|
|
|
![--> Torna a [Scritti]](../../images/capo.gif) |
 |
 |
 |
| MEDEA
- LA BELLEZZA |
 |
Hystrio,
gennaio/marzo2005 |
| |
Dopo “Alcesti“, sulla scena di Enzimi arriva “Medea”,
prodotto dalla Compagnia Bertone/Abbondanza. Il progetto “Ho
male all’altro” accentra l’attenzione sugli
archetipi e richiama l’attenzione sul tema “Il sacrificio
per amore”. Nel primo caso Alcesti si sacrifica per amore
del suo sposo. Nel secondo Medea sacrifica i figli per vendicarsi
di Giasone.
Se, però, la storia di Medea è ridotta al potere
di vita e di morte che una madre ha sui propri figli, la rappresentazione
perde il portato di mistero, distrugge la luce dell’ombra
insita in un fatto barbarico di straordinaria pregnanza. Il
mito non ha rapporti con la sociologia o con la psicologia,
ma con il pensiero simbolico. E il riferimento archetipico offre
l’occasione potenziale per una ricerca che va al di là
della contingente attualità. Il mito va mangiato, non
va spiegato o ammodernato facendo uso della ragione che è
insufficiente, del sapere che non basta e della civiltà
che non serve a spiegare l’inspiegabile.
Lo spettacolo indugia troppo spesso sui fatti che inducono la
madre ad uccidere i figli, trascurando il sangue che si fa pensiero
e il pensiero che si fa sangue, e finendo per tradire l’affermazione
di principio seconda la quale “Medea antepone a tutto
l’abbraccio fisico e il letto, e tra genos e gamos sposta
l’attenzione su Eros che interseca e complica sia i legami
di sangue che i patti nuziali”.
Credo che la ricerca teatrale debba tornare ai primordi e che
per realizzare questo nostos sia necessario accamparsi prima
della grazia, prima della musica, della danza e della parola,
alla ricerca di quelle geometrie del caos e di quelle forme
barbariche alle quali mi sento di ancorare il rinnovamento dello
spettacolo dal vivo. E quando, in alcuni momenti, Bertone e
Abbondanza imboccano questa strada, marciano come guerrieri
con corpi “alterati”, trovano il logos che attraversava
le viscere, il ventre, il cuore, e lo espandono in tutto il
corpo oltre il suo stesso confine, conseguendo risultati di
forte coinvolgimento emotivo.
La danza impone un ripensamento profondo sulle tecniche e sui
processi di astrazione. Non un passo indietro, come ha proposto
la responsabile della Biennale Danza, ma un passo avanti bisogna
fare. Bisogna imparare a disimparare.
Senza forma e senza testo è la poesia del teatro. Scaturisce
dal comportamento poetico dell’artista rispetto alle cose
che racconta. E’ invisibile. E’ impalpabile. E’
un valore aggiunto che dura nel tempo. Allora, lo spettacolo
cammina sulle gambe del sapere e del non-sapere. Procede sul
crinale tra dicibile e indicibile. Suscita stupore, che è
perdita di realtà, che produce stordimento e spinge a
seguire il sogno. Ma oltre la natura, oltre la realtà,
c’è solo il sogno? C’è l’inganno
che dice la verità. E’ questa verità, che
brilla come un cuore di tenebra, che ama e possiede lo spettatore,
a determinare il successo vivo e condiviso dello spettacolo
“La bellezza”, prodotto da Libera Mente, con la
regia di Davide Iodice. La scrittura scenica collettiva trae
i codici testuali di riferimento da Pazienza, Auden, Morante,
Pisolini, Rossellini, Bukowski, Neiwiller, Monroe ed altri,
ma utilizza anche una drammaturgia originata dai vissuti degli
interpreti: tutti da lodare.
Villa Bellezza è luogo della metafora. Appare come una
clinica per febbricitanti inguaribili. Somiglia ad un dormitorio
dove irrompono sogni e visioni. Ricorda il giardino dove risuonano
i passi di antiche e nuove divinità. Rimanda allo spazio
rituale dove è possibile compiere l’atto della
ri-creazione, opposto e contrario a quello che tenta di doppiare
la realtà. La bellezza corre il rischio di guastarsi?
No, è già guastata. La bellezza salverà
il mondo? No, perché il mondo non ha alcuna intenzione
di salvarla. Che fa, allora, quell’umanità febbricitante
nella Villa Bellezza?Cura la salute, aspetta l’ora della
guarigione, l’ora che tarda a venire, l’ora che
non verrà mai. Cosa fa il potere fuori di quel luogo?
Il potere non si pone problemi di etica, figuriamoci di estetica.
E all’artista cosa rimane da fare? Diventare cieco e splendente
come un Totò. Imparare il linguaggio degli uccelli, a
significazione dell’amplificazione dell’anima, che
da individuale diventa anima del mondo. Far cantare l’anima
attraverso il corpo glorioso come unica bellezza possibile. (Alfio Petrini) |
|
|
 |
 |
|