CND - Teatro totale
:: Invia e-mail
--> Torna a [Scritti]
REQUIEM
Requiem
produzione Fanny & Alexander, Ravenna Festival, Kulturfabrik, Kampnagel Hamburg,
in collaborazione con Ravenna Teatro e CRT - Centro di Ricerca per il Teatro di Milano
Musiche "Requiem , per voci, trombone, ambienti e macchine del suono ": Luigi Ceccarelli - Trombone: Renzo Brocculi
Ideazione: Chiara Lagani e Luigi de Angelis - Drammaturgia: Chiara Lagani - Regia, scene e luci: Luigi de Angelis
Sound design: Luigi Ceccarelli - Forografie: Enrico Fredigoli - Immagini video: A. Zapruder Filmmakersgroup
Personaggi: Afrodite Regina di Cuori ( Elena Sartori ), Psicopompo Bianconiglio ( Marco Cavalcoli ), Alice Psiche ( Chiara Lagani ), sorelle di Psiche ( Paola Baldini e Sara Masotti), Pan Incubus ( Mirto Balliani )
Costumi: Chiara Lagani, Laura Mannari
Realizzazione scenotecnica: Jacopo Pranzini, Sara Masotti, Claudio Pamelin, Sara Guberti, Antonio Barbadoro
Consulenza e ricerca testi originali e canto dal vivo: Elena Sartori
  Voglio provocare qualche sorrisetto. Perché lo spettacolo più è complicato più appare importante? Perché la maggior parte degli spettacoli impegnati sono noiosi? Perché si esce dalla sala teatrale estenuati da una lotta contro se stessi?

Perché l'arte teatrale è difficile e la poesia è determinata dall'atteggiamento poetico dell'artista, non dall'aura della parola. Il richiamo alla difficoltà è una risposta, ma non può essere una giustificazione. La persona che esce di casa per andare a teatro è mossa dal desiderio di provare piacere e quando non lo prova, si sente respinto. Intendiamoci , non sto drammatizzando e soprattutto non voglio generalizzare, ma il piacere è un sacrosanto diritto. Si possono fare tutti ragionamenti teatrali che si vogliono, ma alla fine è l'unica cosa che conta. Nel vedere "Requiem" di Chiara Lagani e Luigi de Angelis non nego di aver provato alcuni momenti d'intenso piacere, ma non dimostrerei la giusta attenzione e onsiderazione nei confronti di Funny & Alexander, se dicessi che il mio desiderio è stato completamente soddisfatto.

Dal poema scritto al poema sonoro. La scrittura drammaturgia di Chiara Lagani non è una nuvola destinata a diventare un'altra nuvola. A proposito, perché il testo non viene messo a disposizione assieme al catalogo e a tutto il resto? Si vuole far intendere che la drammaturgia è meno importante della scrittura scenica? Testo e spettacolo non sono due opere autonome e indipendenti: la prima destinata ad essere tradita ( per amore ) dal regista e la seconda dalla critica? Da qui, l'immagine della nuvola. Il poema scritto, dunque, realizzato in funzione di un regista abile nell'azione combinatoria e di un musicista capace di perizie tecnologiche d'intenso valore espressivo, si presenta come una "drammaturgia uditiva" che ha preso spunto dal mito di Amore e Psiche di Apuleio per svolgere il tema della morte e dell'abbandono. Un Requiem , appunto, come poema scritto che utilizza alcuni brandelli del famoso racconto di Lewis Carroll e si sviluppa in modo lineare, rinunciando alla tabularità, come viaggio negli inferi sulle orme dell'immateriale notturno di cui l'uomo sa poco o nulla.

Il poema sonoro invece, come si dice nella presentazione, si fonda su questi ingredienti: la parola ( " quella superba e irreale, minacciosa ed evocativa, rivendicata a lungo dalla decennale tradizione dei gruppi di ricerca"), più la musica, più i suoni e i rumori naturali, e la plasticità della fotografia. Ma c'è anche uno spazio scenico metaforico e astratto, con bellissime scatole magiche che evocano immagini significative e, valutando la miscela linguistica eterogenea elaborata sapientemente dal regista, mi appare piuttosto come un poema totale.

