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inizio folgorante, insolito e coinvolgente. Poi , lentamente,
un accumulo di forme tradizionali. Sto parlando dello spettacolo
Iliade, drammaturgia e regia di Pietro Babina, prodotto dal
Teatrino Clandestino e presentato come un oggetto "antinaturalistico",
"cinestetico", che "trascina lo spettatore
in un viaggio sensoriale tra le ombre umane e divine del presente
e del passato". Che sia antinaturalistico non ci sono
dubbi. Che sia cinestetico suscita qualche incertezza. Che
coinvolga lo spettatore in forti emozioni è vero per
quell'inizio a cui ho fatto cenno.
Le frecce che sibilano nello
spazio scenico, facendo sbocciare ferite attraverso le quali
noi entriamo nel mondo ( del teatro ) e il mondo ( del teatro
) entra dentro di noi, dimostrano una consapevolezza e una
sapienza fuori di discussione. La consapevolezza sta nella
coniugazione delle nuove tecnologie della comunicazione con
la cultura umanistica, nell'uso espressivo di quelle tecnologie
e nella considerazione che il "teatro non è un
concetto". La sapienza sta nella conduzione del lavoro
intercodice e multicodice. Resta il fatto che quelle frecce
che sibilano e quelle ferite che si aprono e quei lampi di
luce che aggrediscono dimostrano ancora una volta che i teatri
- anche quelli concettuali - devono essere teatrali, e perciò
significanti, e perciò emozionanti, e perciò
misteriosi e poetici, e che non c'è alternativa alle
miscele linguistiche eterogenee, per chi voglia lavorare nella
prospettiva del rinnovamento.
Dal particolare al generale,
dal concreto scenico al metaforico della riflessione teorica:
quando le frecce vanno dritte al cuore, arrivano fino alla
mente. Quando puntano in direzione della mente, non arrivano
mai ( o quasi ) al cuore: al "cuore ardente" di
cui parla Babina, che si oppone evidentemente al dato cognitivo,
al razionalismo e al materialismo dilagante. Ebbene quelle
frecce della prima scena accendono il cuore dello spettatore,
regalandogli preziose emozioni, e generano innumerevoli significati
di rimbalzo. L'attore in quel frammento non è chiamato
in causa, ma la teoria del "cuore ardente" implica
questioni che interessano a fondo l'arte dell'attore, quell'attore
che Pietro Babina, dopo l'avvio tecnologico, ci mostra come
punto d'incrocio del processo di formalizzazione.
In questo caso, se si vuole
che il teatro non sia un concetto, le strade sono due: o si
scelgono attori che sono in grado di trasformare il corpo
in tanti altri corpi, generando una materia invadente volatile
capace di generare seduzione ( perché l'arte dell'attore
è arte della seduzione! ) ed emozione ( perché
lo spettatore non va a teatro per assistere alla realtà
doppiata, ad esercizi calligrafici di scrittura scenica o
ad una lezione di sociologia della comunicazione !) , insomma,
come direbbe Brook , attori abili nel produrre le forme organiche
e nell'intrecciare linguaggi verbali ( dai quali Babina non
prescinde giustamente ) con linguaggi a matrice fisica; oppure
si scelgono attori-performer di alto livello artistico e professionale
in grado di dare un contributo forte e originale alla creazione
di un poema sonoro, perché è questa, mi pare,
la caratteristica fondamentale della Iliade del Teatrino Clandestino.
Il regista sceglie una terza
strada, selezionando un gruppo di giovani attori che alla
prova dei fatti risultano acerbi per una operazione "evocativa"
molto complessa. Incerti negli assoli, nelle parti corali
propongono sonorità già note , lontane dai livelli
della ricerca internazionale in atto nel campo della poesia
sonora. Nel corpo del poema i suoni articolati degli attori
perdono il confronto con i suoni inarticolati prodotti dalle
nuove tecnologie, e si avverte il peso , piuttosto che la
leggerezza, delle loro presenze, con notevole perdita sul
versante sinestetico. I suoni volano, mentre le parole piovono
sulle tavole del palcoscenico.
La drammaturgia dei suoni e
la qualità della diffusione sono il "cuore ardente"
dello spettacolo. Lo sdoppiamento del diffusore centrale dai
sub-woofer, con l'aggiunta di casse acustiche sul fondo della
platea, dona spazialità al suono. Mentre due dispositivi
rendono "sensibile" il rapporto tra attore e spazio
scenico. Il primo consiste in una piccola pedana basculante,
manovrata dall'attore che, muovendosi, genera suoni. Il secondo
è dato da una telecamera che riprende l'attore duellante
su una pedana e invia l'immagine ad un Apple Macintosh 7600,
il software la elabora e rende sensibile una parte della superficie
agita, generando un suono ogni volta che l'attore entra con
la sua spada in quella determinata area. Si tratta di realizzazioni
molto efficaci, mentre non vanno al di là della tradizione
consolidata i richiami alla pittura vascolare, il gioco di
ombre , i dettagli del corpo umano. La "sensazione di
essere ad occhi chiusi, di leggere ( l'opera ) ad occhi abbassati
" , suggeriva e implicava un viaggio nelle profonde viscere
del buio, forse alludeva alle forme di luce e non alla luce
che illumina le forme, ma la "sensazione" si è
materializzata nei visi in ombra degli attori. L'ombra dei
loro visi non diventa l'ombra dello spettacolo, non diventa
poesia. D'accordo, l'opera concettuale tende a non avere dinamismo,
ma nel suo sviluppo non può perdere forza e spessore
sul piano visivo, altrimenti diventa inesorabilmente un insieme
di forme concettuali algide. Nonostante l'intenzione evocativa
lo spettacolo produce comunicazione, scivola in qualche ripetizione
e a tratti nella descrizione. E non basta l'ironia del rimando
al cinema muto ( belle le immagini ) ad allontanare l'attualità
del tema della guerra. (Alfio Petrini)
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