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impossibile raccontare una creazione artistica. Raccontarla
vuol dire tradirla. Allora è meglio allontanarsene il
più possibile per arrivare, forse, a sfiorarla. Applicherò
questa regoletta aurea allo spettacolo di Marcello Sambati,
che a distanza di un anno "Dall'oscurità" prosegue
la sua ricerca poetico-performativa, realizzando "L'Incompatibile",
seconda lezione delle tenebre, che considero un oggetto artistico
dedicato all'uomo nella sua totalità.
Appare il riquadro di una finestra,
il buco nero di una porta, un confine, un limite, una soglia.
Poi, un'ombra d'uomo. Il piccolo verme danza nei pressi di
quella linea d'ombra: gesti minuti, piccoli passi, spasmi.
La voce è rotonda, e dura, e intrisa di morte, ma non
è funeraria. Forse un pochino languida. Parla di progetti,
d'illusioni , d' attese lunghe e inutili, del movimento del
desiderio che si è a poco a poco trasformato in una
stasi dura come la roccia. Movimento e stasi producono una
situazione labirintica e claustrofobica, che perdura anche
con l'addensarsi del corpo di una farfalla che, abbandonato
il gravame della carne, si appunta sulla verticale della soglia.
Nel volo leggero, ma non iridescente, rivela di essere una
nuvola che genera altre nuvole e altre nuvole ancora nella
mia camera oscura.
Il piccolo verme e la farfalla
propongono il gioco dello sguardo, alternando presenza ad
assenza che, altalenando lievemente, non cancellano l'orrore
di quella finestra o di quella porta . Nel passaggio dal buio
alla luce fioca, nel transito dal passo ( terreno e traballante)
del piccolo verme al volo della farfalla ( pericoloso e pericolante
) è la mia stessa presenza a diventare fortunatamente
rischiosa e precaria e ricca allo stesso tempo. Accetto la
condizione di naufrago e mi lascio travolgere dalla marea:
mi trovo così a spiare la farfalla notturna che rimanda
alla carne smarrita e diluviata del piccolo verme e il piccolo
verme che afferma il volo della farfalla proprio nel momento
in cui lo nega. Penso che la cognizione del dolore e lo stimolo
della speranza facciano parte della tragedia umana e rappresentino
i segni di una condanna ineludibile ed eterna. E di rimbalzo
penso che nel presupposto della dualità della natura
e della cultura umana, da una parte, l'uomo debba essere considerato
una soglia , avvicinabile solo al canto del gallo e , dall'altra,
che la inconciliabilità dei valori opposti e contrari
stia alla base di ogni creazione artistica , salvandola dalla
trappola della luce che non fa luce.
Dico della farfalla, dunque,
per dire dell'uomo, ovviamente: quella piccola cosa posta
sull'orlo dell'abisso. L'abisso risiede nell'insanabile conflitto
degli opposti e dei contrari. Sta nel pensare altro, altrove,
altrimenti. Sta nell'accettare l'altro da sé e di sé.
Solo su quel limite, l'uomo totale può affacciarsi
sull'illimite, ma sull'illimite dello spettacolo di Sambati
scopre la morte e con la morte del piccolo verme il drammaturgo/regista
trasforma la irridicibilità del conflitto in una catarsi
finale non condivisa in quanto liberatoria, in quanto in contraddizione
con la irriducibilità benjaminiana del conflitto. Se
la trasformazione da verme a farfalla è impossibile,
pur conservando la felicità come utopia concreta, il
conflitto non può che essere considerato permanente
dall'artista. Se questo viene risolto con la morte del piccolo
verme, la soluzione finale introduce un alito funerario "incompatibile"
con il rigore poetico e la lucidità morbida dello spettacolo.
Peggio ancora sarebbe se l'abito che penzola alla fine dovesse
essere interpretato come involucro del piccolo verme trasformatosi
finalmente in farfalla: saremmo in piena metafisica della
luce, che è incompatibile con "L'Incompatibile
" di Sambati.
Straziato e palpitante, il piccolo
verme ha danzato e bestemmiato, masticando parole, trasformandole
in balbettii, labili ripetizioni, risonanze provenienti dal
regno animale o dai luoghi incerti dell'extreme, posti ai
confini della interdizione e della patologia ed estranei alla
salute della dignità umana. Lacerata, svuotata, distrutta,
di fronte a "il non amore mio" l'anima non canta
più: " nuda cieca immacolata muove a vuota / infinità".
La lotta cessa e con la lotta cessa la vita. Resta l'idea
di uno spettacolo taoista, dove tutto sembra svolgersi sulla
soglia, dove sembra che non si possa andare né di qua
né di là di quel confine, dove tutto appare
doppio e sovranamente irreale e artificioso, ma dove l'artificio
si scioglie in una morbida e incantevole naturalezza. Uno
spettacolo compatto e immobile, eppure attraversato da infinite
vibrazioni interne. Spettacolo trascendente - svincolato dal
significato cristiano del termine- , fondato sull'antitesi
della sostanza ( buio/luce, passività/attività,
linea continua/linea spezzata, gestualità/spazialità
del corpo…), che esiste e non esiste, che nasce
e muore continuamente. Una forma immateriale senza forma,
che - come l'acqua - cede a tutte le forme materiali in cui
viene messa. Si guarda senza vederlo, si ascolta senza udirlo,
si sfiora senza toccarlo. Rende impossibile ogni tentativo
di abbracciarlo e per tentare di possederlo non si deve partire
da alcuna posizione, non si deve seguire alcuna strada, non
si deve pensare e non si deve riflettere più di tanto,
e il tentativo di spiegarlo sarebbe un tradimento. E' l'oggetto
che ha il potere di abbracciarti e di amarti, quindi di possederti
percettivamente. Appare lontano, vuoto, scevro d'impurità
e infinito: privo di limitazioni, fino al superamento della
forza di gravità. Peccato che non resti infinito sino
alla fine, per quella interruzione generata dalla morte del
piccolo verme. Peccato che l'antitesi non sia stata portata
fino all'estrema conseguenza dell'infinità della nuvola
che genera altre nuvole. Peccato che il tutto vuoto sia stato
riempito con il tutto pieno della morte.
Al di là di questa imperfezione
che lo connota tuttavia come opera dell'uomo , sono convinto
che, sognando un piccolo verme e una farfalla che si appuntava
sulla soglia di una porta, di una finestra o di una teca museale,
ho visto alcune scintille di luce nella tenebra: quella tenebra
tanto negletta alla drammaturgia contemporanea quanto necessaria
per non cadere nella fossa della metafisica della luce, ed
evidentemente tanto cara a Sambati. Anche per questo motivo,
sono convinto di dover riconoscere ad un piccolo capolavoro
il dono della poesia - che non sta però nella parola
poetica - ma nel mistero, nell'equilibrio precario, nella
sua primordiale essenzialità. Parole, luci, suoni,
pensieri del corpo come segni di un ritorno alle origini,
selezionati e organizzati con forte "spreco", levigati
con amore, che dimostrano come la povertà dei mezzi
teatrali possa essere una grande ricchezza, "incompatibile"
con le frettolose messe in scena, con i veli approssimativi
delle superfici, con l'artrosi dei corpi senza maestri, senza
interiora, senza pensiero. (Alfio Petrini)
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