Opera 246
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Credo che la ricerca teatrale
debba prevedere un ritorno ai primordi e che per realizzare
questo nostos sia necessario accamparsi prima
della grazia, prima della musica, prima della
danza e della parola, lavorando nella prospettiva di quelle
geometrie del caos alle quali mi sento di ancorare il rinnovamento
dello spettacolo dal vivo.
Ogni volta che vado a teatro coltivo il presentimento
di un'irruzione, la speranza di un segnale di svolta rispetto
al predominio del dato cognitivo e delle tecniche, che tenga
conto del patrimonio dell'interprete del Novecento europeo,
largamente inutilizzato. Attendo la trasformazione del corpo
muto in un corpo vivo, portatore d'idee umbratili. Mi aspetto
che il sangue risponda al pensiero e che il pensiero risponda
al sangue. Auspico che gli artisti marcino come guerrieri
alla ricerca delle forme organiche e attraversino il campo
barbarico dell'atto totale della creazione artistica, utilizzando
l'istinto, il tronco e il soffio leggero dei processi vitali.
Nella maggior parte dei casi le attese tradite sono occupate
da cogitazioni insipide, distinte di sentimenti, descrizioni
di fatti e di psicologie, sequele di moduli espressivi ripetitivi,
rituali esangui e prevedibili, processi di formalizzazione
senza fascino, senza mistero, senza valore poetico: proposte
così legate alla realtà contingente da essere bruciate dalla
cronaca o così algide da non avere in sé la forza di donare
l'ombra di un'emozione e ancor meno di durare nel tempo.
Il corpo come spazio scenico -- utilizzato da alcuni artisti
con metodiche e risultati diversi -, chiarisce il compito
fondamentale dell'interprete che prediligo: realizzare --
in alternativa ai processi di astrazione -- quell'atto totale
che implica il passaggio indicato. Definisce inoltre la
consequenzialità dell'atto finale, che muove oltre la carica
deduttiva dei sensi in un luogo senza limiti e senza forma,
riempito di segni, dove la parola tace e dove parlano invece
tutte le cose del mondo interiore, che è infinito. In questo
luogo, i punti neri, i buchi, i semi di una rosa divorata
dai bruchi sono capaci di generare una nuova rosa, cioè
una nuova vita, che rivive e rifiorisce, e non si sa come.
Nello spazio senza limiti -- com'è senza limiti l'eros,
il desiderio dell'altro -, il pensiero tende a farsi sangue,
portando con sé anche l'odore di quel sangue.
Non è vero che il movimento del pensiero si manifesti
attraverso la parola e il movimento del desiderio
attraverso il corpo dell'interprete, perché la parola è
corpo, perché il teatro è corpo. L'ipotesi di separazione
dei due movimenti è avventata e pericolosa, funzionale
al predominio del dato cognitivo sul dato percettivo,
foriera della distruzione dell'energia vitale e della eliminazione
del mistero, negatrice della leggerezza del corpo antitetica
alla pesantezza della carne.
Il logos attraversa le viscere, il ventre, il cuore. Si
espande in tutto il corpo per essere spinto oltre il suo
stesso confine, dove la materia invadente rende possibile
nel suo divenire la fuoriuscita della parte nascosta che
aspira alla produzione di senso. L'energia prodotta spinge
verso la spazialità degli oggetti e la produzione di linguaggio
estensivo, lasciando sopravvivere la razionalità necessaria
all'autogestione del processo vitale. Ma il corpo è fatto
anche di sudore, sapori, odori, saliva, escrementi, sperma,
sangue, ferita, sesso - che derivano dalle parti che formano
il tutto -, costituendosi così come pluralità di segni,
come generatore di tante parole e di nessuna parola. Il
corpo rimanda alla creazione artistica come atto erotico,
essendo l'erotismo - per dirla con Bataille -- "l'approvazione
della vita fin dentro la morte" ed essendo l'uomo -
per dirla con Rella - "totalmente sessuato". "Ma se la
sessualità -- per dirla con le parole d'Ildegarde
- è ciò che costituisce l'umano, anche lo spirito è sessuato...fiorisce
nel corpo (in lumbis rationalitas floret) ".
Il corpo erotico della ricreazione è libero da ogni condizionamento
etico, politico, religioso e ideologico. Porta con sé il
soffio della carezza e la paura del naufragio, la dolcezza
dell'abbraccio e la violenza del sesso, il piacere e l'orrore
sublime della morte. Il corpo erotico non è terra senza
cielo. E' il ventre della terra che sale verso il cielo
appeso al filo celeste. E' contenuto e contenitore del viaggio.