Ecco, dall'analisi delle parole esplicative del testo trovo la conferma di una pratica assai generalizzata tra i gruppi di ricerca e che, dal mio punto di vista, rappresentata il primo buco nero dello spettacolo. La parola del testo era sì "superba ed irreale", ma fungeva da "drammaturgia uditiva", il che lascia intendere che la scrittura drammaturgia non abbia voluto mettere in preventivo un sistema di segni e abbia rinunciato a svolgere la funzione aurorale che gli è propria, prefigurando - in senso aperto - le modalità espressive dello spettacolo. Quindi , i codici espressivi della scrittura scenica non possono fare e non fanno riferimento al sistema di segni della scrittura drammaturgia, perché questo sistema non è stato messo in preventivo: ci sono soltanto segni verbali. Questo vuol dire che la miscela linguistica organizzata dal regista - non essendo scaturita dal testo, trasformato, cioè tradito, cioè arricchito attraverso una sorta di esplosione del corpo fisico della parola - , è stata appiccicata nel corso del processo di formalizzazione, generando un velo di natura tecnica e tecnologica. Certo, non c'è una regola fissa nelle alchimie teatrali. Si può fare tutto e il contrario di tutto, ma può capitare come in questo caso che la pratica multicodice utilizzata agisca per trascinamento sulla parola, metta in crisi la nascita del valore aggiunto e limiti il piacere dello spettatore. Gli gli effetti sono qua e là devitalizzati, privi della naturalezza dell'artificio, della morbidezza e della organicità delle forme.

E' stata una buona idea mettere insieme il teatro di Fanny & Alexander e la musica di Luigi Ceccarelli per realizzare uno spettacolo che nella destinazione del cimitero monumentale di Ravenna forse era un vero poema sonoro. Non ci sono dubbi sul fatto che s'incontrino con risultati positivi, ma occorre dire che si scontrano anche, e violentemente , generando una confusione che la parola fine non cancella completamente. La prima volta, mi pare, nella penultima scena ( Agnus Dei, Tempesta Mitica ), lunghissima, in cui sono impegnati tutti i personaggi e la seconda volta nella scena seguente di Pan Incubus ( Lux Aeterna , "Ma era un sogno quello che ho fatto?" ).


Marco Cavalcoli , che fino ad allora mi era piaciuto molto nell'interpretazione di Psicopompo, in quella scena perde qualche colpo. Molto efficaci Paola aldini e Sara Casotti come sorelle di Psiche. Chiara Lagani - impegnata in prolungate estensioni vocali nella parte di Alice Psiche - è apparsa appesantita dalla carne, invece che sostenuta da un corpo volatile e fosforescente, come del resto è accaduto poco dopo all'impacciato Mirto Balliani nel ruolo di Pan Incubus. L'enfasi recitativa è stata la cartina di tornasole di una inconsapevolezza ( la voce è un fatto materico, è parte integrante del corpo, quindi per lavorare sulla voce bisogna lavorare sul corpo ) e di una mancanza ( la messa-in-forma, come dice Barba ). La sonorità verbale di quelle scene era uniforme , monotona, e mal si conciliava con la musica, spingendo lo spettatore a seguire o l'una o l'altra e costringendolo a fuggire alternativamente dall'una e dall'altra , respinto percettivamente e smarrito sul terreno del significato.

La parola poetica del testo - seppure "minacciosa ed evocativa" - non fa poesia in teatro , ma la miscela linguistica eterogenea deve contare non solo su un ottimo progetto di regia e su una severa abilità combinatoria del regista, come in questo caso, ma anche su attori capaci di funzionare perfettamente come punto d'incrocio del processo di formalizzazione. La recitazione ripropone la ben nota questione della tecnica che, oltre a generare dipendenza, da sola non fa la primavera del teatro: ci vogliono della facoltà che fanno di un attore un artista. Si possono usare tutte le tecniche e tutte le tecnologie disponibili, ma - se non intervengono queste facoltà - non si determina l'armonia della comunicazione e della creazione artistica. A volte, al di là della mia dichiarata simpatia per il teatro più o meno "indisciplinato", ho l'impressione paurosa che alcune tecniche "antinaturalistiche" servano a mascherare i limiti di una presenza scenica matura, che sono poi limiti di personalità e di fascino, e mi domando se la pratica self made, con il rifiuto di maestri, d'interiora e d'interiorità sia sempre una valida alternativa.
(Alfio Petrini)