CND - Teatro totale
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UN VISO ANCHE DEL CORPO
di Alfio Petrini
 

Un viso anche del corpo
poesie di Costantino Belmonte
L'Autore Libri, Firenze 2001
pagg. 72, € 8.26
ISBN 88-8254-812-0

Un viso anche del corpo - copertinaE' vero, è impossibile risultare graditi a tutti con la propria arte. E' bene esserlo per pochi. Il gradimento dipende dalla perizia nella gestione della materia linguistica, dalla irruenza del disvelamento e dalla originalità dell'atteggiamento poetico. Non si tratta di poca cosa, tant'è vero che ci sono tanti scrittori di versi, pochi poeti e - prioritariamente - pochi uomini. L'aura legata alla superficie delle parole è spazzatura. Conta la soggettività del punto di vista, quello dell'artista e quello del fruitore dell'oggetto artistico. La soggettività del primo, la sua non scalfita individualità, genera fascinazione e la fascinazione determina la raccolta del consenso, lontano dalle mode dilaganti ed effimere. Ma il consenso dipende anche dalla interpretazione personalizzata, unica e rara, di chi entra a contatto con l'opera e la unicità del punto di vista è sempre un tradimento: un tradimento per amore, utile quanto inevitabile. L'artista, licenziando l'opera, deve coltivare questo desiderio.

Non so se sono tra i pochi o tra i tanti, ma ho letto con piacere "Un viso anche del corpo" ( L'Autore Libri, Firenze 2001) di Costantino Belmonte, il cantore dell'amore senza amore. Il libro comprende poesie che vanno dal 1991 al 1998 ed è diviso in cinque parti: Il privilegio della gioventù - Decalogo del Distacco, Il silenzio - Decalogo dell'Abbandono, Nuda Veritas - Decalogo della Distanza, Roma - Decalogo di una Scintilla e A parte - Decalogo dell'Incrinatura.

Il privilegio della gioventù è sogno, progetto, desiderio di raggiungere una simbiosi perfetta fino a diventare "un'essenza". La donna fu sul punto di svenire, "…mentre/sull'Elce Vecchia si parlava a lungo/ di due vite indivisibili". Tuttavia il progetto sviò come svia la vita, senza che si sappia dove, quando e perché svia. "L'incastro" non avvenne: "…divisi/da due corpi si viveva poco/ per rimediare a un'esistenza che / allontana tutto. Tu eri tutto". La cosa non accadde, perché la vita logora, trasforma, deforma, riduce in cenere ciò che prima sfavillava. Allora anche il tramontare del sole diventa un'agonia. L'individuazione del "logorio / nei più segreti ostacoli" e la consapevolezza di non poter andare oltre "i confini", oltre i contorni del corpo, per approdare simbioticamente all'immateriale, cogliere il senso della dualità della natura e della cultura umana e trapassare il velo, uno solo, almeno quello della superficie monodica, genera dapprima un subbuglio interiore, poi la paura di proseguire e l'impossibilità a inoltrarsi nel buio della selva, infine la gelazione. L'inizio e la fine - dopo la "fiammata" - si somigliano, la sensazione è labirintica, gli effetti insicurezza e instabilità trasfigurano il vuoto reale nel desiderio di un impossibile silenzio riempito.

L'orrore è rappresentato dall'altro o dall'ascolto della sua voce da un pianeta che ispira niente?

Il distacco è inevitabile e con il distacco l'abbandono. La donna aveva "gli occhi così ottenebrati per la confusione" da essere indotta a scegliere un'altra faccia. Abile nel valutare la convenienza, fa galleggiare "…un'automobile nuova / e un villino ai Castelli /nelle lacrime di un solo giorno/ ed una sola notte", destinate ad abbandonare rapidamente il "volto svalutato dal fango". Era stata "la solita fiammata", quella che porta con sé il "senso della fine" proprio nel momento in cui si determina, che cade in basso come fuliggine "sulla coda degli occhi". Ciò che conta, dunque, non è la quantità, ma la qualità della fiamma che avvampa in quell'attimo e non dura nel tempo. Basta aspettare l'alba: il corpo glorioso si farà carbone acceso e il carbone acceso si trasformerà in cenere.

Il tema del distacco è al centro di una delle poesie più belle, forse, di Belmonte: " Quando sei passata nel dipinto/ ti sei sporta sull'acqua,/ io ho soffiato / lungo i bordi luminosi del lago / e ho smembrato i tuoi riflessi nel mondo. / Il lago è un greto, adesso / è stupido parlare d'acqua - anche se torbida , / il ponte a crepe di cemento ha perso / i suoi significati: è un altro modo di renderci / banale l'esperienza / fra due rive opposte / fino all'ironia che si attraversino".

Abbandonata la Sila pietrosa, è a Roma -"…Roma così rara / di prodigi, prodiga di servigi e fasti, / di lapidi nel fianco / dei palazzi, di linee che marcano la storia / delle sue alluvioni e quattro vicoli in cui / mi trascinavi per baciarti - ligia al decoro / della tradizione, alla decorazione / della bolgia e dei negozi / con lumini che schizzano il buio e il chiaro / in un istante"-, è in questa Roma che nasce una nuova scintilla.

Meglio la scintilla che la fiammata.

Il luogo è oscuro e pericoloso, ma solo nel buio è possibile vedere una scintilla di luce. Solo se si accetta di naufragare nelle tenebre. In quel momento e in quel luogo, scrive Belmonte, "sono l'akitu mentre sfiori il caos, / l'indiano cuna sul tuo corpo in attesa, il pescatore / Aori tra i fondali cangianti / della Melanesia o un predatore aranda / quando pianta il totem dentro il tuo ombelico / e ne fa il centro del mondo ". Ma quando alla scintilla segue l'incrinatura, il tepore che conforta si trasforma in afa, e con questa sensazione ritorna il desiderio del silenzio: "…pensa se realmente amassi , avrei potuto solo / standomene zitto. / Ma un'arte esiste, tu da lei / hai voluto ancora un epitaffio / sul tuo amore. Ed io l'ho scritto".

La poesia di Belmonte si fonda su una metodica semplice, ma non facile. Suscita interesse e sta racchiusa in poche parole: "crea / senza modifiche al creato: / può devastare le radici di un paesaggio mentale / ma se scrive 'vento' / nota un'indifferenza fra gli steli secchi".

La seconda parte del libo - da Nuda Veritas in poi -, mi sembra migliore della prima. Il verso - pur avendo come ambito di riferimento la poesia lirica - scorre veloce e si appunta su particolari significanti: è più concreto, e qua e là, rivela una fisicità apprezzabile. Nella prima parte invece soggiace ad una razionalità che nega l'uomo a due dimensioni. Preoccupata com'è di produrre pensiero, concetto e sentimento, finisce per adottare forme concettuose e filosofeggianti che nascondono l'atteggiamento poetico e negano l'accesso ai flussi vitali.

La poesia è corpo, come il teatro. La parola è un fatto materico. E' parte integrante del corpo umano ed è destinata non solo ad essere letta con la vista interiore, ma anche a diventare suono articolato e inarticolato, e persino una miscela di linguaggi verbali, sonori e a matrice fisica - perché no! - , ovvero ad essere raccontata, cantata, danzata e, in modo o nell'altro, personalizzata, cioè tradita. Ma questo è un altro discorso. Non c'è la poesia, ma tante forme di poesia.

Nota biografica di Costantino Belmonte