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LA POLIS CHE NON C'È
Progetto innovativo in itinere
del Centro Nazionale di Drammaturgia Teatro Totale
La mancanza di un patrimonio culturale condiviso impedisce il passaggio
dallo Stato democratico alla Polis. La differenza non è
considerata patrimonio della collettività, non è
difesa nella prospettiva del bene comune. Viene piuttosto
utilizzata per mettere in atto uno scontro ideologico permanente,
che tende a identificare l'avversario come nemico da battere
ad ogni costo, facendo spesso strage di verità. Pensare
altro, altrove e altrimenti appare come una utopia astratta,
piuttosto che come una necessità concretamente possibile,
a fronte dell'adesione consapevole dei pochi e del silenzio
o della derisione mascherata dei molti, che hanno cura di
ammantarla di belle parole. Sul campo minato delle fazioni
contrapposte, il danno sociale cresce, il bene comune deperisce
nel momento stesso in cui le parole lo esaltano e si allontana
sempre di più la possibilità di determinare
due svolte fondamentali: il passaggio dal pluralismo nominale
al pluralismo fattuale e la creazione della Polis. Ma non
si vede all'orizzonte chi avrà il coraggio di fare
il primo passo.
Deporre le armi vuol dire condividere nei fatti la teoria
e la prassi dell'unità nella diversità. Ma,
come si sa, le cose semplici sono sempre quelle più
difficili da mettere in pratica, perché l'uomo - che
si sente tanto buono e tanto intelligente - si comporta spesso
come un perfetto imbecille. Al principio dell' unità
nella diversità non c'è alternativa, ma l'uomo
contemporaneo non si rende conto di vivere su una terra che
non ha cielo. Non sa o fa finta di non sapere che, quando
la terra si ammala, anche il cielo si ammala. Non vede o fa
finta di non vedere che la vita è segnata da mali che
potrebbero essere debellati con un po' di buon senso ed è
ferita dallo sviluppo che non coincide con un reale progresso
umano. La cura non sta nell'ossequio alla saggezza effimera
trionfante, non sta nel sapere tradizionalmente e passivamente
condiviso : risiede piuttosto nella concretezza di quella
pazzia luminosa che spinge alcuni uomini a lasciarsi il mondo
alle spalle per l'impossibilità di stragli dietro,
una pazzia che salva l'essere umano dalla vita per il progetto
di una nuova vita.
Tredici anni fa abbiamo elaborato, per il CND, la frase chiave
"Unità nella diversità di linguaggi, lingue,
dialetti e culture", non solo e non tanto perché
volevamo lanciare un target originale e innovativo, ma perché
sentivano di essere piccoli costruttori di una grande civiltà
delle idee, perché eravamo convinti che la creazione
della Polis stesse alla base di un possibile rinnovamento
del sistema teatrale nazionale e che andasse risolto una volta
per tutte l'antico conflitto tra tradizione e ricerca nel
campo dello spettacolo dal vivo. Col passare del tempo la
situazione non è cambiata. Non essendoci la Polis,
non c'è il teatro della Polis. E non essendoci il teatro
della polis , ricerca e tradizione restano l'un contro l'altra
armate e non diventano i poli costitutivi di un sistema teatrale
rinnovato. Mancando la consapevolezza che non possa esserci
ricerca senza riferimento ad una tradizione e rinnovamento
della tradizione senza attività di ricerca e didattica
sperimentale, la creazione di un patrimonio teatrale nazionale
di valori condivisi resta un traguardo lontano da raggiungere.
In un quadro di riferimento così problematico non
è difficile immaginare cosa ci sia dietro le politiche
correnti della "promozione della drammaturgia".
C'è il sostegno ad una sola drammaturgia, quella che
, nel tentativo di doppiare la realtà, produce le forme
variegate del teatro mimetico. Ma quante sono attualmente
le drammaturgie? Almeno un diecina. E allora perché
non promuoverle tutte? Chi ha stabilito che una è più
importante di un'altra? Perché la distribuzione, che
condiziona la produzione, non avvia un processo di democratizzazione
a favore di tutte le drammaturgie esistenti? Non dovrebbero
essere le istituzioni culturali pubbliche - in quanto espressione
dello Stato democratico attuale - ad agire in termini di pluralismo
fattuale? Esse non dovrebbero fondare la propria azione sul
presupposto che esistono tante drammaturgie per tanti teatri
per tanti pubblici? Non dovrebbero avvertire la necessità
di aprire un dibattito sulle quattro aree che stanno alla
base della storia del teatro nazionale ed europeo, rappresentate
dal teatro mimetico, dal teatro futurista, dal teatro pirandellinano
e dal teatro totale, nella prospettiva della creazione della
Polis e , quindi, di un patrimonio nazionale in cui tutti
possano riconoscersi?
Il passaggio dalla promozione della drammaturgia alla promozione
delle drammaturgie non è una questione semantica, ma
sostanziale, che ha un grande valore culturale. Mette in discussione
il confine che divide l'arte di destra dall'arte di sinistra.
Libera dalla metafisica dell'assoluto ideologico. Mette in
gioco il futuro di libertà della comunità nazionale.
Impegna sul versante del pluralismo fattuale. Prospetta l'urgenza
di un teatro politico, in quanto teatro della Polis, che cura
la salvaguardia della differenza
(Alfio Petrini, direttore artistico del CND). |