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margine dello spettacolo "Chioma" (regia di Cesare
Ronconi), si ritiene di dover fare due riflessioni : una sulla
scrittura drammaturgica e l'altra sull'arte dell'attore. Di
fronte al perdurare di una drammaturgia come logorroica descrizione
di fatti e sentimenti individuali e collettivi, sospiriamo di
gioia di fronte alla proposta di Mariangela Gualtieri. "Che
cosa vedi?/ Ombre, ottavi di uomini./ Ottavi di donne. Piangi?
Non piango./ Cerchi? Cerco. Che cosa cerchi?/ La Cosa-da-dire.
La Cosa-da-dire io cerco./ Sento un ronzare che non si stanca./
Sento un ronzare, un ronzare di sangue/ fuori dalle arterie,
un sangue io sento/ che esce dai vivi, un sangue in spargimento".
La Gualtieri ci pone di fronte ad un testo dove la parola non
è piana. E' "sintetica, vertiginosa, mai interamente
afferrabile perché pesca nell'oscurità e di quella
oscurità porta alla luce qualcosa, ma non tutto".
Ha fiato, respiro, corpo. E' corpo. Del resto, il teatro è
corpo. L'autrice l'accoglie sulla linea d'ombra e la organizza
in funzione di un atto di disvelamento estremo che coinvolge
anima e corpo. In questo senso il valore poetico della parola
prescinde dal fatto che essa si articoli in prosa o in versi,
essendo legata piuttosto a presupposti culturali e ad accorgimenti
tecnici quali sono, per esempio, la dualità della cultura,
il conflitto che mantiene inconciliabili valori opposti e contrari,
l'accortezza di evitare lo sforzo inutile di doppiare la realtà.
Il testo "Chioma" riassume in sé questi contenuti
e lo spettacolo ce li restituisce con rigorosa efficacia espressiva.
Per lavorare sul terreno della
mimesi basta essere scrittori di professione, per lavorare
sulla ri-creazione della realtà bisogna essere poeti.
Oltre alla tecnica, bisogna possedere il dio che sta dentro
di noi. Se non c'è, amen. Mariangela Gualtieri ha creato
un testo scevro da ogni forma di descrettivismo in stretto
rapporto di collaborazione con il regista e l'attrice protagonista,
contribuendo a creare le condizioni per una scrittura scenica
fondata essenzialmente sull'atto totale dell'attrice protagonista.
Gabriella Rusticani incarna le diverse lingue della scrittura
drammaturgica, intreccia linguaggi verbali e linguaggi a matrice
fisica, lavora meravigliosamente sulla spazialità del
corpo, contribuisce a dare leggerezza e spessore al balletto
biomeccanico - per segmenti di corpo umano e stampelle di
legno-, sapendo gettare lo sguardo negli abissi e negli orrori
della vita umana. Ha perso la chioma (perché?), ma
ha acquisito la capacità di far cantare la parte invisibile
del suo corpo. Il teatro non ha bisogno di attori registi
e scrittori, ha bisogno di uomini. E di donne, ovviamente.
Meglio con la chioma. (Alfio Petrini)
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