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Credo che lo spettacolo Il castello, nonostante alcuni limiti,
meriti l’attenzione e la considerazione della critica
e della distribuzione nazionale. Il progetto coniuga la leggerezza
delle forme con la pregnanza dei significati, mettendo in evidenza
le doti di una giovane regista, che possiede personalità,
solide capacità realizzative, potenzialità destinate
a dare frutti, magari con il sostegno di più approfondite
consapevolezze teoriche.
Premetto che la vita dell’opera d’arte mi appare
segnata da una sequela di tradimenti: del traduttore, del
regista e dell’attore in primo luogo, ma anche del critico
teatrale. E’ impossibile raccontare uno spettacolo attraverso
le pagine di un giornale o di una rivista. Forse se ne può
dare informazione o se ne può descrivere il senso generale,
ma è impossibile affidare il rendiconto dell’oggetto
artistico alle parole che mentono. Del resto, se uno spettacolo
potesse essere raccontato, non verrebbe realizzato, con notevole
risparmio di danaro. Quindi, per paradosso, se la recensione
critica non può essere lo spettacolo, ogni rendiconto
non potrà che essere un tradimento. Un tradimento per
amore, naturalmente. Fino a che punto, allora, può
essere resa giustizia al lavoro del regista? Qual’è
il limite tra la soggettività del regista e la soggettività
del critico? Come si fa a stabilire la corrispondenza tra
processo di formalizzazione e interpretazione critica? E’
difficile dirlo. Penso che il modo migliore di fare una recensione
sia quello di allontanarsi il più possibile dall’opera
con la speranza di poterla almeno sfiorare. In altre parole,
se la recensione ha un valore autonomo rispetto allo spettacolo,
al critico non rimane che fare un pezzo di letteratura.
Il tema centrale è l’individuo,
il soggetto, lo straniero che non possiede niente, neppure
un nome. Cosa vuole il signor K? Vuole tutto. La casa, il
lavoro, l’amore, il riconoscimento sociale. Quello che
vogliono tutti gli esseri umani. E chi incontra nel castello?
Una collettività statica, omologata negli atteggiamenti
mentali e nei comportamenti sociali. E questa classe come
tratta il signor K? Come corpo estraneo, perché teme
che potrebbe inceppare la macchina. Ma quando la macchina
si mette in moto, rivela di aver bisogno d’individui
plurali e indivisibili, non di soggetti seriali, inquieti
e “disturbati”. La collettività standardizzata
sulla linea dell’uomo medio, viene allora sgretolata
e ridotta ad un mucchio di larve umane: figure confuse e disperate.
Infine, c’è un’altra domanda che bisogna
farsi: siamo sicuri che l’osservatore di quella classe
non sia o non debba diventare osservato?
Non conosco la scrittura drammaturgica
della Nicolai, perché non è stata messa a disposizione
della critica. Mi sembra tuttavia di poter dire che sia molto
libera rispetto all’opera kafkiana di riferimento. Meno
tuttavia di quanto fosse necessario, come dimostrerò
più avanti. So per certo, però, che la drammaturgia
– intesa come insieme di passaggi, attraversamenti,
maree -, debba escludere dal preventivo il come di una scrittura
scenica fondata su descrittivismi più o meno alti;
prefigurare il ritorno ad una intertestualizzazione complessa,
finalmente totale; comportare la fioritura di aure, sapori
e profumi straordinari, di cui lo spettacolo dal vivo non
può fare a meno. E mi pare che su questo terreno la
Nicolai intenda muoversi con una chiara determinazione.
Ma in questo ambito di ricerca
non c’è solo parola piana. C’è la
lingua come silenzio riempito, canto, grido, bisbiglio, sostanza
informe e multiforme. C’è tutto quello che viene
percepito e lasciato alla soglia delle frasi. C’è
il luogo delle immagini e dei suoni, ma anche il luogo dove
le immagini svaniscono e i suoni muoiono, lasciando tracce
incolori. Ci sono le peculiarità ritmiche che arrivano
fino alla musica, fino alla danza, fino al canto. C’è
il valore intersemiotico generato attraverso i secoli, memore
delle possibilità infinite che ha la lingua di racchiudere
in sé i fantasmi e le proiezioni di tutti e cinque
i sensi. Nella prospettiva generale dell’unità
nella diversità dei segni, dei codici espressivi e
delle culture, non è l’oggetto che è bello.
E neppure il suo involucro. E’ l’oggetto nel suo
involucro che è bello. E’ l’oggetto che
ti ama e ti possiede che è bello, perché eccita
l’animo degli uomini, come accadeva con i racconti flessuosi
e avvolgenti di Ulisse.
Non solo il drammaturgo, ma
anche il regista deve contare sulla forza della propria soggettività
e sulla vastità del mondo interiore, che è infinito.
Il drammaturgo e il regista non imitano. Portano ad essere
ciò che prima non c’era. E se è vero che
l’arte è la pratica liberata dalla menzogna di
essere la verità, tornare ai primordi significa fare
come Ulisse che fugge da Circe e da Calipso per tornare là
da dove era partito. E facendo come Ulisse, l’artista
deve rallegrarsi della morte di Orfeo per essere stato allo
stesso tempo amato e amante di belle immagini. La bellezza,
se c’è, sta nell’acqua fluttuante da cui
è nata Afrodite, non in quella immobile in cui si specchiava
Orfeo. Si tratta di bellezza minacciata d’inconsistenza,
così come d’inconsistenza è minacciato
ogni progetto tendente a conciliare natura e cultura.
La conciliazione tra comunicazione
chiara ed espressione oscura è senza dubbio apparente.
