Di animali uomini e dei
di Giorgio Barberio Corsetti
|
Il Manifesto è stato presentato nell'ambito del
primo convegno internazionale dedicato al "Teatro
Totale" e alla "Performance in Europa",
che si è svolto dal 12 al 14 novembre 2001 nella
sala conferenze del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni
Popolari di Roma.
Il documento è stato pubblicato sul numero 83,
aprile 2002, della rivista Prima Fila.
I CONTENUTI DI RIFERIMENTO PROGETTUALE
Unità nella diversità.
Nove novembre millenovecentottantanove: confine, cesura,
frontiera, simbolo di una destabilizzazione politica di
rilevanza mondiale. Finito il sogno o l'incubo ideologico,
cioè l'illusione che la società possa essere
disegnata razionalmente prefigurando una sorta di paradiso
terrestre, la realtà ha preso il sopravvento. La
rivincita della realtà sull'ideologia ha aperto a
nuove progettualità sul versante geopolitico, ponendo
all'ordine del giorno anche la necessità di una nuova
chiave d'interpretazione culturale. Sparito il nemico, la
cultura occidentale è andata sotto choc. Concetti
come libertà, progresso, sviluppo, cultura, modernità,
hanno subito uno slittamento. Il liberalismo non rappresenta
il carro dei vincitori, ma l'unico carro che rimane a disposizione.
Il passaggio dalla destabilizzazione politica alla destabilizzazione
culturale è un fatto che implica la elaborazione
di nuove progettualità culturali e nuove metodologie
nella prospettiva della teoria e della prassi dell'unità
nella diversità. Dopo la caduta del Muro, gli uomini
desiderano vivere in uno spazio unificato, avendo ben radicato
nel cuore e nella mente un profondo desiderio di benessere
materiale e immateriale, accompagnato dal bisogno di una
integrazione sociale rispettosa delle specificità
culturali di riferimento. La teoria e la prassi dell'unità
nella diversità rappresentano una possibilità
originale per giungere all'approdo di una grande civiltà
delle idee.
Paradossi.
Nella società delle comunicazione di massa non c'è
studio, non c'è ricerca, non c'è dialogo.
C'è un pullulare di convegni, congressi, conferenze,
tavole rotonde, relazioni, rapporti, incontri, riunioni,
seminari, dibattiti, talk-shows, ma non c'è dialogo.
C'è sviluppo della tecnica, ma non c'è progresso
umano. La parola d'ordine è business. Nulla in contrario,
a condizione che non distrugga l'arte. Sul versante della
produzione artistica il movimento somiglia alla stasi e
prevale l'azione di difesa dello status quo. Non c'è
approfondimento, non c'è analisi del territorio,
non ci sono politiche per l'uso sociale dei beni culturali,
non c'è ricerca, non c'è creatività.
Non c'è il tempo della creatività. Tutto appare
"nuovo", "rinnovato" e "innovativo",
ma la pratica è caratterizzata da moduli espressivi
ripetitivi. Alla produzione d'immagine non corrisponde una
adeguata produzione di pensiero e di metodo. Il dato cognitivo
schizza alla massima potenza, mettendo a margine quello
percettivo. Domina la cultura materiale con implicazioni
tutte neo-razionalistiche, neo-deterministiche, neo-positivistiche.
E la parte immateriale della vita e della cultura dell'uomo
è disattesa, se non completamente dimenticata. Il
senso è un involucro senza sostanza. E la sostanza
appare statica, immobile, e perciò conservatrice.
C'è poco attività dell'anima, poco eros, poco
amore. Non c'è filìa, non c'è sostanza
fantasmatica, non c'è mistero, non c'è follia.
" La luce è tenebra, quando è solo luce".
E l'uomo a due dimensioni è finito, re detronizzato,
nel bidone delle immondizie.
Il valore aggiunto.
Nella cucina del mercato globale l'offerta culturale è
trionfalmente "multimediale". Prendi un testo,
aggiungi un po' di musica dal vivo, proietta alcune diapositive,
oppure metti in palcoscenico una ventina di monitor e il
gioco ultramoderno -, è fatto! Quando fu presentato
alla stampa il progetto "Centro Nazionale di Drammaturgia
Teatro Totale" per evidenziare la necessità
di un forte rilancio delle aree intertestuali, intermediali
e sinestetiche, un sorriso ironico apparve sulle labbra
di alcuni monumenti della tradizione immobile e della sperimentazione
storica. Resta il fatto che oggi quelle aree riscuotono
sempre maggiore successo e si stanno diffondendo rapidamente
in tutto il mondo. E ci sembra un fatto oggettivo che
ieri come oggi passare dal salotto del "teatro
di parola" alla cucina del "prodotto multimediale"
vuol dire praticare ancora la mimesi, con premesse e metodologie
simili, con risultati essenzialmente equivalenti: informazioni,
spiegazioni, distinte di sentimenti e di psicologie, uso
tecnicistico dei nuovi strumenti della comunicazione.
