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APPARIZIONI III: LEAR

Hystrio - Rubrica “Aree intermediali” - maggio 2002
  Dopo alcuni spettacoli fondati sulla ricerca plurisesoriale, Fabrizio Pallara , regista della Compagnia Teatro delle Apparizioni, ci propone un racconto : "Apparizioni III: Lear". Dieci spettatori alla volta, scarpe dismesse, si sistemano lungo due lati della sala, a terra, mettendo a dura prova le scoliotiche schiene. Sono i testimoni di "un passato che riaffiora inesorabilmente" e prende forma , oltre il pulviscolo dei ricordi, negli spazi circostanti. Parole, musica, immagini, proiezioni video, rumori, oggetti, pupazzi e ombre sono i codici di un' apprezzabile miscela linguistica realizzata nel consapevole rifiuto di pratiche sommatorie che lascerebbero gli elementi separati e distinti . Pallara sceglie codici espressivi semplici, primari., e li utilizza in direzione di una totalità che - nel panorama della tradizione immobile fondata sulla chiacchiera, orpelli, descrizioni di psicologie e di sentimenti, ambigue e dilaganti multimedialità -, non è cosa di poco conto.
Per andare avanti bisogna infatti tornare ai primordi. Avere consapevolezza del cammino che è stato fatto e tornare là da dove si è partiti: tornare alla scrittura drammaturgica fondata su un sistema di segni, alla scrittura scenica fondata sul lavoro multicodice e intercodice dove la parola conserva la sua centralità. Il fine ultimo della creazione artistica non è "doppiare” la realtà, ma "ricrearla" poeticamente.
Pallara - lavorando su "Ran" di Kurosawa e "Re Lear" di Shakespeare - dimostra da una lato di avere autonomia progettuale e dall'altra di conoscere la strada che puo’ condurre alla produzione di quel valore aggiunto - aura, enigma, mistero, poesia - in grado di parlare alla mente e al cuore degli uomini. Peccato che abbia fatto lavorare gli attori sulle forme, spingendoli a forzare, a pompare una sorta di vita psicologica, rendendo ingiustizia allo spettacolo. Perché lo spettatore, di fronte a quelle forzature, obbedisce ad una voce che gli dice di non guardare e di non registrare nulla in se stesso. Su questo Grotowski, oltre Stanivlaskij , ha dimostrato con chiarezza che il movimento va dal "fare" al "dire", dalla "cosa" al "come", e non viceversa. Se la vita , come flusso vitale del ricordo o della rimembranza, non scorre nello spettacolo , le forme morte del dire non "innescano reazioni", come era nell’auspicio del regista: generano piuttosto enfasi e gelazione , il contrario esatto di quello che si voleva conseguire. A teatro non si va per pensare o per imparare qualcosa, ma per provare emozioni. E le emozioni sono arrivate all’improvviso durante un buio, accompagnato dal contatto fisico degli attori con gli spettatori. Diminuendo il dominio del dire e delle forme del dire, è entrata in gioco la totalità di quello che fa l'attore producendo qualcosa di specifico sulla condizione umana. Ma a ben guardare, anche qui, toccare, palpare , accarezzare e afferrare i corpi dei testimoni erano una rappresentazione della volontà dell'attore, più che una necessità fondata sull'impulso.
(Roma, Teatro del Futuro, dal 17 al 31 gennaio 2002 ).

Sempre a Roma, al Teatro Vittoria, Ambrogio Sparagna ha presentato uno concerto/spettacolo, confermando la capacità non comune di stabilire una efficace comunicazione "transitiva". Musica, canzoni, burattini, maschere , brevi fabulazioni. Con i suoi organetti e fisarmoniche Sparagna si tiene lontano dalle atmosfere agresti, dimostrando di possedere ispirazione poetica e capacità progettuale. I codici verbali e non verbali non sono tuttavia ricondotti ad unità di scrittura scenica . Rimangono divisi, prefigurando un microcosmo "multimediale" che va di moda , ma non convince.
(Alfio Petrini)