Nel suo essere apparenza risiede la insuperabilità
del dissidio. E non potrebbe essere altrimenti, perché
la vera conciliabilità equivale a distruzione, cioè
a morte sicura. Dunque, il dissidio tra valore comunicato
( memoria, ricordo, stile, esperienza, storia…) e il
valore percepito (sensazione, sentimento, impressione, mistero
...) è da lasciarsi aperto su una sorta di passerella
sonnambulesca. Ebbene, questa passerella non l’ho vista
nello spettacolo di Roberta Nicolai, perché la regista
si è affidata soprattutto alla ragione, a quella razionalità
positivista dilagante che conduce verso la metafisica della
luce: cosa ben diversa dal risultato conseguibile con l’intreccio
tra dato cognitivo e dato percettivo. In altri termini, il
formarsi della comunicazione chiara ha prevalso sul formarsi
della comunicazione oscura, fino ad annullarla.
Se l’opera è l’oggetto
dove natura e cultura tentano il sogno della inconciliabilità
insanabile, perciò creativa, che non si concretizza
in forme di descrittivismo più o meno alto, ma in un
intreccio di comunicazione ed espressione che attraversa la
parola, l’immagine o il suono, il risultato finale non
può che essere il relliano “enigma della bellezza”,
ovvero il colore umbratile della forma organica. Nel sollevare
il velo l’opera non deve spiegare l’inspiegabile,
non deve trattare il bene separato dal male come elementi
della realtà doppiata, ma il bene e il male come valori
irriducibili di una realtà ogni volta ri-creata: valori
opposti e contrari che s’incontrano carichi di tensione,
che coesistono senza annullarsi e che creano una realtà
addizionata. Ebbene, se questo è vero, la irriducibilità
è presente nello spettacolo “Il castello”
solo nello sbigottimento lacerato del finale, quando tutti
i personaggi, confusi e atterriti, avanzano verso gli spettatori.
L’intero processo di formalizzazione è pervaso
da un atteggiamento di derisione nei confronti degli abitanti
del castello, che la regista tratta scenicamente come “fantocci
fulloptional”, pretendendo dagli interpreti degli abitanti
del castello una recitazione critica, che è risultata
però esterna, così da comportare una perdita
di concretezza, poesia, mistero. Quando la regista allontana
i “fantocci” da sé e li separa dall’uomo
K in cui s’identifica, separa il male dal bene, invece
di trattare l’uno e l’altro nel contesto unitario
del conflitto. In tal modo non fa scaturire il come dalla
cosa degli atteggiamenti mentali e dei comportamenti sociali,
diversi e inconciliabili, eppure ricondotti ad unità
di stile, e non mette lo spettacolo al riparo dai tecnicismi
dell’involucro ideologico, non organico, della forma.
Sono convinto che, come Ulisse,
si debba tornare al punto di partenza: là dove le cose
conservano la differenza, là dove la verità
si mostra in un rapporto teso con la non-verità. Non
c’è scampo. Perché è la mediazione
tra i poli costitutivi della chiarezza e dell’oscurità
che genera il sapere: produzione di senso, sapienza, pensiero,
conoscenza e abilità; ma anche aura, mistero, enigma,
sensazione, percezione, sentimento. Il nostro sapere di noi
include come suo centro non solo un nucleo di sapere cognitivo,
ma anche un nucleo di sapere percettivo, volgarmente ignorato
dalla società materialistica contemporanea. La patria
dei produttori di nuove forme della comunicazione e dell’espressione
artistica sta perciò nel luogo del loro ritorno, in
quel nostos dove non occorrono piedi, cavalli o aerei intercontinentali,
ma facoltà non comuni. Se questo è vero, penso
che Roberta Nicolai non doveva schierarsi, ma accettare il
luogo della contesa, lavorare sulla linea della soglia, con
tutta l’ambiguità che ne poteva conseguire, affrontare
con maggiore determinazione l’ascia della ragione kafkiana,
tradendola fino alle estreme conseguenze, e perciò
complicandola, prima a livello di scrittura drammaturgica
e poi di scrittura scenica. Se avesse rispettato la regola
della dualità della natura e della cultura umana lo
spettacolo non solo sarebbe stato accattivante e ben curato,
quale è, ma avrebbe eccitato gli animi degli spettatori
come i racconti di Ulisse.
La regista fa buon uso di uno spazio scenico della dismissione
industriale. Dimostra di saper organizzare il lavoro del processo
di formalizzazione, guidando con mano sicura il gruppo dei
giovani attori. Al protagonista Enea Tomei, che si rivela
all’altezza del ruolo, chiede una recitazione d’impianto
realistico, mentre stimola gli altri a recitare con quelle
modalità critiche cui ho fatto cenno, ottenendo risultati
che sono apparsi legati – ad eccezione di quanto propone
Francesco Zecca -, al velo della superficie, perciò
non credibili. Le luci illuminano le forme e i suoni sono
destinati a creare soprattutto atmosfere, il che rivela una
apprezzabile ipotesi progettuale di tipo multicodice che non
si è trasformata appieno in pratica intercodice capace
di produrre valore aggiunto poetico. Nel complesso una proposta
che merita attenzione e considerazione, anche per una sorta
di freschezza che la pervade, e che ritengo foriera di prove
più convincenti, sia a livello di lavoro individuale
che di gruppo, a condizione che Roberta Nicolai non continui
a fare tutto da sola e la Compagnia Triangolo Scaleno si faccia
carico della formazione degli attori in funzione delle proprie
esigenze produttive, come hanno sempre fatto molte Compagnie
di ricerca. (Alfio Petrini)
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