E' transito che si fa esperienza umana ricca di promesse.
E' luogo dell'imprevisto, dove sfrigola tutto ciò che è
buono per comunicare. Negare il corpo, significa negare
la sessualità di ogni sua parte, ignorare la "carnalità
dell'anima", escludere la possibilità di sfiorare il
dio della selva.
La ragione ha ucciso il corpo, il corpo ha ucciso l'anima:
l'anima non canta più. Nella società materialistica contemporanea
il logos della parola è in grado di dare una risposta al
sapere, ma resta muto di fronte al non-sapere, che è metà
della sapienza umana. Se s'ignora la cultura e la natura
duale, l'uomo cessa di essere un individuo plurale e indivisibile.
Se si nega il pensiero del corpo, il piacere diventa edonismo.
Se si trascura la centralità dell'eros, l'opera diventa
algida. Se si lavora sui processi di astrazione e sulle
tecniche, si producono forme morte, che non amano, non possiedono,
non coinvolgono lo spettatore. La "meccanica" della creazione
artistica si configura come manovra che crea un'alleanza
tra razionale e sensibile.
Se è vero che non c'è dissolutezza peggiore del pensare,
pensare alla riducibilità dei valori opposti e contrari
-- applicata alla scrittura drammaturgica e di rimbalzo
alla scrittura scenica - significa prefigurare una perdita
gravissima in termini di spessore, di fascino e di valore
aggiunto poetico. Non c'è danno più grande del separare
il nero dal bianco, il vero dal falso, il buono dal cattivo.
Bulgakov scriveva perché nel suo paese il sì era stato separato
e diviso dal no. Scriveva perché la ragione armata aveva
stabilito che lì c'era la luce e che altrove c'era l'ombra:
aveva decretato che lì c'era il bene, c'era il meglio, da
aggiungere, da affermare coattivamente per essere vincitore
sull'altro. Scriveva perché quell'orrore non aveva limiti.
"La luce è tenebra quando è solo luce": le
parole di Rella ci mettono in guardia dalla metafisica della
luce che, infettando l'opera, la rende non credibile e in
tempi brevi la condanna all'oblio. Su questo tema Lukàcs
sostiene che la "ragione decisiva per cui un'opera conserva
una efficacia permanente mentre l'altra invecchia è che
l'una coglie gli orientamenti e le proporzioni essenziali
dello sviluppo storico mentre l'altra non vi riesce",
e lo dice dalla sponda ideologica che collega la transitorietà
dell'arte alle sorti positiviste e progressive della storia.
Si tratta di una tesi che suscita dissenso sulla sponda
opposta - antideologica, ma dentro la storia -, di chi sostiene
che l'opera potrà durare nel tempo, parlare al cuore e alla
mente degli uomini, soltanto se il valore universale scaturirà
da una trama di opposizioni intime, violente e inconciliabili,
dal partito preso che nega la neutralità della cultura,
dalla pluralità del linguaggio e dal trascuratissimo ma
importantissimo comportamento poetico dell'autore. Insomma,
da una serie di fattori. L'opera dura nel tempo quando si
pone nel suo divenire "non come un altro mondo --
suggerisce Blanchot -, ma come l'altro di ogni mondo,
ciò che è sempre altro dal mondo".
La scorporizzazione dell'idea è un progetto che risale
a Plotino e che perdura nel tempo, purtroppo. Basta guardarsi
attorno per accorgersi quanto la cognizione del mondo prevalga
sulla percezione del mondo, e come il corpo desacralizzato
sia sperperato in nome di false verità e di false libertà.
Sotto l'influenza di verità codificate, artisti criminali
separano il pensiero della mente dal pensiero
del corpo, finendo per radere al suolo la selva primordiale
e innalzare sulle sue rovine cattedrali di vento, dove moda
e superficialità gridano vittoria per nascondere la tragedia
delle forme nate morte.
Mai opporsi al proprio opposto. Dio ha abbandonato il
mondo e si è rifugiato dentro di noi, ma non esiste una
teoria o una tecnica che possa insegnarci a trovarlo. L'unica
possibilità risiede nell'abbraccio, una metodica
che presuppone il possesso di facoltà straordinarie. L'abbraccio
è il confronto con mondi strutturati che non conosciamo
e che riconosciamo come altri. Questi mondi entrano in noi
e noi entriamo in questi mondi, trasformandoli nel corpo
linguistico e semantico dell'opera.
