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The space in between
di Hisako Horikawa, danza
e Tristan Honsinger, violoncello
(Tokio)
In The space in between ho visto fiorire sul viso della
danzatrice i segni duri e sensibili della comunicazione oscura,
a conferma di un dato certo: il corpo pensa; il pensiero del
corpo implica la partecipazione di tutte le parti che lo costituiscono,
nessuna esclusa; il dato percettivo determina fondamentalmente
la partecipazione. Ho visto piedi, caviglie, cosce, ventre,
e tronco e spalle e collo e testa attivarsi significativamente
in minimali azioni fisiche, lanciando significati di rimbalzo,
ma non chiedetemi di spiegare l'inspiegabile. Ho visto gli
occhi piccoli diventare grandi e poi sparire, labbra e bocca
fremere intensamente, mani e dita lanciare minuziosi segnali.
Ho sentito il frullare della lingua produrre suoni di seducente
arcaicità. Ho avuto conferma della sostanziale differenza
tra movimento e azione fisica, tra gestualità e spazialità
del corpo. Brava, Hisako Horikava: ho visto anche il tuo sangue
trasformarsi in pensiero e il tuo pensiero trasformarsi in
sangue, a volte, a conferma del principio che sta a fondamento
della danza e, più in generale, dello spettacolo dal vivo.
Ma ho visto anche il corpo ossuto
di un uomo trasformarsi in violoncello e un violoncello trasformarsi
nel corpo di un uomo. Ho visto un violoncello diventare il
prolungamento del corpo del musicista Tristan Honsinger: un
diavoletto imprevedibile, un artigiano animalesco, un uomo
che si esprime nella sua interezza e partecipa anima-corpo
alla creazione artistica. È attraversato da un sogno incontenibile,
quello di tentare il favoloso impossibile attraverso il corpo
sonoro. Sembra che non gli basti suonare. Vuole di più. Accompagna
la musica con suoni inarticolati istintuali. E mentre suona,
batte il piede destro. E geme, e soffia e sbuffa, e balla,
e sgambetta, cammina a quattro zampe e bela ripetutamente.
Segue la mente e obbedisce all'istinto. La sua presenza scenica
totale è barbarica, affascinante, indimenticabile.
Oltre alle presenze di Horikawa
e di Honsinger ne ho percepito un'altra, forse la più importante.
Una presenza invisibile e impalpabile. Un valore aggiunto.
Un silenzio riempito dalla perfetta interazione dei due artisti.
Lo spazio che sta fra di loro, sconosciuto ad entrambi. Che
sta sulla soglia del sapere e del non-sapere, del dato cognitivo
e del dato percettivo, a segnare lo spazio duale della conoscenza
umana, dotato d'infiniti rimandi.
No Ay banda
duo di Maddalena Gana e Roberto Bellatalla
luci di Gianni Staropoli
produzione Lios
No ay banda, che tradotto equivale a No, ahi, banda,
non vuol dire niente. A meno che lo spettacolo non voglia
dire nada de nada. Credo che la seconda parola abbia
perso l'acca. No, hay banda, allora, che significa
letteralmente Non c'è banda. Non c'è banda di suonatori?
Non c'è banda di frequenza, banda come insegna, segnale o
segno che rimanda a qualcosa che c'è ma che non si vede? Oppure
non c'è la banda dell'imbarcazione che consente di andare
allo sbando, fortunatamente e fortunosamente verso il precipizio
o il naufragio? Di certo Roberto Bellatalla la sa usare, eccome,
la banda-archetto del violoncello, indagando con grande perizia
tutte le possibilità sonore dello strumento. Ma l'esecuzione
musicale, tecnicamente perfetta, non ha anima. Stabilisce
un contatto epidermico con l'inerme danzatrice impegnata a
terra in un trasognato amplesso con un altro violoncello,
a dimostrazione che la tecnica non basta a suffragare l'atto
nella creazione artistica. E la corsa finale di Maddalena
Gana, in senso circolare, si conclude con il gesto delle mani
che si appoggiano al viso. Pentimento? Senso di colpa? Desiderio
insoddisfatto? Sogno, incubo o naufragio? L'abbraccio mancato
va a mio danno, lasciando interrogativi e perplessità per
l'andamento lineare e a volte descrittivo dei movimenti, per
la mancanza di simbiosi tra i due artisti che non formano
un duo, per la inconcludenza visiva.
