CND - Teatro totale
:: Invia e-mail
--> Torna a [Scritti]
L'INCOMPATIBILE
L'Incompatibile
Seconda lezione delle tenebre
con Marcello Sambati

Scena, testo e regia Marcello Sambati
Immagini Luigi Francini
Assistente alla regia e web designer Massimo Ciccolini
Ideazione e realizzazione luci Gianfranco Staropoli
Produzione Compagnia Dark Camera

Roma, Teatro Furio Camillo, 8/12 aprile - Rassegna Grafie Teatrali
  E' impossibile raccontare una creazione artistica. Raccontarla vuol dire tradirla. Allora è meglio allontanarsene il più possibile per arrivare, forse, a sfiorarla. Applicherò questa regoletta aurea allo spettacolo di Marcello Sambati, che a distanza di un anno "Dall'oscurità" prosegue la sua ricerca poetico-performativa, realizzando "L'Incompatibile", seconda lezione delle tenebre, che considero un oggetto artistico dedicato all'uomo nella sua totalità.

Appare il riquadro di una finestra, il buco nero di una porta, un confine, un limite, una soglia. Poi, un'ombra d'uomo. Il piccolo verme danza nei pressi di quella linea d'ombra: gesti minuti, piccoli passi, spasmi. La voce è rotonda, e dura, e intrisa di morte, ma non è funeraria. Forse un pochino languida. Parla di progetti, d'illusioni , d' attese lunghe e inutili, del movimento del desiderio che si è a poco a poco trasformato in una stasi dura come la roccia. Movimento e stasi producono una situazione labirintica e claustrofobica, che perdura anche con l'addensarsi del corpo di una farfalla che, abbandonato il gravame della carne, si appunta sulla verticale della soglia. Nel volo leggero, ma non iridescente, rivela di essere una nuvola che genera altre nuvole e altre nuvole ancora nella mia camera oscura.

Il piccolo verme e la farfalla propongono il gioco dello sguardo, alternando presenza ad assenza che, altalenando lievemente, non cancellano l'orrore di quella finestra o di quella porta . Nel passaggio dal buio alla luce fioca, nel transito dal passo ( terreno e traballante) del piccolo verme al volo della farfalla ( pericoloso e pericolante ) è la mia stessa presenza a diventare fortunatamente rischiosa e precaria e ricca allo stesso tempo. Accetto la condizione di naufrago e mi lascio travolgere dalla marea: mi trovo così a spiare la farfalla notturna che rimanda alla carne smarrita e diluviata del piccolo verme e il piccolo verme che afferma il volo della farfalla proprio nel momento in cui lo nega. Penso che la cognizione del dolore e lo stimolo della speranza facciano parte della tragedia umana e rappresentino i segni di una condanna ineludibile ed eterna. E di rimbalzo penso che nel presupposto della dualità della natura e della cultura umana, da una parte, l'uomo debba essere considerato una soglia , avvicinabile solo al canto del gallo e , dall'altra, che la inconciliabilità dei valori opposti e contrari stia alla base di ogni creazione artistica , salvandola dalla trappola della luce che non fa luce.

Dico della farfalla, dunque, per dire dell'uomo, ovviamente: quella piccola cosa posta sull'orlo dell'abisso. L'abisso risiede nell'insanabile conflitto degli opposti e dei contrari. Sta nel pensare altro, altrove, altrimenti. Sta nell'accettare l'altro da sé e di sé. Solo su quel limite, l'uomo totale può affacciarsi sull'illimite, ma sull'illimite dello spettacolo di Sambati scopre la morte e con la morte del piccolo verme il drammaturgo/regista trasforma la irridicibilità del conflitto in una catarsi finale non condivisa in quanto liberatoria, in quanto in contraddizione con la irriducibilità benjaminiana del conflitto. Se la trasformazione da verme a farfalla è impossibile, pur conservando la felicità come utopia concreta, il conflitto non può che essere considerato permanente dall'artista. Se questo viene risolto con la morte del piccolo verme, la soluzione finale introduce un alito funerario "incompatibile" con il rigore poetico e la lucidità morbida dello spettacolo. Peggio ancora sarebbe se l'abito che penzola alla fine dovesse essere interpretato come involucro del piccolo verme trasformatosi finalmente in farfalla: saremmo in piena metafisica della luce, che è incompatibile con "L'Incompatibile " di Sambati.

Straziato e palpitante, il piccolo verme ha danzato e bestemmiato, masticando parole, trasformandole in balbettii, labili ripetizioni, risonanze provenienti dal regno animale o dai luoghi incerti dell'extreme, posti ai confini della interdizione e della patologia ed estranei alla salute della dignità umana. Lacerata, svuotata, distrutta, di fronte a "il non amore mio" l'anima non canta più: " nuda cieca immacolata muove a vuota / infinità". La lotta cessa e con la lotta cessa la vita. Resta l'idea di uno spettacolo taoista, dove tutto sembra svolgersi sulla soglia, dove sembra che non si possa andare né di qua né di là di quel confine, dove tutto appare doppio e sovranamente irreale e artificioso, ma dove l'artificio si scioglie in una morbida e incantevole naturalezza. Uno spettacolo compatto e immobile, eppure attraversato da infinite vibrazioni interne. Spettacolo trascendente - svincolato dal significato cristiano del termine- , fondato sull'antitesi della sostanza ( buio/luce, passività/attività, linea continua/linea spezzata, gestualità/spazialità del corpo…), che esiste e non esiste, che nasce e muore continuamente. Una forma immateriale senza forma, che - come l'acqua - cede a tutte le forme materiali in cui viene messa. Si guarda senza vederlo, si ascolta senza udirlo, si sfiora senza toccarlo. Rende impossibile ogni tentativo di abbracciarlo e per tentare di possederlo non si deve partire da alcuna posizione, non si deve seguire alcuna strada, non si deve pensare e non si deve riflettere più di tanto, e il tentativo di spiegarlo sarebbe un tradimento. E' l'oggetto che ha il potere di abbracciarti e di amarti, quindi di possederti percettivamente. Appare lontano, vuoto, scevro d'impurità e infinito: privo di limitazioni, fino al superamento della forza di gravità. Peccato che non resti infinito sino alla fine, per quella interruzione generata dalla morte del piccolo verme. Peccato che l'antitesi non sia stata portata fino all'estrema conseguenza dell'infinità della nuvola che genera altre nuvole. Peccato che il tutto vuoto sia stato riempito con il tutto pieno della morte.

Al di là di questa imperfezione che lo connota tuttavia come opera dell'uomo , sono convinto che, sognando un piccolo verme e una farfalla che si appuntava sulla soglia di una porta, di una finestra o di una teca museale, ho visto alcune scintille di luce nella tenebra: quella tenebra tanto negletta alla drammaturgia contemporanea quanto necessaria per non cadere nella fossa della metafisica della luce, ed evidentemente tanto cara a Sambati. Anche per questo motivo, sono convinto di dover riconoscere ad un piccolo capolavoro il dono della poesia - che non sta però nella parola poetica - ma nel mistero, nell'equilibrio precario, nella sua primordiale essenzialità. Parole, luci, suoni, pensieri del corpo come segni di un ritorno alle origini, selezionati e organizzati con forte "spreco", levigati con amore, che dimostrano come la povertà dei mezzi teatrali possa essere una grande ricchezza, "incompatibile" con le frettolose messe in scena, con i veli approssimativi delle superfici, con l'artrosi dei corpi senza maestri, senza interiora, senza pensiero.
(Alfio Petrini)