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vecchia guardia vola, le nuove leve crollano. Nei giorni in
cui meditavo sulla inciviltà perduta e non ritrovata
del teatro contemporaneo, non potevo perdermi l'ultimo spettacolo
- "Danze locuste" - dell'indomito Sambati, che apre
un nuovo spazio teatrale: Campo Barbarico.
Campo come luogo aperto, terra sottoposta all'assalto delle
erbe selvatiche. Territorio delimitato, umbratile, limite esso
stesso, soglia, luogo del canto del gallo e del favoloso possibile,
regno di facoltà sovraumane e di silenzi riempiti da
scalpitanti stagioni dell'uomo materiale e immateriale, indivisibile.
Campo come luogo di passaggi e di attraversamenti incivili,
di teneri amori e di selvagge trasformazioni, di vaporose nuvole
generate da comportamenti poetici e di agoracrite presenze fisiche.
Accampamento di barbari che riconoscono sapere e non-sapere.
Dimora di corpi fragili e fosforescenti che accampano il diritto
all'eresia, fuori dal baccano.
Quanti delitti sono stati commessi sotto la bandiera dell'impegno
civile! La civiltà ha migliorato le condizioni di vita
degli uomini, ma la descrizione dei civili pensieri e dei civili
sentimenti mentre uccide il teatro, ne celebra il trionfo. Morto
il re, viva il re. Moduli espressivi ripetitivi, stilemi coreografici,
processi di astrazione, tecniche che producono dipendenza, forme
senza sostanza o sostanze senza forma e senza poetica, metafisiche
della luce, ingenui tentativi di doppiare la realtà e
veli della superficie hanno come obiettivo finale quello di
dire verità. Ma di verità si muore! E di civiltà
si muore in teatro! L'uomo vuole vedere per credere. Lo spreco
della ragione lo travolge e lo riduce a una radura desolata.
Da qui, la nascita dei campi barbarici. Per levare la voce contro
le false verità, libertà e divinità tecnologiche.
Per indicare la strada del pensiero che si fa sangue e del sangue
che si fa pensiero. Per praticare la carnalità dell'anima
Nel rettangolo buio del campo Barbarico di via Anicio Paolino
nascono scintille di luce, sentieri luminosi per l'incerto viandante
che danza, ossuto e leggero, come una cavalletta insensata e
vulnerabile: "presenza inferma e sognante, fascinosa e
tremenda". Si oppone alla morte o si oppone alla vita,
l'inferma? "Deposito di trame", la piccola cosa si
muove sempre sull'orlo dell'abisso. Perché le sue parole
dicono l'indibile? Non bastano i suoi spasmi ad esprimere l'impalpabile
e a rendere percepibile l'invisibile? Il corpo freme ed è
punto di coagulo di variegati codici espressivi, ma il dire
non sempre scaturisce dal fare: l'accompagna piuttosto. E lo
scalpicciare ritmico che scaturisce dal pensiero della mente
invece che dal pensiero del corpo si manifesta con gestualità
minuta, fatta di segmenti, e non assurge mai a spazialità
dell'oggetto, perché esclude il tronco e privilegia gli
arti, inferiori e superiori. La performance d'attore di Sambati
non è estrema come le precedenti "Lezioni delle
tenebre", ma è pur tuttavia pregnante, eseguita
con il pieno possesso dei mezzi espressivi e con l'impiego di
alcune facoltà che determinano un valore aggiunto.
Saverio la Ruina con il suo
"Kitsch Hamlet" confeziona un'opera drammaturgica
che non offre alcuna possibilità di "tradimento"
al regista, ponendo se stesso nella condizione di trasformare
la parola scritta in parola parlata. E nel finale, per far
capire che i fratelli di Amleto sono tre cadaveri viventi,
fa scendere dalla soffitta tre bare, compiendo un atto supremo
di descrittivismo. Scena Verticale, assieme ad altre "Compagnie
degli anni '90", abbandona il terreno della ricerca e
muove passi decisi verso il teatro mimetico, confermando i
motivi dell'impoverimento del teatro, ridotto a logos della
ragione e basta. In questo tentativo di doppiare la realtà
per qualche "piazza" in più risiede sia l'impoverimento
che la scivolata nella routine cui ho fatto cenno. Se il teatro
d'innovazione non innova e il "terzo teatro" scimmiotta
la tradizione immobile, cosa resta da fare? O temere che venga
cancellato lo spazio residuale alla critica o sperare nel
"quarto teatro". In questo caso però, bisogna
vedere per credere. (Alfio Petrini)
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