Una creazione artistica può prescindere dal diventare?
L'opera d'arte esiste nel suo divenire, attraverso
il perfezionamento continuo dell'azione combinatoria dei
segni e della distillazione della forma, fino all'esattezza
finale. Il diventare attiene alla dilatazione dell'anima.
Da anima individuale diventa anima del mondo. Diventare
pietra, diventare albero, imparare il linguaggio degli animali
-- come suggeriscono alcune favole - non è una punizione,
ma una amplificazione dell'anima.
Anche il valore poetico dell'opera è una questione legata
al destino delle cose. Quando si ammala la terra, anche
il cielo si ammala. Su questo dato bisogna concentrare l'esperienza
e su questo dato, soprattutto, bisogna scaricare una sorta
di violenza, che non manifesta direttamente contenuti psichici
e immaginari, ma tende a ricreare la realtà attraverso la
interazione dei codici espressivi filtrata dal comportamento
poetico dell'artista, il rilevamento dell'errore sotto la
cancellatura, l'espressione dell'orrore radicato nelle interiora
oltre che nell'interiorità profonda della natura umana.
Le tecniche sono un vincolo o una liberazione? Presuppongono
la dipendenza dell'interprete dal regista e/o dal coreografo,
ignorano l'incidenza delle facoltà, non consentono al pensiero
di farsi sangue, sono responsabili della fissità delle forme.
Le tecniche sono importanti, se prima si apprendono e poi
si dimenticano. Lo spettacolo dal vivo nel suo complesso
non ha bisogno di drammaturghi, di attori o di danzatori,
ha bisogno di uomini plurali e indivisibili. Per diventare
uomini bisogna imparare a disimparare.
I drammaturghi, come la maggior parte degli esseri umani,
si sentono buoni. Hanno buone idee, buoni sentimenti, buon
senso, buone maniere e buone intenzioni. Nessuno lo mette
in dubbio. Ma tutto questo non serve. Non serve al teatro
la civiltà dei teatranti, così come non serve alla comunità
nazionale la civiltà di un paese che ha comunicazioni di
massa senza comunicazione, opere di socializzazione con
poca solidarietà e molte solitudini, sviluppo tecnologico
e scientifico che non coincide con un reale progresso umano.
I teatranti, volendo cambiare il mondo, massacrano il teatro:
separano ciò che invece andrebbe concepito in modo organico
e unitario, e pertanto lo impoveriscono.
Di verità e di civiltà si muore!
Beckett e Shakespeare non sono meno civili dell'ultimo
autore civile di successo. Ben vengano allora i cattivi
pensieri e i cattivi sentimenti. I nostri cattivi pensieri
e i nostri cattivi sentimenti. Invece di tenerli nascosti
per pudore civile o per vergogna, mettiamoli in preventivo
nelle nostre scritture drammaturgiche, assieme alle percezioni
terrificanti e alle sensazioni stupefacenti. Resuscitiamo
gli errori commessi da sotto le cancellature. Accettiamo
la condizione di naufraghi senza sponde assieme agli orrori
dei passaggi, delle maree e degli attraversamenti. Ascoltiamo
l'istinto e le pulsioni profonde che, attraverso le azioni
fisiche, producono pensiero. Poniamo al centro dei nostri
racconti il disagio e l'emarginazione sociale, se lo vogliamo,
ma non dimentichiamoci di attraversare i campi barbarici
di ciò che è altro da noi e di ciò che è altro di
noi. Due i vantaggi: la credibilità delle forme e la eliminazione
del didatticismo ideologico. E' della nostra natura e della
nostra cultura - vergognose e incivili -, che abbiamo bisogno.
E' di ciò che sta in odore di eresia che non dobbiamo avere
paura. E' dell'indicibile, dell'invisibile e dell'impalpabile
che non ci dobbiamo dimenticare, se vogliamo fare qualcosa
di utile per il rinnovamento dello spettacolo dal vivo.
Macché! Invece di ricreare la realtà, cerchiamo di doppiarla.
Invece di rappresentare i fatti, li descriviamo. Invece
di disvelarci, ci mascheriamo. Invece di essere, cerchiamo
di apparire. Invece di stimolare, lanciamo messaggi che
suonano come ordini. Invece di mettere un velo, spieghiamo.
Invece di esprimerci, chiacchieriamo. Invece di rimembrare,
ragioniamo. Invece di produrre coscienza critica, facciamo
pedagogia. Invece di dare forma alla sostanza, facciamo
estetismi. Invece di parlare di noi, raccontiamo il male
che sta fuori di noi (perché ci sentiamo buoni). Invece
di scegliere il partito preso, affermiamo l'assoluto ideologico.