La produzione multimediale corrente fa uso di materiali
linguistici che rimangono separati e distinti sul piatto
dell'offerta. Non legano. Non scambiano specificità.
Non interagiscono; quindi non producono valore aggiunto.
Il cibo c'è, ma non c'è il profumo: il profumo
della poesia. Ed è questo profumo - aura, mistero,
phantasia - che fa la differenza. Ci consente di non morire
di verità.
La scrittura drammaturgica nazionale, incentrata sulla combinazione
di parole che dicono la verità, finisce in generale
per essere divorata dalla cronaca e precipitare nello stagno
della metafisica della luce. Vittima di bagliori che non
illuminano, la drammaturgia del cosiddetto "teatro
di parola" non dura nel tempo: appassisce e ben presto
muore. E poi, un conto è affermare la centralità
della parola, altro è decretarne il dominio assoluto.
Tale dominio è inaccettabile. La progettazione fondata
su un sistema di segni variegati si pone come fatto elementare
quanto necessario. Ed è con questo potenziale pieno
che si può presupporre di parlare all'intelletto
e al cuore degli uomini, nella consapevolezza che esistono
sfere di diversa natura e di uguale importanza - materiale
e immateriale, dicibile e indicibile, visibile e invisibile,
palpabile e impalpabile -, dalle quali non si può
prescindere. Bisogna tuttavia riconoscere che esistono poetiche
e stili infiniti; che esistono tante drammaturgie per tanti
teatri, tanti teatri per tanti pubblici, e che l'istituzione
pubblica preposta istituzionalmente a compiere azioni di
"promozione" dovrebbe sostenere tutte le drammaturgie
esistenti, restando aperta a quelle possibili. "La
Casa delle Drammaturgie" è un progetto lanciato
nel 2001 in occasione del convegno sul "Teatro Totale"
e che si ritiene fattibile, quanto necessario.
La luce d'ombra.
Chi separa il nero dal bianco, la luce dall'ombra, il movimento
del pensiero dal movimento del desiderio, nell'arte razionalizza
e nella vita demonizza. "La luce è tenebra,
quando è solo luce". La teoria e la prassi della
cultura duale (Parmenide ne sapeva già qualcosa..)
e dell'unità nella diversità di linguaggi,
lingue e culture diverse non sono invenzioni recenti. Sono
contenuti che corrono sul filo dei secoli e rappresentano
il terreno fertile delle miscele linguistiche eterogenee,
capaci di produrre quel valore aggiunto cui si è
fatto cenno.
Tornare ai primordi.
Quanto cammino è stato fatto per scoprire che bisognava
tornare al punto da cui si era partiti! Per tornare là
dove le cose conservano la differenza, là dove la
verità si mostra in un rapporto teso con la non-verità,
si realizza il luogo della contesa e dell'unità dei
poli costitutivi della cultura umana. In questo palintos
armonie valori opposti e contrari s'incontrano carichi di
tensione, coesistono senza annullarsi e creano una realtà
addizionata. Si tratta di uno spazio fatto di segni, dove
la parola occupa una centralità riconosciuta, ma
non esclusiva. Tutti i segni si connettono al symbolon che
apre verso la oscura verità. La mediazione tra i
poli costitutivi della chiarezza e dell'oscurità
genera il sapere. Il sapere, quindi, come produzione di
senso, sapienza, pensiero, conoscenza e abilità;
ma anche come aura, mistero, enigma, sensazione, percezione,
sentimento. Il nostro sapere di noi include come suo centro
un nucleo di sapere cognitivo e un nucleo di sapere percettivo.
In una società tragicamente materialistica come quella
in cui viviamo c'è il sapere, ma non c'è il
non-sapere. La patria dei produttori di nuove forme della
comunicazione e dell'espressione artistica sta nel luogo
da dove sono partiti. Per questo nostos non occorrono tuttavia
piedi, cavalli, navi o aerei intercontinentali. Ci voglio
alcune facoltà, che per il fatto di essere
invisibili vengono troppo spesso sottovalutate o
addirittura ignorate.
Naufraghi senza sponde.
Lo spettacolo dal vivo non ha bisogno di attori, scrittori,
registi. Ha bisogno di uomini. Non ha bisogno di tecnocrati,
ma di artisti, cioè di poeti. Per essere poeti non
basta essere scrittori, bisogna essere naufraghi senza sponde.
Essi contano sulla forza della propria soggettività.
Hanno consapevolezza della vastità del mondo interiore
a fronte dell'angustia del mondo esteriore, essendo il primo
infinito e il secondo finito. Non si mascherano, si disvelano.
