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Clifton Circus vuol dire Nicola Danesi e Iacopo Fulgi: due giovani
artisti che sottopongo alla attenzione di registi , produttori
e direttori di teatri per il talento comico che hanno confermato
di avere nello spettacolo "Hula Doll", presentato
dalla Compagnia al Teatro Rialto Sant'Ambrogio. Questi gli ingredienti:
due attori, un musicista tuttofare, un sedicente professore
di "pedagogia comica" che conclude sul water la sua
conferenza e moltissimi oggetti. Una catèrva di oggetti.
Primeggiano un grande coniglio giallo ( strapazzatissimo ),
un cagnolino di peluche ( calpestato ), una stereotipata Barbie
( bruciata ), quattro pesciolini ( tre rossi costretti a convivere
con uno nero ) e Hula Doll, la bambola ballerina che dà
il titolo allo spettacolo. Oggetti dell'infanzia perduta, della
quotidianità consumistica, della giocoleria clownesca,
manipolati o travolti dalla fisicità dei due attori.
Qualche assolo. Molti duetti.
Scrittura scenica costituita da frammenti, organizzati per
connessioni interne nella prospettiva di uno "spettacolo
comico, in bilico tra il nonsénse e la performance
provocatoria". Si tratta in verità di uno spettacolo
che esclude in modo inequivocabile le metodologie performative
della live art. Alcune idee, uno sviluppo drammaturgico, le
prove, le repliche, e dunque la ripetizione di moduli espressivi
che lasciano poco spazio alla creatività in divenire
degli autori: è questo, senza dubbio, il percorso produttivo
e distributivo di "Hula Doll", spettacolo che si
pone al di fuori del genere in quanto ne contiene almeno due
o tre.
Ritengo tuttavia che la questione
della "performance" posta in termini teorico-astratti
dovrebbe diventare pratica quotidiana di lavoro nella prospettiva
del conseguimento di risultati più maturi da parte
dei due giovani artisti della Tony Clifton Circus, anche e
soprattutto sul versante di una maggiore capacità di
fascinazione. Si tratta di una ipotesi che dovrebbe affondare
le radici in un orientamento strategico che già esiste
e che è rappresentato dal passaggio dal piacere di
piacere ( anche se, a tratti, il duo sembra ancora subirne
l'influenza ) al piacere fisico fine a se stesso e , solo
in seconda istanza, alla comunicazione di un messaggio. Il
balletto di Iacopo attorno al baule degli oggetti è
esemplificativo di questo presupposto invisibile che cambia
sostanzialmente la qualità della comunicazione e che
giustifica l'auspicio delle scelte prospettiche, più
consapevoli e coerenti, appena indicate.
Le azioni fisiche ( manipolare,
giocare, pasticciare, prendere a calci, lanciare, pestare,
spaccare, incendiare, far esplodere, segare, trapanare, eccetera)
non tendono a significare direttamente e immediatamente quello
che dicono, ma a generare e alimentare prima di tutto il piacere
fisico dell'artista. Semmai il significato arriva di rimbalzo,
un attimo dopo.
E le "pause" improvvise,
imposte da Nicola - la spalla - , sono stasi che mettono ancora
di più in evidenza l'aspetto peculiare di questo modo
di fare teatro. Stasi che coincidono con il movimento, il
movimento del desiderio che si rovescia nella stasi per meglio
consentire di assaporare il piacere, appunto, creando un circuito
labirintico virtuoso, tale da determinare un forte coinvolgimento
emotivo e un pensiero vaporoso come una nuvola che passa in
un cielo che sta molto vicino alla terra.
Ancora una volta, la tecnica
delle azioni fisiche si rivela di fondamentale importanza
per attraversare i territori del razionale e dell'irrazionale,
per provocare, in una parola, il piacere dello spettatore,
oltre che dell'artista, senza dare insegnamenti o spiegazioni.
E' la tecnica che implica il rispetto del presupposto duale
della cultura e della natura, secondo il quale il sapere si
accompagna al non-sapere, la luce all'ombra. Applicata allo
spettacolo comico, questa tecnica determina una miscela linguistica
di tipo surreale che regala piacere, fa esplodere la risata
e, di rimbalzo, produce senso.
In questa epoca in cui il pensiero
debole si è fatto debolissimo, i due attori della Compagnia
Tony Clifton Circus si fanno apprezzare per la leggerezza
della comunicazione, per il rifiuto di dire anche ciò
che è indicibile, per la prorompente necessità
di esprimersi e , non ultima, per la messa al bando di ogni
forma di trivialità. Se è vero che le migliori
parole sono quelle che stanno in bocca ai comportamenti umani
- di fronte ai trionfi della parola volgare, del gesto osceno
e della stupidità mascherata da sapienza che hanno
lo scopo di strappare una miserabile risata -, Nicola Danesi
e Iacopo Fulgi dichiarano con le loro geometrie del caos di
avere qualcosa da dirci . Ce la dicono con il candore dei
poeti e con il sorriso dei clown dipinto sulle labbra. (Alfio Petrini)
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