Insomma, o si è artisti o non si è artisti. Gli artisti
non hanno niente da insegnare e molto da imparare.
Il teatro civile, con i suoi schemi e contorni rigidi,
non consente trasgressioni. Non suscita scandalo. Non produce
mistero. Si nutre di buon senso, perciò è mortale. Volendo
edificare, conserva. Volendo creare, distrugge. Volendo
cambiare il mondo, lo conserva, perpetuandone le forme di
comunicazione. Volendo doppiare la realtà, crea veli di
superficie. Volendo chiarire, oscura. Volendo coinvolgere,
respinge. Volendo convincere, non possiede.
Bisogna tornare alle origini. Disconoscere lo spettacolo
dal vivo come un'arte pragmatica, abbandonare i vincoli
che impediscono all'individuo di manifestarsi in modo totale,
concretizzare il nostos nei campi barbarici delle
azioni fisiche poste in centralità assoluta. Sono le azioni
fisiche - con il loro implicito carico di nascosto e di
misterioso -, che caratterizzano i personaggi e non il carattere
dei personaggi a determinare le azioni fisiche. Il movimento
della creazione artistica va dal fare al dire,
dalla cosa al come, dal particolare
al generale, non viceversa.
La teoria e la prassi del teatro barbarico non si affidano
alle virtù miracolose dell'inconscio o alle soluzioni epidermiche
della ragione, ma all'operosità di una specie umana assai
rara: quella dei sognatori, dei visionari, dei pazzi luminosi
che si sono lasciati il mondo alle spalle per l'incapacità
a stargli dietro. Non sono persone al singolare, ma al plurale.
Non sono alchimisti di forme teatrali o di stilemi coreografici,
ma chimici della pluralità del linguaggio. Non sono danzatori,
registi o drammaturghi, ma uomini che sanno di dover credere
per vedere e non vedere per credere. Uomini che non hanno
bisogno del paraurti del tempo per vedere. Che sono in grado
d'immaginare e di accettare tutto ciò che è nuovo e sconosciuto.
Che non impazziscono senza quel paraurti, ma che impazzirebbero
se non lo facessero a pezzi prima d'intraprendere il viaggio
di ritorno con il bagaglio di alcune consapevolezze effimere:
il primo passo è quello che conta; il naufrago e la marea
sono un'unica cosa; la rotta è un continuo divenire che
va continuamente verificato. Si tratta di uomini in possesso
di un'integrità che li tiene lontani dalle mode e che li
salva allo stesso tempo dall'entrare in odore di santità.
L'integrità di uomini che sono in grado di sognare e di
progettare l'impossibile, attribuendogli concretezza nei
labirinti di senso. L'integrità di uomini che sono diventati
individui e d'individui che pongono l'integrità e l'unicità
a fondamento della loro condizione e a completamento delle
loro straordinarie facoltà.
Altro che stage di perfezionamento! Ci vorrebbero corsi
permanenti di libertà, d'integrità, di conoscenza delle
inciviltà latenti. Questo dovrebbe essere il progetto per
l'università del futuro. Un progetto di formazione fondata
sulla pratica dell'alleggerimento. Per preparare i futuri
sognatori, gli uomini visionari, i pensatori indipendenti
bisogna alleggerirli. Occorre aiutarli ad eliminare vecchie
strutture, stratificazioni d'ignoranza, concetti arrugginiti,
idee obsolete, preconcetti, falsi sentimenti, paure immaginarie,
ossequi alla superficie. Occorre aiutarli ad evitare paludi
ideologiche, grammatiche della metafisica, domini irragionevoli
della ragione, dipendenze da antiche e nuove divinità tecnologiche
usate come fine della comunicazione. Abbiamo bisogno
di uomini liberati dai legami dell'egoità, interessati a
scoprire l'illusione di agire, d'investigare, senza pretendere
di trasformare la contesa in vittoria. Un'illusione che
non ha alcuna valenza morale o ideologica, che fa sentire
l'artista su un piano di eccezionalità umana, nel preciso
momento in cui attraversa le cose con indomabile stupore
e pone la condizione del partito preso alla base
del valore etico universale. Allora, quando questo valore
si determina, genera nuove indeterminazioni. Quando fa previsioni,
insinua l'imprevedibile. Quando propone il disvelamento,
coglie il misterioso e l'inatteso. |