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Margine
Operativo
Metropoli
ideazione, testi, regia di Pako Graziani e Alessandra Ferraro
con Pako Graziani
video Riot Generation Video
musica Madpat Mfly
luce Claudio Amadei
installazioni Margine Operativo
Roma, marzo 2003, Teatro Furio Camillo, rassegna "Grafie
Teatrali". Fortebraccio
Teatro
Florian Proposta - Teatro Stabile d'Innovazione
Buio re
da Edipio a Edipo in radiovisione
di e con Roberto Latini
con Sebastian Barbalan, Alessandra Cristiani, Anna Paola Vellaccio,
senza Elena Bucci, Sandro Lombardi, Marcello Sambati
musiche originali e aiuto regia Gianluca Misti
scenografia Pierpaolo Fabrizi
sound designer Maurizio Palpacelli Art Mama Factory
video Theo Eshetu
luci e direzione tecnica Max Mugnai
organizzazione e cura Valeria Scarlato
in collaborazione con Blue Cheese Project, Santa Sangre, Rialto
Santambrogio.
Roma, maggio 2003, Teatro Vascello, rassegna "Due Voci
per Una Voce" a cura dell'ETI.
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| | Sul
tema delle tenebre si sono cimentati molti artisti in questo
scorcio di stagione teatrale: Pako Graziani e Alessandra Ferraro
con "Metropoli", Roberto Latini con "Buio re",
Marco Martinelli con la riscrittura del "Sogno di una notte
di mezza estate" , Marcello Sambati con "Dall'oscurità"
e "L'Incompatibile" e Luigi de Angelis con "Requiem".
Non c'è separazione tra
luce-buio, ma i risultati cambiano se l'approccio avviene
sul primo o sul secondo versante. Se si racconta una storia
da posizioni razionalistiche e positivistiche, con l'intenzione
di far luce, di affermare la luce - come è nella prassi
della maggior parte dei drammaturghi - si finisce per naufragare
nella metafisica della luce, che si manifesta falsa e superficiale
nelle forme del descrittivismo ideologico ed è l'esatto
opposto della luce. Se invece la ricerca drammaturgica si
realizza attraverso un viaggio nelle interiora e nelle interiorità,
fino negli abissi più profondi e misteriosi di quella
terra abbandonata da dio, forse si potrà scoprire nelle
tenebre qualche scintilla di luce, a conferma dell'arte come
mistero non disvelato. Si tratta di una terra senza cielo
dove non si vive e non si è senza vita., dove non ci
si muove e non si sta immobili, dove regna uguaglianza e disuguaglianza,
situata fuori dal tempio e dallo spazio. Luogo della ragione
e dell'istinto, della scienza e del favoloso possibile, della
saggezza e della insensatezza, consente di ascoltare ciò
che non è udibile, di vedere ciò che è
invisibile, di sfiorare ciò che è inafferrabile
di comprendere ciò che è incomprensibile, di
comunicare ciò che è inesplicabile. Luogo abissale
- di livello superiore, perché più ti inabissi
più ti sollevi, più ti perdi più ti ritrovi
-, dove regna il silenzio. Ma il silenzio non è una
creatura dell'abisso. Abisso e silenzio sono la stessa cosa.
Nel silenzio riempito è possibile affermare e negare
tutto allo stesso tempo.
Tecniche e tecnologie non bastano.
L'ideologia è da evitarsi come la peste. I drammaturghi
devono porsi nella condizione di naufraghi senza sponde, essere
disponibili a farsi piccoli-grandi costruttori di una grande
civiltà delle idee e tendere alla creazione artistica
come luogo della contesa, là dove la verità
mostra un rapporto teso con la non-verità. Si tratta
di uno spazio fatto di segni, dove tutti i segni si connettono
al symbolon che apre verso la oscura verità. La lotta
implica la vita. Quando la lotta cessa, cessa la vita e subentra
la formula, la moda. La patria dei produttori di nuove forme
teatrali sta nel luogo da dove sono partiti. Per questo nostos
non occorrono piedi, aerei o cavalli tecnologici. Occorrono
alcune facoltà che non si acquisiscono frequentando
scuole, seminari o laboratori ed è per questo che non
sono prese in alcuna considerazione.Dipendono dal dio che
sta dentro di noi.
La semiologia della produzione
è connessa alla semiologia della fruizione. Se la prima
cambia, cambia anche l'altra. La quantità della creazione
genera una qualità influente rispetto ai processi della
comunicazione. Per il rapporto di causa/effetto esistente
tra palcoscenico e platea , lo spettacolo o ti ama e ti possiede
o ti respinge violentemente. L'auspicio è che non si
sottragga mai al compito fondamentale di suscitare attrazione
e incanto: pena il distacco, il gelo interiore, la noia. Nel
consegue che gli attori o gli attori/registi non possono pretendere
di vivere del favore della reputazione derivante dall'aver
fatto o dal fare spettacoli che mirano al rinnovamento dei
linguaggi teatrali, quando non sono in grado di divertire
gli spettatori, cioè di suscitare il loro interesse.
