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TRASFORM'AZIONI - RASSEGNA DI DANZA BUTOH

Quattro spettacoli da Trasform'azioni
Rassegna di danza Buto (V edizione)
organizzata dalla compagnia Lios
in collaborazione con L'archimandrita
Teatro Furio Camillo, marzo/aprile 2005, Roma
 

The space in between
di Hisako Horikawa, danza
e Tristan Honsinger, violoncello
(Tokio)

In The space in between ho visto fiorire sul viso della danzatrice i segni duri e sensibili della comunicazione oscura, a conferma di un dato certo: il corpo pensa; il pensiero del corpo implica la partecipazione di tutte le parti che lo costituiscono, nessuna esclusa; il dato percettivo determina fondamentalmente la partecipazione. Ho visto piedi, caviglie, cosce, ventre, e tronco e spalle e collo e testa attivarsi significativamente in minimali azioni fisiche, lanciando significati di rimbalzo, ma non chiedetemi di spiegare l'inspiegabile. Ho visto gli occhi piccoli diventare grandi e poi sparire, labbra e bocca fremere intensamente, mani e dita lanciare minuziosi segnali. Ho sentito il frullare della lingua produrre suoni di seducente arcaicità. Ho avuto conferma della sostanziale differenza tra movimento e azione fisica, tra gestualità e spazialità del corpo. Brava, Hisako Horikava: ho visto anche il tuo sangue trasformarsi in pensiero e il tuo pensiero trasformarsi in sangue, a volte, a conferma del principio che sta a fondamento della danza e, più in generale, dello spettacolo dal vivo.

Ma ho visto anche il corpo ossuto di un uomo trasformarsi in violoncello e un violoncello trasformarsi nel corpo di un uomo. Ho visto un violoncello diventare il prolungamento del corpo del musicista Tristan Honsinger: un diavoletto imprevedibile, un artigiano animalesco, un uomo che si esprime nella sua interezza e partecipa anima-corpo alla creazione artistica. È attraversato da un sogno incontenibile, quello di tentare il favoloso impossibile attraverso il corpo sonoro. Sembra che non gli basti suonare. Vuole di più. Accompagna la musica con suoni inarticolati istintuali. E mentre suona, batte il piede destro. E geme, e soffia e sbuffa, e balla, e sgambetta, cammina a quattro zampe e bela ripetutamente. Segue la mente e obbedisce all'istinto. La sua presenza scenica totale è barbarica, affascinante, indimenticabile.

Oltre alle presenze di Horikawa e di Honsinger ne ho percepito un'altra, forse la più importante. Una presenza invisibile e impalpabile. Un valore aggiunto. Un silenzio riempito dalla perfetta interazione dei due artisti. Lo spazio che sta fra di loro, sconosciuto ad entrambi. Che sta sulla soglia del sapere e del non-sapere, del dato cognitivo e del dato percettivo, a segnare lo spazio duale della conoscenza umana, dotato d'infiniti rimandi.

 

No Ay banda
duo di Maddalena Gana e Roberto Bellatalla
luci di Gianni Staropoli
produzione Lios

No ay banda, che tradotto equivale a No, ahi, banda, non vuol dire niente. A meno che lo spettacolo non voglia dire nada de nada. Credo che la seconda parola abbia perso l'acca. No, hay banda, allora, che significa letteralmente Non c'è banda. Non c'è banda di suonatori? Non c'è banda di frequenza, banda come insegna, segnale o segno che rimanda a qualcosa che c'è ma che non si vede? Oppure non c'è la banda dell'imbarcazione che consente di andare allo sbando, fortunatamente e fortunosamente verso il precipizio o il naufragio? Di certo Roberto Bellatalla la sa usare, eccome, la banda-archetto del violoncello, indagando con grande perizia tutte le possibilità sonore dello strumento. Ma l'esecuzione musicale, tecnicamente perfetta, non ha anima. Stabilisce un contatto epidermico con l'inerme danzatrice impegnata a terra in un trasognato amplesso con un altro violoncello, a dimostrazione che la tecnica non basta a suffragare l'atto nella creazione artistica. E la corsa finale di Maddalena Gana, in senso circolare, si conclude con il gesto delle mani che si appoggiano al viso. Pentimento? Senso di colpa? Desiderio insoddisfatto? Sogno, incubo o naufragio? L'abbraccio mancato va a mio danno, lasciando interrogativi e perplessità per l'andamento lineare e a volte descrittivo dei movimenti, per la mancanza di simbiosi tra i due artisti che non formano un duo, per la inconcludenza visiva.

