:: Invia e-mail
--> CND - [Recensioni]

L'AMORE BUONO

L’amore buono

regia di Marco Baliani
con Wilson Franco, Mary Gachoka, Nancy Ann Gitau, Mohammed Kamau, Paul Kamau, John Kiarie, Nahason Mbugua, Monicah Mbutu, John Muthama, Joseph Muthoka, Micheal Mwaura, Daniel Ndichu, Daniel Njoroge, Petr Ngich, Evans Oluoch, Fresia Wangari, Petr Wangugi
musiche di Mirto Baliani, Paolo Fresu e Sonia Peana
collaborazione artistica Alessandra Razzino, Maria Maglietta, Alberto Paglierino
ufficio stampa di Melania Bruno e Oliando Rampin
tecnici Paolo Camper, Diego Guerzoni, Daniele Patriarca
contributo video Angelo Loy
foto di scena Valeria Turrisi e Kamis Ramhadan
produzione AMREF
Teatro Vascello, dicembre 2006, Roma
 

Bello perché utile. L’amore buono è bello per quello che AMREF continua a fare. Bello per le facce - specchi dell’anima - dei ragazzi kenioti. Bello per l’errore e l’orrore che raccontano. Bello perché destinato ai ragazzi che, subendo la violenza della povertà, sono diventati violenti. Perché rivolto ai ragazzi orfani o abbandonati dai genitori che devono affrontare da soli i problemi delle prime esperienze sessuali, a rischio di AIDS. Bello perché il teatro diventa strumento e luogo di produzione della coscienza critica di una comunità. Dunque, lo spettacolo è bello perché è didattico. E perciò utile. Parlare dell’amore negli slum di Nairobi è certamente utile. Dell’amore fatto in gran fretta dietro l’ombra di un autobus. Dell’amore che scappa dalla finestra quando la povertà entra dalla porta, come diceva la scritta trovata in una povera abitazione di latta e fango. E delle vite che si trascinano senza punti di riferimento affettivo e culturale, senza il conforto di un gesto d’amore. Delle vite difficili vissute in mezzo la strada o tra montagne di rifiuti.

L’amore buono è diretto da Marco Baliani. Parla dell’amore buono e dell’amore cattivo. Contribuisce a diffondere e a rendere più efficace l’azione di prevenzione svolta da AMREF, che coglie l’occasione per ribadire l’urgenza di ridurre la distanza tra le strutture sanitarie e la comunità. In Kenia due milioni di giovani tra 15 e 24 anni contraggono il virus HIV. Fame, abbandono, emarginazione ed AIDS sono tragedie umane.

Certo, il teatro non ha la pretesa di risolvere i mali del mondo. L’importante è non rimanere inerti. Informare, criticare, denunciare è estremamente utile. È utile, e perciò bello. Ma le azioni umanitarie sarebbero ancora più belle e più utili, se i Governanti nazionali e i Potenti del mondo cambiassero se stessi invece di pretendere di cambiare i cittadini, se ponessero la vita dell’uomo al centro di ogni azione politica, se considerassero sacro il principio elementare della solidarietà nella diversità. In attesa che l’utopia concreta si materializzi in azioni umane possibili, auspichiamo più modestamente che lo spettacolo L’amore buono possa essere visto da tanti ragazzi africani e anche da tanti ragazzi europei, che magari non hanno il problema della fame o dell’AIDS, ma che hanno tuttavia bisogno di conoscenze nuove, quelle che spesso non ricevono dai genitori.

Bello perché utile, dunque, lo spettacolo visto al Teatro Vascello. Ma non utile alla visione. Non provoca partecipazione emotiva. Non stimola giudizi complessi di estetica e di poetica teatrale. Non sollecita considerazioni particolari sull’arte della recitazione, anche perché gli attori - presi dalla strada -, assolvono in modo soddisfacente il compito indicato dalla regia, che è quello di trasformare la parola scritta in parola parlata, e a volte cantata. Alcune riflessioni si rendono tuttavia necessarie. Ma sono di secondaria importanza, date le finalità generali del progetto.

In operazioni del genere il rischio di fare sociologia, invece di fare poesia, è latente. La sociologia e l’ideologia, si sa, sono nemiche dello spettacolo dal vivo. Come ci ha ricordato Baliani, mettendo le mani avanti, fu molto noioso negli anni ’70. Per gli stessi motivi risulta noioso oggi. Il teatro di denuncia, d’informazione, di contro-informazione, di azione pedagogico-didattica – anche quello legato a tematiche di grande rilevanza sociale – informa ma non comunica, interessa ma non coinvolge, descrive ma non possiede. La ragione serve ad attraversare la strada o a prendere una risoluzione importante, ma non serve alla creazione artistica. Se il pensiero non si fa sangue e il sangue non si fa pensiero, lo spettacolo dal vivo rischia di rimanere appiccicato al velo della superficie. Se perde il dono della leggerezza volatile, non risulta utile al teatro e a chi lo frequenta. Se non possiede lo spettatore, vuol dire che non conquista il suo cuore e la sua mente, insieme.

Si potrebbe aggiungere che i contenuti de L’amore buono potevano essere trattati partendo dal dato antropologico invece che da quello sociologico, fatto di spiegazioni. Che il conflitto irriducibile dei valori opposti e contrari è una premessa che porta con sé una promessa irrinunciabile di libertà, di dialettica lasciata aperta, di mistero e di valore aggiunto poetico. Che la dualità della natura e della cultura umana, applicata alla creazione artistica, é una dimenticanza dei teatranti pagata a caro prezzo. Ma la scrittura scenica raccoglie quello che la scrittura drammaturgica semina, prefigura, mette in preventivo. E allora, mentre prendiamo atto che lo spettacolo dice soltanto quello che descrive, registriamo la scomparsa del valore aggiunto cui abbiamo fatto cenno - soffio vitale, cuore e anima dell’oggetto artistico -, e in seconda istanza la caduta di attenzione da parte dello spettatore accorto.

Al di là delle tautologie generate da una drammaturgia, come abbiamo detto, affaccendata in faccende di scrittura lineare e descrittiva, la questione che suscita maggiori perplessità è il comportamento assunto dal regista e dagli autori della musica, che arriva fino al canto e alla danza, ma che non assume mai valore di codice espressivo. Nel presupposto dichiarato dalla regia che al centro della scrittura scenica dovessero esserci le storie e il vissuto dei ragazzi africani, si presenta come una soluzione incongrua sovrapporre alla loro cultura musicale quella americana del rap, con gli stilemi coreografi che ne conseguono. Nero è bello. Ma bisogna crederci fino in fondo.
Alfio Petrini