Le tecniche dell'antinaturalismo ( del presunto antinaturalismo
) e le nuove divinità tecnologiche non solo non portano
lontano, ma minacciano la distruzione d'intere generazioni
di attori o di attori/registi. Sono strumenti potenzialmente
malati di tecnicismi che spesso portano con sé la morte
flussi vitali. Invece di risvegliare ed eccitare gli animi,
generano un effetto soporifero. Insomma, finché sulla
scena agiranno esseri umani e non marionette, l'autogestione
dei processi vitali finalizzata alla produzione delle forme
organiche resta un traguardo fondamentale, un passaggio che
non può essere né saltato né ignorato,
sia per il teatro di tradizione che per il teatro di ricerca,
sia per la recitazione naturalistica che per quella antinaturalistica.
L'artificio non è incompatibile con la molle e meravigliosa
naturalezza delle forme.
Ma l'abilità acquisita
nel campo dell'autogestione dei processi vitali non è
sufficiente: ci vuole anche il possesso dell'arte seduttiva.
Non sono sicuro se la capacità di autogestione dei
processi vitali sia direttamente proporzionale alla capacità
di seduzione dell'attore, ma so con certezza che l'attore
messo in forma deve possedere l'una e l'altra, se vuole che
lo spettatore si senta amato e quindi posseduto dalla sua
creazione artistica. In quel caso è un artista: getta
il fuoco nell'universo e sorveglia finché non prende
fuoco. In caso contrario è un professionista.
Dualità della cultura
e della natura umana, polidimensionalità, alcune facoltà
derivanti dall'atteggiamento poetico dell'artista, intermedialità
e autogestione dei processi vitali rappresentano, dunque,
questioni teoriche e prassiche del fare teatro da porsi a
fondamento dell'atto creativo e del potere di fascinazione
dell'opera. Le pratiche "interdisciplinari" e "multimediali"
- come sommatoria di elementi linguistici che rimangono separati
e distinti - niente hanno a che vedere con la realizzazione
di miscele linguistiche eterogenee che fanno riferimento alle
aree intermediali e sinestetiche e che sono potenziali portatrici
di quel valore aggiunto poetico in grado di regalare spasmi
d'indomito stupore e d'indicibili segreti.
Sulla base di tali considerazioni,
mi sembra di poter dire che la Compagnia Margine Operativo,
con lo spettacolo "Metropoli", presentato al Teatro
Furio Camillo nell'ambito della rassegna Grafie Teatrali,
mostra predilezioni teoriche condivise, ma realizza una scrittura
scenica caratterizzata dai meccanismi e dai tecnicismi della
multimedialità dilagante e suffragata da una recitazione
che, pur volendo essere antinaturalistica, non lo è
e produce ben presto l'effetto di acquietare gli animi.
Sul versante della drammaturgia
devo dire che ci troviamo di fronte ad un atroce fraintendimento:
un fraintendimento che riguarda anche "Buio re"
di Roberto Latini.
Non basta eliminare la discorsità
dei dialoghi a favore di un flusso di parole organizzate in
versi per assicurarsi il premio dell'antinaturalismo e del
valore poetico dell'opera. La poesia dipende dall'atteggiamento
poetico dell'artista e non dall'aura poetica della versificazione.
Il problema fatto uscire dalla finestra del linguaggio logico-discorsivo
rientra dalla porta di un descrittivismo rovesciato, vagamente
poetico, che riafferma il dominio fattuale e assoluto della
parola, in quanto i codici non verbali ( luci, azioni fisiche,
suoni, immagini e quant'altro ) vengono sovrapposti a quelli
verbali. Non essendo stati messi in preventivo nella fase
augurale della scrittura drammaturgia, risultano frutti appiccicaticci
della teorizzazione a posteriori del processo di formalizzazione.
La sovrapposizione genera un corto circuito che trasforma
il viaggio notturno nella notte dello spettacolo in cui naufraga
ogni possibilità d'incanto e di seduzione. L'insufficienza
del lavoro intercodice determina l'aborto della miscela linguistica,
che "impazzisce" come la maionese, e nel farsi liquida
non solo diventa non rappresentativa della pluralità
del linguaggio, ma anche improduttiva nel senso citato.
Siamo di fronte alla riproposizione
del progetto fallimentare della rivista Stilb, che, molti
anni addietro, ipotizzava il cambiamento con l'avvento del
"teatro di poesia". Un esempio di questa pratica
è Mario Luzi: grande poeta, ma come un drammaturgo
non contribuisce minimamente alla nascita di una nuova drammaturgia
. (Alfio Petrini)
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