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Pasolini e Testori appaiono come i principi della scena nazionale.
Figurano in modo diverso nella linea di tendenza del teatro
di dedica, che agisce per convergenze parallele con quella del
teatro della memoria. Lo sguardo di un nutrito gruppo di Compagnie,
impegnate sul versante della tradizione e della ricerca, si
è appuntato nel corso della corrente stagione teatrale
su una serie innumerevole - ce n'è per tutti i gusti,
infatti - di personaggi della storia, della cultura, della musica
e dello spettacolo. Le due tendenze hanno più di un significato.
Prima di tutto confermano un dato. Non esiste una drammaturgia
nazionale, ma molte drammaturgie. Tutte importanti. Tutte da
sostenere. Destinate a tanti generi di teatro e a tanti tipi
di pubblico. Una realtà tutto sommato ricca, che attende
di essere riconosciuta dalla comunità nazionale in funzione
del passaggio dal pluralismo dilagante della chiacchiera al
pluralismo sintetico dei fatti. Rivelano che il teatro di tradizione
e il teatro di ricerca sono vivi e vegeti, con piena soddisfazione
da parte di chi li pratica, ma anche di coloro che credono nella
salvaguardia della differenza e nella creazione di un patrimonio
teatrale condiviso, bipolare, il più variegato possibile
nei contenuti e nelle forme, tale da consentire a tutti gli
artisti di coltivare le predilezioni di fondo senza alcun condizionamento,
neppure quello derivante da un "mercato libero" inesistente.
Indicano forse una carenza inventiva. Forse una difficoltà
- anche oggettiva - a creare storie originali. Di certo presumono
una concezione del teatro come testimonianza e segno dei tempi.
Rivelano un bisogno ciclico che si manifesta attraverso l'esaltazione
della civile convivenza nella prospettiva delle sorti progressive
o la rappresentazione mimetica della tragedia dell'uomo. Apprezzabile
sul piano del partito preso individuale, suscita qualche perplessità
sul versante della pratica teatrale. E' più "civile"
un testo - scritto per via positiva - sull'assassinio di un
uomo valoroso ucciso dalla mafia, oppure il testo - realizzato
per via negativa - sul quel Riccardo il Terzo che compie una
caterva di delitti? Tutti e due sono la negazione della violenza.
Ma perché i personaggi "cattivi" sono più
interessanti dei "buoni"? Perché offrono un
vantaggio. Un movimento di valori di rimbalzo che va dal negativo
al positivo senza il rischio di cadere nel pantano delle forme
retoriche buoniste.
Tante direzioni di ricerca e tanti teatri, dunque. Ma le buone
intenzioni non sempre generano buone pratiche teatrali. Linguaggi
desueti, rimasugli e rimasticamenti esangui, operette morali
per vani tentativi mimetici o sperimentazioni piene di formalismi
respingenti, proposte piene di contenuto e vuote di significato,
stanno dietro a molti comunicati stampa. Ma questo è
un altro discorso.
Fabrizio Arcuri e Elio Castellana
- rispettivamente regista e attore storici dell'Accademia
degli Artefatti -, con l'ultimo spettacolo "Dall'inferno"
propongono un viaggio senza ritorno, originale e innovativo,
dedicato a Pasolini, Tarkovskji, Muller e Manganelli. Temi
centrali: "identità e potere". Identità
d'individui divenuti col tempo singolari e divisibili. Identità
di famiglie senza unione con secrezioni furtive di animalità.
Identità di polis che non c'è per la mancanza
di un patrimonio culturale condiviso. E dove non c'è
identità, il potere dilaga. Fa il bello e il cattivo
tempo. Ebbene, Arcuri e Castellana hanno raccolto materiali
derivandoli dalla letteratura, dal cinema, dalla cronaca e
dalla realtà quotidiana., con la consapevolezza che
il quotidiano è una "muta assurdità"
e che oggi di verità si muore. La verità che
induce alla messa in scena della sofferenza e delle disavventure
umane, del disagio e della emarginazione allo scopo di "smuovere
la coscienza degli spettatori quel tanto che basta per rendere
loro piacevole e confortante il tempo dell'applauso".
I materiali organizzati non ai fini di una messa in scena,
ma di una "simulazione di messa in scena" sono stati
immessi nel crogiuolo di una scrittura scenica che sceglie
la via maestra della pluralità del linguaggio, intrecciando
efficacemente comunicazione chiara e comunicazione oscura.