Geynest under gore
di e con Alessandra Cristiani
musiche di Jed Whitaker (Sarajevo)
musiche originali di Claudio Moneta
luci di Gianni Staropoli
produzione Lios
Degno di grande attenzione mi è sembrato Geynest under
gore di Alessandra Cristiani, nato da un viaggio a Sarajevo.
Corpo sonoro spezzato, spaccato, ferito in tre punti, che
si avvale del contributo di Jed Whitaker e Claudio Moneta.
Sembra che la bellezza non stia nelle acque limpide di Orfeo,
ma in quelle torbide e spumose di Afrodite, dea dell'amore,
della bellezza e della fecondità. La danzatrice procede all'indietro,
strisciando trasversalmente, spingendosi con le gambe e lasciando
una striscia (gore) di secrezione biancastra che non
feconda la terra. Ma gore vuol dire anche sangue. Il
sangue rappreso della bellezza che è morta? Che nessuno ha
salvato? Che non è riuscita a salvarsi da sola? Il percorso
è breve, ma il viaggio della donna è lungo. L'entrata e l'uscita
si somigliano, implicando la dimensione labirintica del perdersi
e della perdita. Perdita della casa, degli affetti, dell'umanità
nella sua interezza. Nel corpo piegato in due, sfigurato,
deprivato d'identità e di realtà, pulsa il dolore, ondeggia
la paura, freme il desiderio negato, rimbomba il silenzio
svuotato, urla l'angoscia fino alla spasimo, fino al crollo
finale della viandante sul marciapiede finito di una strada
sconosciuta. Brava.
Anywhere
dance alliance: Stefano Taiuti, Alessandra Cristiani, Alessandro
Pintus
scultura-installazione di Alberto Timossi
fotografie di Daniele Menegoni
I tre tubi bianchi in PVC di Anywere (quanti titoli
in lingua straniera!) sono un'opera di Alberto Timossi, esposta
in occasione di una recente mostra al Centro per l'arte contemporanea
di Perugia. Due tubi sono appoggiati a terra, il terzo è sovrapposto
ad essi. Così come il corpo dei danzatori butoh trova in sé
la danza, i tubi di Timossi hanno in sé la luce. Appaiono
come oggetti magici. Luoghi da collocare in ogni luogo. La
concretezza dell'oggetto conosciuto si trasforma nella leggerezza
dell'incanto e nella volatilità di una visione misteriosa
e sconosciuta. Stefano Taiuti, Alessandra Cristiani e Alessandro
Pintus abitano i tubi con gesti minimali, facendo coincidere
stasi e movimento, come a voler attirare lo spettatore nella
rete avvolgente e violenta di un labirinto invincibile. La
dimensione poetica è sottile e raffinata. Le misurate evoluzioni
dei corpi generano una calma inquieta e inquietante, un flusso
continuo d'immagini, sensazioni, significati di rimbalzo arbitrari,
quindi piacevoli inganni. L'amplificazione visiva va dalla
scena materiale in cui si muovono gli interpreti alla scena
immateriale delle immagini metropolitane dei tubi che si levano
come cannoni o giganteschi cannocchiali dal parapetto di un
ponte, che attraversano le pareti esterne di una abitazione,
che spuntano teneri e minacciosi dalla parete di una stanza,
racconta dei luoghi che possono trovarsi in ogni altro luogo.
La mancanza d'interazione pesa però sull'azione primaria della
danza, imponendo una disattenzione che non giova allo spettacolo.
(Alfio Petrini)
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