Gettano lo sguardo nell'abisso degli errori e degli orrori
umani, anche personali. E riconoscono il dio nascosto nel
loro "corpo glorioso". Per questo hanno una capacità
di estensione la più oggettiva possibile. Il poeta
non imita. Porta ad essere ciò che prima non c'era.
E se è vero che "l'arte è la pratica
liberata dalla menzogna di essere la verità",
tornare ai primordi significa fare come Ulisse, che fugge
da Circe e da Calipso per tornare là da dove è
venuto. E facendo come Ulisse, l'artista deve rallegrarsi
della morte di Orfeo per essere stato allo stesso tempo
amato e amante di belle immagini. La bellezza sta nell'acqua
fluttuante da cui è nata Afrodite, non in quella
immobile in cui si specchiava Orfeo. Si tratta di bellezza
minacciata d'inconsistenza, così come d'inconsistenza
è minacciato ogni progetto tendente a conciliare
natura e cultura.
La soglia.
La conciliazione tra comunicazione chiara ed espressione
oscura è senza dubbio apparente. Nel suo essere apparenza
risiede la insuperabilità del dissidio. E non potrebbe
essere altrimenti, perché la vera conciliabilità
equivale a distruzione, cioè a morte sicura. Il dissidio
tra valore comunicato (memoria, ricordo, stile, esperienza,
storia
) e il valore percepito (sensazione, sentimento,
impressione, mistero ..) è da lasciarsi aperto su
una sorta di passerella sonnambulesca, data dalla soglia.
E' un dissidio che genera nuvole, che generano altre nuvole,
e ancora nuvole, e nuvole ancora.
Il velo.
Ogni oggetto artistico è un'opera dove natura e cultura
tentano il sogno della inconciliabilità insanabile.
E, giacché insanabile, è una inconciliabilità
positiva, cioè creativa. La comunicazione non si
concretizza allora in forme di descrittivismo più
o meno alto. L'atto di disvelamento attraversa la parola,
l'immagine o il suono conservando "l'enigma della bellezza",
cioè il "colore umbratile" della forma
organica. Nel sollevare il velo non deve spiegare l'inspiegabile,
non deve trattare il bene come prodotto della realtà
doppiata, ma come oggetto della realtà ricreata.
La creazione artistica è sottoposta a "passaggi,
attraversamenti, maree e trasformazioni" che generano
aure, sapori, profumi straordinari. E dopo, l'opera può
essere soltanto tradita. E pertanto complicata. Analizzare,
criticare, leggere, conoscere un'opera qualsiasi vuol dire
analizzare, leggere e conoscere il velo che lo separa da
noi. Non consiste nel dare una spiegazione razionale al
tutto e una volta per tutte. Il velo può e deve essere
complicato, se si continua ad accettare metodicamente "la
luce/parola che illumina" assieme "all'intrigo
pericoloso dell'ombra".
Nostos.
Dunque, creazione artistica come nostos. Come ritorno ad
una intertestualizzazione complessa, finalmente totale.
Sul terreno del teatro totale e delle aree intermediali
non c'è parola piana. La lingua è il silenzio
riempito, il canto, il grido, il bisbiglio, il suono o la
sua traccia, l'immagine o la sua traccia, l'incolore, il
segno di culture diverse. E' anche quello che viene percepito
e lasciato alla soglia delle frasi. E sono anche "le
peculiarità ritmiche legate alla musica e alla danza,
e anche il valore interdisciplinare e intersemiotico espresso
nei secoli, pur senza mai perdere la coscienza dell'immensa
possibilità della lingua di poter racchiudere in
sé fantasmi e proiezioni di tutti e cinque i sensi".
Le miscele linguistiche, non essendo il risultato di una
formula, sono sottoposte anch'esse al rischio della produzione
di puro involucro, che nella moda dilagante è puro
involucro multimediale. Non è l'oggetto che è
bello. E neppure il suo involucro. E' l'oggetto nel suo
involucro che è bello.
Creazione come atto di abdicazione.
"La creazione non è un atto di potenza, ma di
abdicazione. E' il mondo da cui Dio si è ritirato
e dove può tornare solo da mendicante. Un mondo la
cui realtà è fatta dal meccanismo della materia
e dell'autonomia della creatura ragionevole". Nella
rappresentazione sensitiva prima che discorsiva o
significativa il "movimento fisiologico di tensioni
e distensioni" genera senza dubbio un forte "respiro
della scrittura". Questo è il destino dell'uomo
e delle cose. E l'uomo deve salvare le cose dal nulla, proteggendole
dalla nudità assoluta. La nudità assoluta
non solo è impraticabile, ma ha un effetto distruttivo
sulle cose. Le cose vengono distrutte proprio nel momenti
in cui si vuole salvarle, ricordarle, valorizzarle. |