Una "simulazione" che tiene saldo il rapporto contenuto/forma
e mette in discussione gli aspetti mistificatori della comunicazione
di massa senza comunicazione, determinata dalla mancanza del
rapporto di relazione con l'uomo totale e con le sue vitali
necessità.
"Dall'inferno" rappresenta un salto di qualità
notevole rispetto ai due precedenti spettacoli di Accademia:
"Kindergarten" - incentrato su un accumulo di simboli
che stagnavano nel velo della superficie e "L'amore di
Fedra", testo di Sara Kane, nato con il presupposto della
trasformazione della parola scritta in parola parlata, risultata
al contrario torbida e deficitaria per la sovrapposizione
violenta dei processi di astrazione e per carenze interpretative.
Il risultato conseguito con questo nuovo spettacolo non è
dato dalla presenza di strutture metaforiche o d'immagini
simboliche, ma dalla raccolta delle "vive scorie"
di un mondo fatto di cadaveri, attentati, armi chimiche, convention
politiche, vittime, macerie, e dall'attraversamento leggero
degli "sfuggenti percorsi della retorica".
Il regista Arcuri, dopo aver fatto esplodere il senso del
mondo, raccoglie pietosamente le macerie - frammenti di vita
quotidiana, resti di visioni, lacerti di pensiero - e li finalizza
al conseguimento di una sorta di "sospensione di senso".
E così, la morte di Pasolini, le avventure di un giovane
clown, l'intervista ad un politico, la performance di un crooner
ambiguo, le decapitazioni, le parole d'amore di una donna
- replicate presumibilmente all'infinito e forse riferite
ad un rapporto inesistente - che l'inquilino dell'appartamento
accanto recepisce attraverso la parete per masturbarsi, lo
scambio canoro tra sessualità maschile e femminile,
si pongono come occasioni per indagare le macerie sulla "soglia
della vivibilità" e per auspicare la nascita di
un possibile sentire comune - anche minimo -, di un patrimonio
sensibile e cognitivo - almeno in parte condiviso -, di un
punto d'incontro nella discutibile visione della realtà
e nella definizione di un'identità - seppure incerte
e vacillanti.
Lo spettacolo è un oggetto
artistico intertestuale, intermediale e sinestetico, che si
fa apprezzare anche per la colonna sonora e le immagini in
movimento. Esamina dettagli e dilatazioni dell'attimo (quello
della tragedia). Monta campi lunghi e primi piani. Offre sfocature
e digressioni, dissolvenze incrociate e disarticolazioni improvvise.
Suggerisce significati diretti e di rimbalzo, aperti a diverse
interpretazioni. Produce una realtà addizionata di
natura poetica, avvolgendo lo spettatore accorto con maree
oscure e perigliose. Più che invitarti ad essere guardato,
si affaccia come un oggetto che ti guarda, suscitando lo "smarrimento"
messo in preventivo. E le macerie sono anche macerie di senso,
che non lasciano scampo ai seminatori di speranza del terzo
millennio.
A parte qualche lentezza, lo
spettacolo procede deliberatamente in modo sporco e malandato,
con un'architettura scenografica che fa venire nostalgia per
il teatro povero, ma che si giustifica con la complessità
torrentizia della materia linguistica e con la necessità
di creare una macchina che consenta lo sviluppo lineare e
verticale del processo di formalizzazione. Un apparato che
non serve l'attore, ma lo ingloba e lo divora. E, opportunamente,
ne confonde le scarse abilità. Dall'attore travolto
dalle emozioni si è arrivati all'attore che non fa
più nulla. Algido. Stratega di comportamenti neutri.
Senza tensione interna. Carico di naturalità, che non
è naturalezza, offre un contributo accidentale, casuale,
artisticamente discutibile. Sembra quasi che voglia identificare
l'arte con se stesso, invece che se stesso con l'arte. E'
l'attore se stesso. Privo di necessità vitali, si lascia
trascinare dalla miscela linguistica eterogenea organizzata
dal regista, al quale va riconosciuto non solo l'impegno contro
gli stereotipi e un buon comportamento poetico rispetto alle
cose che racconta, ma anche l'abilità (questa volta,
sì) nel manovrare gli attori se stessi in funzione
della scrittura scenica, pagando un prezzo minimo. (Alfio Petrini)
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