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nome di una rassegna non è irrilevante. Offre un indizio.
Indica una relazione con i contenuti. Nel caso specifico di
"Danze barbariche", questo rapporto non esiste. Forse
l'appellativo dipende dal fatto che la Rassegna doveva svolgersi
nel teatro chiamato Campo Barbarico. Ma la questione più
importante è di sostanza. In "Danze barbariche"
non c'è niente di barbarico (aggettivo di specificazione)
in almeno quattro quinti della proposta artistica. Le Compagnie
che si sono messe insieme saranno giovani, saranno impegnate
nella ricerca e faranno teatrodanza, ma mi pare che abbiano
cercato corrispondenze con vecchi assunti ideologici di gruppo,
piuttosto che con l'idea innovativa di una unità d'intenti
nella diversità della poetica, finendo per cadere - non
tutti - nel pantano di qualche inconsapevolezza teorico/pratica
e dell'autoreferenzialità sperperante.
"Favoletta crudele" - testo, coreografia e regia di
Oretta Bizzarri -, sul piano dei contenuti (qui l'aggettivo
dice la sua) sta tutta nel titolo. Un mondo incantato, con regine
crudeli, fate di ogni tipo e una bambina, che sta, come si legge
nelle note di programma, "di fronte alla crudeltà",
poverina. "La crudeltà" - come elemento di
natura antropologica, essenziale ai fini dello sviluppo della
personalità umana -, viene letta in chiave sociologica.
Un fenomeno culturale che interessa anche le tragedie greche,
ammannite a pubblici estivi di buona forchetta, in cui il pensiero
simbolico è puntualmente disatteso e tradito attraverso
operazioni di attualizzazione, bagni degradanti di modernariato
quotidiano e cronachistico. Per quanto riguarda la proclamata
combinazione "voce parole e danza", il gesto accompagna
la parola e non fa teatrodanza. Chi ne paga le conseguenze è
lo spettatore accorto, mosso dalla curiosità che non
muore mai.
"Istruzioni per rendersi infelici"
- coreografia e regia di Patrizia Cavola e Ivan Truol - s'ispira
al testo omonimo di Paul Watzlawick. Affronta temi civili
di grande interesse e attualità, che vanno dal tentativo
di cambiare l'altro al potere sull'altro; dall'ansia che strozza
il respiro e scatena la paura al bisogno d'amore; dal sospetto
alla sfiducia, alla rabbia, all'illusoria infallibilità
delle azioni umane. Piacevoli gli sprazzi d'ironia e i giochi
verbosonori degli interpreti, tutti di buon livello professionale.
Ma il tecnicismo generale (con l'eccesso di Marco Ubaldi)
e il razionalismo di fondo dei contenuti espressi produce
forme che non amano e non possiedono lo spettatore. A teatro
si va per imparare niente. Si va per provare emozioni. Anche
in questo spettacolo benfatto e a tratti piacevole, il logo
metafisico del gesto, volendo illuminare, raggela e allontana.
Non solo cancella ogni scintilla d'ombra, ma preclude la possibilità
che essa possa essere generata.
Beatrice Magalotti, con "hoh-h"
- ci propone una sorta di balletto biomeccanico, fondato sul
respiro, infilando una serie di sequenze: correre, spremere,
prurificare/detergere, doppio respiro, tossire, annusare/aspirare
rumorosamente col naso, dal rumore al silenzio. I nomi delle
respirazioni sono state tratte dal Gyrotonic Expansion System.
Ma "la banalità del respiro", che è
una "banalità" importante, ) non è
colta come occasione per fisicizzarla nello spazio scenico,
generandoforme significative e seducenti, ma cade vittima
. La tecnica spesso mortifica o annulla, quando c'è,
il comportamento poetico dell'artista rispetto alle cose che
racconta, se le racconta. La tecnica è importante,
ma - dopo averla imparata - bisogna dimenticarla.
Ricky Bonavita - con il suo "Moods"
- arreda uno spazio dove si può ascoltare musica jazz.
Un barman che si muove sui pattini, alcuni giovani ambigui
e una ragazza, sprovveduta quanto disponibile e inconcludente.
Se l'omossessualità è una condizione umana rispettabile
e può essere un tema interessante per farci sopra uno
spettacolo, è altrettanto rispettabile l'auspicio che
uno spettacolo pubblico non si ponga come fatto privato, in
quanto privo di consistenza poetica, e pertanto artistica.
Dulcis in fundo Fabio Ciccalé, con il suo "In
pectore". Se avesse dimenticato, qua e là, le
tecniche, lavorando di più sull'istinto e sull'improvvisazione,
avrebbe fatto uno spettacolo memorabile. Seppure problematica,
l'opera merita grande attenzione e considerazione. Ciccalè
parte con il piede giusto. Fonda il lavoro su un "codice
tecnico contemporaneo", ma non disdegna l'improvvisazione
guidata tendente ad utilizzare il sapere e il non-sapere degli
artisti che lavorano con lui. Non desidera raccontare storie,
ma squarciare pudicizie artisticamente inutili e mortali superficialità
di comportamento, intrecciando comunicazione ed espressione
nella prospettiva di quel teatro totale che ingloba tutto
ciò che serve per rispondere - in termini cognitivi
e sensibili allo stesso tempo - alle esigenze dello spettatore,
il quale cerca cose molto semplici, ma sempre più rare
nella danza o nel teatrodanza: stupori ed emozioni forti.
In tal senso segnalo l'ottima colonna sonora di Emiliano Panepuccia
e auspico che nella prospettiva di opere intertestuali e intermediali
Ciccalè dedichi maggiore attenzione alla luce, che
non serve ad illuminare le forme corporee, ma ad essere usato
come codice espressivo autonomo, interattivo, in funzione
determinante rispetto all'opera e agli effetti dell'opera.
Il problema, se vogliamo chiamarlo così, è che
non sempre le teorie trovano applicazione pratica nello spettacolo.
Prediamo l'improvvisazione. Non è una metodica che
si esaurisce nell'atto di accumulazione e spreco dei materiali
linguistici, ma una pratica permeante che sfocia nella creazione
artistica, rendendosi visibile. Agli artisti andava chiesto
non di contribuire alla realizzazione della coreografia sul
tema, importante, della animalità che attraversa lo
spettacolo, ma di offrire la propria animalità, quella
che risiede nel corpo umano. Di attingere cioè al tesoro
nascosto della loro individualità. Di fare riferimento
al cuore, al centro del corpo. La felice intuizione andava
insomma riempita di contenuto interiore, riscaldata dal pulsare
del sangue e generata dalla spinta istintuale personalizzata,
e non lasciata morire nelle grinfie della ragione e della
tecnica, anche con qualche sussulto sparso di natura descrittiva.
Il riscontro positivo di questo
striminzito ragionamento sta nei risultati alti conseguiti
in alcuni segmenti di spettacolo. Quando il gesto coreografico
lascia il posto all'azione fisica, la respirazione dell'interprete
cambia, il viso - finora inespressivo, come staccato dal resto
del corpo (perché?) -, s'illumina, diventa parte essenziale
dell'uomo totale che si mostra, le forme diventano organiche
e conquistano il cuore e la mente dello spettatore. Si sa,
chi vede, diventa una visione. (Alfio Petrini)
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