| | Voglio
provocare qualche sorrisetto. Perché lo spettacolo più
è complicato più appare importante? Perché
la maggior parte degli spettacoli impegnati sono noiosi? Perché
si esce dalla sala teatrale estenuati da una lotta contro se
stessi?
Perché l'arte teatrale
è difficile e la poesia è determinata dall'atteggiamento
poetico dell'artista, non dall'aura della parola. Il richiamo
alla difficoltà è una risposta, ma non può
essere una giustificazione. La persona che esce di casa per
andare a teatro è mossa dal desiderio di provare piacere
e quando non lo prova, si sente respinto. Intendiamoci , non
sto drammatizzando e soprattutto non voglio generalizzare,
ma il piacere è un sacrosanto diritto. Si possono fare
tutti ragionamenti teatrali che si vogliono, ma alla fine
è l'unica cosa che conta. Nel vedere "Requiem"
di Chiara Lagani e Luigi de Angelis non nego di aver provato
alcuni momenti d'intenso piacere, ma non dimostrerei la giusta
attenzione e onsiderazione nei confronti di Funny & Alexander,
se dicessi che il mio desiderio è stato completamente
soddisfatto.
Dal poema scritto al poema sonoro.
La scrittura drammaturgia di Chiara Lagani non è una
nuvola destinata a diventare un'altra nuvola. A proposito,
perché il testo non viene messo a disposizione assieme
al catalogo e a tutto il resto? Si vuole far intendere che
la drammaturgia è meno importante della scrittura scenica?
Testo e spettacolo non sono due opere autonome e indipendenti:
la prima destinata ad essere tradita ( per amore ) dal regista
e la seconda dalla critica? Da qui, l'immagine della nuvola.
Il poema scritto, dunque, realizzato in funzione di un regista
abile nell'azione combinatoria e di un musicista capace di
perizie tecnologiche d'intenso valore espressivo, si presenta
come una "drammaturgia uditiva" che ha preso spunto
dal mito di Amore e Psiche di Apuleio per svolgere il tema
della morte e dell'abbandono. Un Requiem , appunto, come poema
scritto che utilizza alcuni brandelli del famoso racconto
di Lewis Carroll e si sviluppa in modo lineare, rinunciando
alla tabularità, come viaggio negli inferi sulle orme
dell'immateriale notturno di cui l'uomo sa poco o nulla.
Il poema sonoro invece, come
si dice nella presentazione, si fonda su questi ingredienti:
la parola ( " quella superba e irreale, minacciosa ed
evocativa, rivendicata a lungo dalla decennale tradizione
dei gruppi di ricerca"), più la musica, più
i suoni e i rumori naturali, e la plasticità della
fotografia. Ma c'è anche uno spazio scenico metaforico
e astratto, con bellissime scatole magiche che evocano immagini
significative e, valutando la miscela linguistica eterogenea
elaborata sapientemente dal regista, mi appare piuttosto come
un poema totale.
Ecco, dall'analisi delle parole
esplicative del testo trovo la conferma di una pratica assai
generalizzata tra i gruppi di ricerca e che, dal mio punto
di vista, rappresentata il primo buco nero dello spettacolo.
La parola del testo era sì "superba ed irreale",
ma fungeva da "drammaturgia uditiva", il che lascia
intendere che la scrittura drammaturgia non abbia voluto mettere
in preventivo un sistema di segni e abbia rinunciato a svolgere
la funzione aurorale che gli è propria, prefigurando
- in senso aperto - le modalità espressive dello spettacolo.
Quindi , i codici espressivi della scrittura scenica non possono
fare e non fanno riferimento al sistema di segni della scrittura
drammaturgia, perché questo sistema non è stato
messo in preventivo: ci sono soltanto segni verbali. Questo
vuol dire che la miscela linguistica organizzata dal regista
- non essendo scaturita dal testo, trasformato, cioè
tradito, cioè arricchito attraverso una sorta di esplosione
del corpo fisico della parola - , è stata appiccicata
nel corso del processo di formalizzazione, generando un velo
di natura tecnica e tecnologica. Certo, non c'è una
regola fissa nelle alchimie teatrali. Si può fare tutto
e il contrario di tutto, ma può capitare come in questo
caso che la pratica multicodice utilizzata agisca per trascinamento
sulla parola, metta in crisi la nascita del valore aggiunto
e limiti il piacere dello spettatore. Gli gli effetti sono
qua e là devitalizzati, privi della naturalezza dell'artificio,
della morbidezza e della organicità delle forme.
E' stata una buona idea mettere
insieme il teatro di Fanny & Alexander e la musica di
Luigi Ceccarelli per realizzare uno spettacolo che nella destinazione
del cimitero monumentale di Ravenna forse era un vero poema
sonoro. Non ci sono dubbi sul fatto che s'incontrino con risultati
positivi, ma occorre dire che si scontrano anche, e violentemente
, generando una confusione che la parola fine non cancella
completamente. La prima volta, mi pare, nella penultima scena
( Agnus Dei, Tempesta Mitica ), lunghissima, in cui sono impegnati
tutti i personaggi e la seconda volta nella scena seguente
di Pan Incubus ( Lux Aeterna , "Ma era un sogno quello
che ho fatto?" ).
Marco Cavalcoli , che fino ad allora mi era piaciuto molto
nell'interpretazione di Psicopompo, in quella scena perde
qualche colpo. Molto efficaci Paola aldini e Sara Casotti
come sorelle di Psiche. Chiara Lagani - impegnata in prolungate
estensioni vocali nella parte di Alice Psiche - è apparsa
appesantita dalla carne, invece che sostenuta da un corpo
volatile e fosforescente, come del resto è accaduto
poco dopo all'impacciato Mirto Balliani nel ruolo di Pan Incubus.
L'enfasi recitativa è stata la cartina di tornasole
di una inconsapevolezza ( la voce è un fatto materico,
è parte integrante del corpo, quindi per lavorare sulla
voce bisogna lavorare sul corpo ) e di una mancanza ( la messa-in-forma,
come dice Barba ). La sonorità verbale di quelle scene
era uniforme , monotona, e mal si conciliava con la musica,
spingendo lo spettatore a seguire o l'una o l'altra e costringendolo
a fuggire alternativamente dall'una e dall'altra , respinto
percettivamente e smarrito sul terreno del significato.
La parola poetica del testo
- seppure "minacciosa ed evocativa" - non fa poesia
in teatro , ma la miscela linguistica eterogenea deve contare
non solo su un ottimo progetto di regia e su una severa abilità
combinatoria del regista, come in questo caso, ma anche su
attori capaci di funzionare perfettamente come punto d'incrocio
del processo di formalizzazione. La recitazione ripropone
la ben nota questione della tecnica che, oltre a generare
dipendenza, da sola non fa la primavera del teatro: ci vogliono
della facoltà che fanno di un attore un artista. Si
possono usare tutte le tecniche e tutte le tecnologie disponibili,
ma - se non intervengono queste facoltà - non si determina
l'armonia della comunicazione e della creazione artistica.
A volte, al di là della mia dichiarata simpatia per
il teatro più o meno "indisciplinato", ho
l'impressione paurosa che alcune tecniche "antinaturalistiche"
servano a mascherare i limiti di una presenza scenica matura,
che sono poi limiti di personalità e di fascino, e
mi domando se la pratica self made, con il rifiuto di maestri,
d'interiora e d'interiorità sia sempre una valida alternativa. (Alfio Petrini)
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