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Il luogo è un bosco. In mezzo al bosco ci sono le città
invisibili: Eufemia, Zobeide, Armilla, Zoe, Cloe, Fedora. In
concreto si tratta di cinque cubi di tela, illuminate all’interno
con luci di vari colori. A Eraclito, Hegel, Craig, Calvino,
Polo appartengono alcune delle frasi che figurano nel catalogo,
nella scrittura drammaturgia e, di rimbalzo, nella scrittura
scenica. Lo spettacolo è un viaggio plurisensoriale,
sulla linea di ricerca del Teatro delle Apparizioni che, sotto
la guida di Fabrizio Pallara, ha già dato prova di notevoli
capacità progettuali e realizzative nelle passate stagioni
teatrali. Un uomo o una donna introducono i viaggiatori, uno
alla volta, bendati, nelle città invisibili. I mercanti
tornano carichi di merci dagli abituali viaggi, i visitatori
delle città tornano carichi di profumi, suoni , immagini,
e delle tracce di quei suoni, profumi e immagini che generano
altre tracce.
Errante, me ne sono andato sul filo di sentieri
senza nome, dopo aver bevuto un goccio di vino rosso, augurale.
Come Edipo sono entrato, tastoni, nelle città invisibili
e come un acrobata ho scritto un poemetto con il mio corpo.
Ho scritto a lungo, con l’udito, il tatto e l’odorato
del mio corpo. Nelle città invisibili non serve la
penna per scrivere. Serve il corpo vivo. Il corpo che non
ha paura del corpo. Corpo che custodisce il piacere, che conserva
la linfa vitale, che non si trasforma nella putredine della
carne, che non precipita nell’edonismo mortuario e sfavillante
della modernità inconcludente che non riesce, a volte,
a far coincidere la parola sviluppo con la parola progresso.
Corpo totale, capace ancora di filìia. Investimento.
Capitale che non si sperpera. Che non va in vetrina. Semmai
si disvela. Corpo capace di generare pensiero, percezioni,
sensazioni e figure indicibili a parole.
Ho scritto, dunque, con il pensiero del corpo.
E scrivo, adesso, qualcosa di quel pensiero, dando testimonianza,
innanzitutto, di quelle delicate combinazioni e oscillazioni
che mi sono apparse come segni: la spuma come rifiuto della
spiegazione e della descrizione; il mulinello come intreccio
del movimento del pensiero e del movimento del desiderio;
l’erranza come piccola cosa posta sull’orlo dell’abisso.
Tre figure del mistero che nascono fuori del mio corpo, ma
che non vanno in direzione di nessun altra cosa che non sia
il mio stesso corpo. L’altro da me diventa allora l’altro
di me.
Nella città di Zobeide affido ad abili
mani maschili (vagamente repellenti) le mie mani. Sfioro,
tasto, apro barattoli di vetro, vi ficco dentro il naso e
le narici si riempiono, una volta, due volte, di misterioso
profumo. Anche Fedora, Zoe, Cloe ed Eufemia sono piene di
mercanzie e di spezie, viste ovviamente con la vista interiore.
Ogni volta esco da una città invisibile a rivedere
il bosco in cui mi trovo torno nel luogo dell’attesa,
dove una donna canta le storie di Marco Polo e di Kublai Kan
, mentre alcuni viaggiatori sorseggiano vino o costruiscono
città di legno in miniatura. Seduto su un cuscino raccolgo
i suoni della notte, sento il profumo delle erbe e delle piante,
ascolto il battito del cuore, ricordando e rimembrando le
mercanzie e le spezie, bevendo anch’io un altro sorso
di vino.
Zoe vuole fare con me il gioco dell’osservatore/osservato.
Pretende di mettere a dura prova la mia creatività,
non immaginando che io accendo i lumi per scrutare il disegno
registico che l’ha determinata. Nel buio e nella luce
di quelle soste penso che l’architettura linguistica
sia fondamentalmente chiusa: accarezza il viaggiatore; lo
stimola, ma non lo provoca, presupponendo un comportamento
diligente e garbato; mette in preventivo uno spazio come “percezione”
e non come “estensione”; non prefigura la città
invisibile come luogo della trasgressione, dell’imprevisto,
dello sfrigolìo dato dalla pluralità del linguaggio;
esclude in modo categorico la trasformazione del corpo dell’attore
in un altro corpo. L’attore, invece di bruciare il proprio
corpo, assume la funzione del manovratore d’oggetti,
tra cui il corpo del viaggiatore. Il corpo non è lo
spazio scenico dell’evento. Il senso dell’evento
è la figurazione del tempo attraverso i sensi. Solo Armilla non ha
mercanzie e spezie. Porta in dono il suo giovane corpo. L’offerta
assume sì il valore della provocazione, ma si tratta
di una provocazione metafisica, idealizzata. M’irrora
di gocce d’acqua, Armilla. Sembra che voglia impastarmi
con le sue mani di seta. Mi sfiora le dita con la bocca, mi
regala un abbraccio, poi un bacio. Infine mi lascia, disegnandomi
sul viso una lacrima di dolore. (Alfio Petrini)
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