non lo provoca, presupponendo un comportamento diligente e garbato; mette in preventivo uno spazio come “percezione” e non come “estensione”; non prefigura la città invisibile come luogo della trasgressione, dell’imprevisto, dello sfrigolìo dato dalla pluralità del linguaggio; esclude in modo categorico la trasformazione del corpo dell’attore in un altro corpo. L’attore, invece di bruciare il proprio corpo, assume la funzione del manovratore d’oggetti, tra cui il corpo del viaggiatore. Il corpo non è lo spazio scenico dell’evento. Il senso dell’evento è la figurazione del tempo attraverso i sensi.

Solo Armilla non ha mercanzie e spezie. Porta in dono il suo giovane corpo. L’offerta assume sì il valore della provocazione, ma si tratta di una provocazione metafisica, idealizzata. M’irrora di gocce d’acqua, Armilla. Sembra che voglia impastarmi con le sue mani di seta. Mi sfiora le dita con la bocca, mi regala un abbraccio, poi un bacio. Infine mi lascia, disegnandomi sul viso una lacrima di dolore.
(Alfio Petrini)