 

Geynest under gore
di e con Alessandra Cristiani
musiche di Jed Whitaker (Sarajevo)
musiche originali di Claudio Moneta
luci di Gianni Staropoli
produzione Lios

Degno di grande attenzione mi è sembrato Geynest under gore di Alessandra Cristiani, nato da un viaggio a Sarajevo. Corpo sonoro spezzato, spaccato, ferito in tre punti, che si avvale del contributo di Jed Whitaker e Claudio Moneta. Sembra che la bellezza non stia nelle acque limpide di Orfeo, ma in quelle torbide e spumose di Afrodite, dea dell'amore, della bellezza e della fecondità. La danzatrice procede all'indietro, strisciando trasversalmente, spingendosi con le gambe e lasciando una striscia (gore) di secrezione biancastra che non feconda la terra. Ma gore vuol dire anche sangue. Il sangue rappreso della bellezza che è morta? Che nessuno ha salvato? Che non è riuscita a salvarsi da sola? Il percorso è breve, ma il viaggio della donna è lungo. L'entrata e l'uscita si somigliano, implicando la dimensione labirintica del perdersi e della perdita. Perdita della casa, degli affetti, dell'umanità nella sua interezza. Nel corpo piegato in due, sfigurato, deprivato d'identità e di realtà, pulsa il dolore, ondeggia la paura, freme il desiderio negato, rimbomba il silenzio svuotato, urla l'angoscia fino alla spasimo, fino al crollo finale della viandante sul marciapiede finito di una strada sconosciuta. Brava.

 

Anywhere
dance alliance: Stefano Taiuti, Alessandra Cristiani, Alessandro Pintus
scultura-installazione di Alberto Timossi
fotografie di Daniele Menegoni

I tre tubi bianchi in PVC di Anywere (quanti titoli in lingua straniera!) sono un'opera di Alberto Timossi, esposta in occasione di una recente mostra al Centro per l'arte contemporanea di Perugia. Due tubi sono appoggiati a terra, il terzo è sovrapposto ad essi. Così come il corpo dei danzatori butoh trova in sé la danza, i tubi di Timossi hanno in sé la luce. Appaiono come oggetti magici. Luoghi da collocare in ogni luogo. La concretezza dell'oggetto conosciuto si trasforma nella leggerezza dell'incanto e nella volatilità di una visione misteriosa e sconosciuta. Stefano Taiuti, Alessandra Cristiani e Alessandro Pintus abitano i tubi con gesti minimali, facendo coincidere stasi e movimento, come a voler attirare lo spettatore nella rete avvolgente e violenta di un labirinto invincibile. La dimensione poetica è sottile e raffinata. Le misurate evoluzioni dei corpi generano una calma inquieta e inquietante, un flusso continuo d'immagini, sensazioni, significati di rimbalzo arbitrari, quindi piacevoli inganni. L'amplificazione visiva va dalla scena materiale in cui si muovono gli interpreti alla scena immateriale delle immagini metropolitane dei tubi che si levano come cannoni o giganteschi cannocchiali dal parapetto di un ponte, che attraversano le pareti esterne di una abitazione, che spuntano teneri e minacciosi dalla parete di una stanza, racconta dei luoghi che possono trovarsi in ogni altro luogo. La mancanza d'interazione pesa però sull'azione primaria della danza, imponendo una disattenzione che non giova allo spettacolo.
(Alfio Petrini)