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AMLETO
OVVERO CARA MAMMINA |
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Amleto
ovvero cara mammina
Ideazione, testo e regia Saverio La Ruina
con Saverio La Ruina e Lucia Bossio
Scene e costumi Luciana De Rose
Assistente alla messinscena Giulia Cappelli
Consulenza alla soap opera Monica De Simone
Contributi alla messinscena Dario De Luca
Contributi al testo e alla messinscena Francesco Alberti
Organizzazione Settimio Pisano
Produzione Scena Verticale
::Teatro Furio Camillo, 25/29 novembre 2003 |
| | Un
cerchio magico, bianco, per i rituali d’Amleto che si racconta
come Pinocchietto dopo la perdita della madre. Un pannello per
le ombre, un pupazzo come doppio del protagonista, oggetti quotidiani
e specchi immaginari per l’immagine riflessa del protagonista.
Chi si vede non vive: un’asserzione che diventa la cifra estetica
dello spettacolo, ma anche il suo limite. Il personaggio non
somiglia all’uomo totale. E’ un emblema, una macchietta, che
Saverio La Ruina presenta con una serie di tic e di cliché
nel corso della ricostruzione del naufragio famigliare. Si può
ironizzare sulla famiglia, come fa il regista, ma resta una
delle poche cose preziose che abbiamo: l’alternativa alla famiglia
è soltanto la famiglia.
La drammaturgia si fonda su segni verbali, combinati nella prospettiva
di una mimesi che si manifesta con descrizioni sulla vita e
sulla morte, elenchi di psicologie e distinte di sentimenti,
seppure ridotti ai minimi termini. A questa drammaturgia che
non ha l’accortezza d’in-scrivere nel corpo testuale
l’intreccio dei segni verbali e non verbali, La Ruina – che
dimostra ancora una volta di voler fare tutto da solo - sovrappone
una scrittura scenica che tende alla pluralità del linguaggio
senza riuscirci: non combinando i codici in funzione espressiva,
il regista li assume di fatto con valore ornamentale e decorativo.
Il protagonista, nel ricordo, pronuncia la parola "zampogne"
e subito irrompe il suono dello strumento. I dialoghi di una
soap opera ci dicono di una mamma che va a letto con il marito
della figlia e il tecnicismo puntualmente c’informa sull’abbandono
di Pinocchietto da parte della Fatina, a causa di un altro uomo.
Gli oggetti, salvo un phon usato come fosse una pistola, sono
funzionali ai movimenti che accompagnano le parole e non aggiungono
alcun valore artistico.
Infine, che c’entra Shakespeare con questo spettacolo? Salvo
il nome dei personaggi, la citazione del padre-fantasma e dell’annegamento
della ragazza, lo spettacolo non rimanda minimamente al testo
shakespeariano e non realizza alcuna originale ri-creazione.
La cultura del matriarcato, con i suoi presupposti ed effetti,
è cosa ben più complessa di uno sberleffo ironico,
legato al velo della superficie, che tuttavia ha avuto bisogno
di ben due anni di "studio" e di lavoro. Scena Verticale
è una delle Compagnie sopravvalutate, in quanto sponsorizzate
da una parte della politica e della critica. Dopo la fiducia
manifestata al tempo di "Hardore di Otello" - interessante,
ma discontinuo – attendo la Compagnia al traguardo di una prova
matura. (Alfio Petrini) |
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